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Eni: espropria e distrugge

Eni dal 2008 è sponsor di Festivaletteratura: è legge del mercato cercare finanziamenti a iniziative di tanta risonanza internazionale.
Ma Eni sponsorizza direttamente iniziative e mostre sull’Africa e questo non può però lasciare tranquille le coscienze dei cittadini e delle cittadine, italiani e migranti, che ogni giorno si battono contro i pregiudizi, le discriminazioni, le persecuzioni mediatiche che colpiscono le persone che dall’Africa sono costrette ad andarsene a causa dei disastri ambientali, della corruzione, della violenza fatta sistema, dei lasciti del colonialismo, guerre comprese.
Sarebbe interessante che Eni raccontasse al pubblico del festival come risponde alle inchieste internazionali di magistrati, giornalisti, studiosi dell’ambiente, attivisti dei diritti umani, magari avendoli come interlocutori diretti. Ma sarebbe un dibattito troppo lungo e complesso.
Il grande scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa fu condannato a morte dal governo del suo paese nel 1995, insieme a otto altri attivisti, per la sua incessante lotta contro la devastazione del Delta del Niger causata dalla Shell. A più di vent’anni di distanza la situazione non è cambiata: terreno, fiumi e acqua sono tanto contaminati che è quasi impossibile praticare l’agricoltura e la pesca, da sempre mezzi di sostentamento della popolazione. Le conseguenze sono evidenti: disoccupazione e disperazione, specialmente tra i giovani, esodo di massa, tasso di criminalità elevato e prostituzione forzata. In Nigeria non si prevede la fine di questo orrore ecologico. Nel ’95 Saro Wiwa combattè contro la Shell, oggi Eni è una delle principali multinazionali del petrolio in Nigeria; dai suoi impianti nel solo 2014 ci sono state 550 fuoriuscite di greggio. Più che da quelli di Shell. Amnesty International ha ritenuto “del tutto inattendibili le dichiarazioni Eni secondo cui gli sversamenti sarebbero l’effetto di sabotaggi e furti”. Inoltre Eni è stata protagonista, indagata dalla magistratura, per tangenti a esponenti di governi corrotti che garantivano diritti estrattivi. Situazioni analoghe sono denunciate per Congo Brazzaville, Kenya, Mozambico, Ghana e Angola. Mentre altri paesi africani, come il Senegal, stanno stipulando accordi al ribasso per lo sfruttamento degli idrocarburi recentemente scoperti nel paese.
Oltre a questo va ricordata la forte presenza di Eni in Libia, dove, secondo il Wall Street Journal, Eni si è assicurata “accordi” con milizie rivali fra loro che le consentono di operare in siti insicuri.
Sempre in Libia la società Mellitah Oil and Gas (joint venture fra Eni e la compagnia petrolifera nazionale libica Noc) che gestisce il terminal petrolifero di Mellitah, a Ovest di Tripoli, ha siglato un accordo riservato di protezione esterna dell’impianto con la principale milizia di Sabrata, il Battaglione Anas Dabbashi. Questa milizia comandata da Ahmed Dabbashi (detto ‘lo Zio’), oltre a trafficare in armi, contrabbandare greggio in Sicilia in accordo con Cosa Nostra e coltivare rapporti con l’Isis, ha il suo business principale nel traffico dei migranti. A raccontarci le conseguenze di questi accordi sono molti richiedenti asilo che arrivano sul nostro territorio. Per Gabriele Iacovino, analista del Centro di studi internazionali (Cesi) esperto di Libia, “in un Paese diviso in potentati locali spesso coinvolti in attività criminali è inevitabile che un’azienda che ha interessi da proteggere debba scendere a compromessi con chi ha il coltello dalla parte del manico. Lo stesso vale se si danno soldi e mezzi alla Guardia costiera, che risponde a quegli stessi clan e milizie locali.”
A chi dice “aiutiamoli a casa loro” chiediamo di riflettere sulle ‘nostre’ responsabilità nella distruzione di un continente che è stato ed è letteralmente invaso e devastato dall’economia e dalla politica delle potenze mondiali, Europa in primo luogo. Che ognuno si prenda le proprie responsabilità e non si lavi la coscienza salvando la propria immagine con la Cultura.

A cura di Rete Antirazzista Mantova

LIBERARSI DAI CONFINI

Appello della RETE ANTIRAZZISTA MANTOVA per manifestare il 25 aprile contro le guerre, il terrorismo e la chiusura delle frontiere.

Le terribili immagini della metropolitana di Bruxelles lacerata dalle bombe assomigliano non solo a quelle degli attentati del fondamentalismo dell’ISIS in Africa e Pakistan, ma anche a quelle sulle conseguenze dei bombardamenti occidentali (e dei suoi regimi alleati) sulle città della Siria.
Quelle bombe aiutano tanto Daesh a reclutare tra la frustrazione degli islamici che vivono in Europa, tra la marginalità e l’assenza generale di programmi di solidarietà sociale, quanto la destra nazionalista e razzista che, chiedendo la chiusura delle frontiere e “welfare patriottici”, non fa altro che sostenere i programmi di riduzione generalizzata della spesa pubblica pretesa dalla grande finanza.
Le domande dei migranti fermati dai confini di filo spinato che stanno moltiplicandosi, non interrogano semplicemente un senso di solidarietà sociale europeo ormai sovrastatato dalla precarizzazione di milioni di poveri europei, ma sul ruolo dell’occidente nel mantenere i propri privilegi devastando un mondo stravolto dalle disuguaglianze economiche e dalle crisi ambientali.
L’accordo con il criminale governo della Turchia, che riceverà 6 miliardi di euro in due anni dall’UE, per segregare i migranti nei paesi confinanti e i frequenti scambi commerciali con l’Arabia Saudita (epicentro delle letture ortodosse dell’Islam), sono solo le ultime dimostrazioni di come i governanti europei siano totalmente responsabili di questo clima di terrore.
Cosa c’è meglio del terrore e delle leggi speciali per governare un’Europa in cui aumentano i licenziamenti, si eliminano diritti sociali ottenuti con decenni di lotte e si privatizzano la scuola e la sanità, rendendole meno accessibili ?
Non esiste nessuna separazione tra NOI e LORO basata sul colore della pelle, sulla religione o sulla cittadinanza. Esiste invece una separazione netta tra chi sostiene guerre e disuguaglianze, come i governi europei, l’ISIS e la destra, e chi, impoverito e marginalizzato, migrante o nativo, lotta per redistribuire la ricchezza che pochi stanno accumulando e la libertà di muoversi liberamente nel mondo.

Non possiamo più pensare che la chiusura delle frontiere e la riduzione dei diritti di tutti, siano questioni secondarie e sconnesse. Anzi sono l’asse centrale per i potenti per costruire una lotta tra poveri che gli permette di accrescere tranquillamente, sulla nostra pelle, le loro ricchezze.

Per questo pensiamo che non ci possa essere LIBERAZIONE senza una forte mobilitazione che chieda, insieme ai migranti e ai richiedenti asilo, l’apertura delle frontiere, un nuovo sistema di solidarietà sociale europeo e l’opposizione ad ogni guerra e terrorismo.

La lotta della Belleli – impara a rifiutare i ricatti!

Da ormai una settimana i lavoratori della fabbrica Belleli stanno conducendo una lotta esemplare: di fronte alla minaccia della vendita e della cancellazione dei diritti conquistati negli anni, hanno deciso di lottare.
Basterebbe questo per far risultare coraggioso lo sciopero dei giorni scorsi, in una fase in cui in Italia sono pochissimi a protestare, a rendere collettivo il proprio malessere e a generalizzare la propria rabbia. Proprio come abbiamo sostenuto nel caso della #Composad di #Viadana e di altre  lotte nei poli della logistica.
I lavoratori hanno avuto il merito di mettere in campo la sospensione dal lavoro in modo visibile e pronto, in una dialettica che non rimanesse all’interno delle relazioni tra le parti, ma denunciasse la riduzione dei diritti per tutti.
Quanto avvenuto è pienamente nello spirito del #jobsact e delle leggi che vengono avanzate in ogni paese europeo (vedi la LOI TRAVAIL che sta producendo una fortissima ondata di proteste in Francia): l’abbattimento del costo del lavoro e l’eliminazione delle sue protezioni e dei conseguenti elementi unificanti.
In breve significa: eliminazione della contrattazione nazionale e delle precedenti garanzie, estensione della precarietà a tutta la carriera lavorativa e introduzione massiccia del lavoro gratuito e di forme di apprendistato, privatizzazione delle forme di protezione sociale, riduzione dei salari, agevolazione dei licenziamenti.
Oggi 17 marzo Exterran ha annunciato, dopo una settimana di dichiarazioni arroganti, che si presenterà al tavolo delle trattative per la vendita della Belleli, rinunciando così alla pretesa di eliminare un contratto aziendale costruito con decenni di lotte e sacrifici da parte dei lavoratori.
Sui quotidiani tutti si complimentano con il lavoro di mediazione dei politici (tra cui l’imprenditore Colannino, liquidatore nel 2008 di SOGEFI, de-localizzata in Slovenia per lucrare sui fondi pubblici anti-crisi) nell’ottenimento di questo risultato. Noi pensiamo invece che il merito vada soprattutto all’azione dei lavoratori, alla fermezza e alla freddezza con cui hanno preso, in assemblea, scelte importanti che hanno fatto sì che i lavoratori non fossero una variabile invisibile nelle trattative tra multinazionali e nelle incertezze dei mercati internazionali.
Belleli rappresenta il patrimonio delle lotte operaie a Mantova, uno dei simboli dell’orgoglio popolare della città poteva rimanere statico, un reperto di una stagione passata.
Con la lotta dell’ultima settimana invece i lavoratori dimostrano di saper maneggiare bene quel patrimonio, ponendo alcune richieste chiare e ferme, rigettano il ricatto della multinazionale, dimostrando che la loro fabbrica è loro e che  possono gestirla autonomamente  meglio di quaunque squalo della finanza.

Spazio Sociale La Boje!

Favilla – CommuniaMantova

Le briciole della giustizia e il filo di una memoria interrotta

Marghera 1998. Inizia il processo Montedison. Il pm Felice Casson deposita una richiesta di condanna per 185 anni  ai danni dei dirigenti del colosso della Chimica. Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM (Cloruro di vinile Monomero),  le aziende proposero un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsarono circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo servì a fare in modo che alle udienze non vi fosse più pubblico perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Il processo proseguì perché alcuni lavoratori , tutte le associazioni e i sindacati e gli enti pubblici ( Stato,Regione,Provincia,Comune) non accettarono indennizzi, purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuotò e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo (dal sito ass. Gabriele Bortolozzo).

Mantova 2016

Apprendiamo dal giornale la notizia della decurtazione della pena per gli imputati delle morti al petrolchimico di Mantova. Dimezzamento delle pene e non è ancora finita. 72 morti di questa città, in realtà molti di più perché 72 sono solo quelli che si sono costituiti parte civile nel processo. 72 morti per esposizione a stireni e benzeni, fenoli e cloruri con conseguente insorgenza di mesotelioma, malattie cancerogene e tumorali che hanno ucciso forse centinaia di cittadini. Per la prima volta nella storia, si felicitava il pm Condorelli, nella sentenza del 2015, è stata riconosciuta la correlazione tra i tumori del sangue e l’esposizione al benzene, motivo per cui sarebbero state risarcite le parti sociali e alcune delle famiglie colpite. Non è mai stato però riconosciuta la rimozione dolosa dei sistemi di protezione per la salute.

Più o meno suona così: 40 anni fa Montedison lucrava giganteschi profitti facendo lavorare per circa vent’anni (dalla fine degli anni 70 alla fine degli anni 90) migliaia di operai in condizioni di estremo pericolo per la salute, a contatto con sostanze mortali e senza alcuna protezione. L’hanno fatto coscientemente, tacendo i rischi e omettendo precauzioni, perché i dirigenti di Eni sapevano, ma siccome non ne era comprovato il pericolo, hanno agito intascando montagne di miliardi di vecchie lire, sprezzanti delle conseguenze legali. E questa città ha subito le morti perché tante e tanti di noi hanno assistito a familiari, amici o conoscenti che hanno esalato l’ultimo respiro nel reparto di oncologia o  in altri  in cui l’insorgenza tumorale ha semplicemente accorciato la vita strappandoceli via prima.

A distanza di vent’anni, dopo minuziose ricostruzioni e inchieste la giustizia è capace di attribuire una parziale colpa ai dirigenti di Eni, di riconoscere formalmente quanto era ovvio e di sentenziare pene alle parti accusate passando in media dai dieci anni richiesti dall’accusa ai due sentenziati oggi, in un processo che ancora si deve chiudere. Il quadro è frustrante e potrebbe tranquillamente essere un argomento per imprecare al bar su quanto sia corrotto il mondo in cui viviamo.

C’è però un aspetto che lascia sgomenti più di altri, che fa sentire impotenti di fronte a quella che tutti noi chiamiamo INGIUSTIZIA. Delegare a una giustizia che si muove solo sulla monetizzazione degli interessi (e la supercorazzata Montedison di difensori ha agito bene) e rimanere spettatori passivi di sentenze. Talmente passivi che in venti anni di processo ci si dimentica di chi e di cosa si sta parlando, l’argomento non si tramanda tra generazioni e siamo rimasti schiacciati tra l’impotenza e l’omertà. Come se a forza di tirarlo avessimo spezzato un filo di memoria sicuramente doloroso, ma pur sempre un filo che ci appartiene. Forse è il caso di ammetterlo. E’ anche un po’ colpa nostra, di non aver affollato le aule durante i processi, di non aver presidiato e difeso ciò che noi chiamiamo  giustizia sociale, di non essere stati capaci di mantenere viva la tensione necessaria perché il dibattito rimanesse di dominio pubblico e di rivendicare i diritti e le vite calpestate. La storia e l’Italia sono piene di morti per amianto, benzeni e persino morti per uranio impoverito. Tuttavia solo quando la rabbia si organizza, l’ingiustizia prende la forma dell’istanza sociale e diventa collettiva, quando cioè ritorna protagonista la politica, allora la giustizia ha il giusto contrappeso. Perché dobbiamo smetterla di illuderci che un’entità sovra-determinata, basata su una costituzione scritta quattro generazioni fa, possa garantire una democrazia vera. Quell’entità viene alimentata con i soldi, è composta e diretta da persone appartenenti ai ceti più elevati, è onerosa e solo chi ha ingenti disponibilità finanziarie può permettersi di comprare le migliori garanzie di tutela dei propri interessi: la magistratura non è mai stata di sinistra.

Il resto lo fa la politica e la lotta sociale. E’ un insegnamento della storia: sono i rapporti di forza ad interpretare le leggi. Purtroppo da alcuni decenni vincono solo i più forti, sia perché la sinistra è diventata complice dei poteri forti, sia perché due generazioni hanno fatto buon viso a cattivo gioco per qualche spiccio che gli è stato infilato in tasca.           

Pensiamo che le parti sociali e le organizzazioni politiche avrebbero dovuto e potuto giocare quel ruolo importante di  saper trasmettere una storia ai giovani, di identificare un abuso, delimitarne i soggetti che l’hanno provocato, difendere gli interessi collettivi (la salute e l’ambiente in cui viviamo per esempio) e la tutela di chi è stato colpito da vicino da un lutto. Invece possiamo solo limitarci a constatare la loro totale complicità e responsabilità quando non si affonda piuttosto nel buio dell’ignoranza.
Un indignazione che speriamo possa almeno innescare un rigurgito di critica e distanza da chi ancora oggi, nonostante tutto, insiste sul barattare la salute per un piatto di lenticchie.
Non bastavano le sostanze aromatiche che abbiamo  inalato, i rifiuti di Seveso arrivati a Mantova e mai ripartiti, i cloruri della ex-Burgo, le micro polveri dei Turbogas di Burchiellaro, etc..       No oggi abbiamo una Versalis (gruppo ENI) in cui solo pochi giorni fa è andato a fuoco un reparto e oggi minaccia un’uscita di scena indenne con una cessione al fondo americano Sk Capital Partners.

Questo scenario prelude al trasferimento altrove dei propri profitti e un’ equazione in cui per cinquant’anni hanno macinato cifre astronomiche, hanno ucciso dei nostri cittadini, intossicato acqua e terra e un piano di riparazione del danno ambientale a carico della fiscalità pubblica.

Quattro chilometri più in là c’è l’ipotesi di una riapertura della ex-Burgo, con il nuovo inceneritore preteso dal gruppo Pro-Gest e il conseguente aumento di emissioni di micro polveri, in un’aria già satura di sostanze inquinanti. Ancora oggi, nonostante una storia macabra abbia permeato intimamente la nostra città, sono in tanti a sostenere un capitalismo che massacra ambiente e vite umane in cambio di pochi denari. E’ stomachevole trovare in quella schiera alcuni soggetti che rappresentavano l’opposizione al turbogas 15 anni fa. Oppure da chi fa sindacato a targhe alterne, solo quando deve riaffermare il suo ruolo nelle sedi della concertazione, in questo caso totalmente dipendenti dagli interessi dell’imprenditore della carta Zago.

Le nostre vite valgono più dei loro profitti.

Non si costruisce il razzismo sui corpi delle donne!

Da mesi il discorso e le politiche di esclusione sociale promosse dalla destra radicale europea ed italiana trovano concretezza in un razzismo istituzionalizzato che sembra essere diventato normalità e nelle narrazioni securitarie ed allarmistiche che i mass media fanno delle migrazioni e dell’accoglienza.
Dopo i fatti di Colonia i partiti xenofobi e gruppi post-fascisti hanno nuovamente colto l’occasione per alimentare il clima di odio e di violenza che sta attraversano l’Europa e fomentare una guerra tra poveri. A Mantova, come a Modena e Reggio Emilia, Forza Nuova scenderà in piazza sfruttando e strumentalizzando gli episodi accaduti in Germania per Capodanno.
Forse non tutti sanno che molestie, stupri e violenze sulle donne sono all’ordine del giorno in ogni paese al mondo, sono perpetrati in differenti culture e in tutte le religioni. Nel 2015, in Italia, sono state uccise 152 donne di cui 117 in ambito familiare: la violenza sulle donne non ha etnia.
Per chi lo avesse dimenticato, per “mantenere viva la memoria” è necessario ricordare parte della nostra storia. Una memoria rimossa dal mito de “italiani brava gente”. Il colonialismo italiano (ma più in generale occidentale) ha stuprato e violato, non solo territori, ma anche donne e bambini. Uomini, fascisti, che sono poi tornati in patria a difendere le “loro” donne dall’uomo nero proveniente da un continente appena invaso e spogliato della propria identità e delle proprie risorse.
E oggi? “Dove sono i fascisti quando è necessario difendere il diritto all’autodeterminazione delle donne?” – si chiedono alcune compagne in un noto blog femminista –“ In marcia contro l’aborto a definire le donne “assassine”, o nei cortei in favore della famiglia tradizionale, a picchiare duro quando si chiede il riconoscimento delle coppie lgbtq. E dove stanno i razzisti quando bisogna scendere in piazza e difendere pubblicamente le donne che vengono offese, molestate, stuprate, da gente italica? Stanno a dettare norme comportamentali sull’estetica, l’abbigliamento e la sessualità, perché se stuprano se la sono cercata le donne. “
Non lasciamo spazio a fascisti, razzisti e machisti pronti a difendere una società e una cultura occidentale e neoliberista che non è meno patriarcale e sessista di altre ma che maschera meglio, grazie ad un sistema consolidato di principi capitalisti e liberali, la propria profonda misoginia e una cultura maschilista diffusa che perpetra pratiche e modelli violenti, sessisti e omofobi.
Le donne di Colonia, così come tante nostre colleghe, amiche, conoscenti e parenti sono state abusate due volte: la prima da parte di chi le ha molestate e la seconda da parte di chi le ha strumentalizzate per alimentare razzismo e giustificare politiche securitarie e restrittive dei diritti dell’uomo e della donna.
Contro sessismo, violenza, razzismo e repressione è necessario resistere e rispondere con la costruzione di reti solidali autorganizzate e democratiche e con una progressiva estensione dei diritti, lottando contro quei governi che scelgono di applicare misure restrittive alle libertà individuali e collettive, sospendendo i più alti principi di democrazia e libertà.

PILLOLE DI ANTIRAZZISMO: CHI SONO I RAZZISTI E COME FUNZIONA IL SISTEMA DELL’ACCOGLIENZA

Chi è “Mantova ai Virgiliani”?
É una sigla creata da Forza Nuova, organizzazione neofascista, che sta provando a darsi legittimità e inserimento sociale sfruttando l’allarme mediatico dell’arrivo di migranti e replicando in ogni città questa formula (ad es. Brescia ai bresciani, Verona ai veronesi etc.).
Nonostante il tentativo di definirsi come comitato apartitico che ammicca al mondo ultras mischiando nazionalismo e “colori” cittadini, la regia è chiaramente legata agli esponenti locali del partito dell’ex terrorista nero Roberto Fiore.
A questi si sono aggiunti i naziskin legati ai gruppi veneti, alcuni ragazzi raccolti attorno al leader della band nazi-rock (Acciaio Vincente), resisi protagonisti di minacce, aggressioni e mitomanie (ascoltare le canzoni per credere).
Oltre a questo panorama nel “comitato apartitico c’è ben poco, basta scorrere i “mi piace” della loro pagina Facebook per scoprire la galassia neofascista del nord Italia, o riprendere i video della prima uscita alla Virgiliana dove il coordinatore di Forza Nuova del nord Italia (Luca Castellini) coordinava fascisti provenienti da Bergamo, Verona, Brescia e Cremona.
Un comitato che vorrebbe restituire Mantova ai mantovani si è presentato al territorio facendo  gestire la manifestazione a persone venute da fuori (che dei virgiliani sanno ben poco) e utilizzando media nazionali (nel quartiere Virgiliana erano presenti le telecamere di Sky e Rete4) che si ingrassano su problemi su cui servirebbe approfondimento.
Non è che c’è chi sfrutta Mantova solo come vetrina su cui farsi pubblicità?
Oltre a tutto questo ci teniamo a ricordare che le città sono più sicure senza fascisti, come mostrano le implicazioni di membri di Forza Nuova, Veneto Fronte e Casa Pound in diversi episodi di aggressioni premeditate ed omicidi, nel 2006 ad Ostia e nel 2008 a Verona, ai danni di Nicola Tommasoli colpevole di aver rifiutato di offrire una sigaretta.

Emergenza immigrazione?
Negli ultimi mesi sono arrivati in Europa 310mila migranti (1 ogni 300mila abitanti dell’Unione Europea) un pò pochi per parlare di invasione, soprattutto se pensiamo che le nostre economie beneficiano di accordi commerciali (di materie prime) vantaggiosi rispetto diversi paesi di provenienza. Rispetto a questo argomento pensiamo sia sbagliato differenziare tra “chi scappa dalle guerre”(rifugiati) e “chi scappa dalla povertà”(migranti economici), come fa la Merkel insieme a diversi esponenti politici di “governo”, poiché i confini sono estremamente labili ed entrambi i processi sono figli del neocolonialismo economico e politico dell’occidente verso il sud del mondo.
Venendo ai “35 euro giornalieri” vorremmo ricordare che questi soldi sono percepiti dalle strutture e dalle cooperative ITALIANE che ospitano i migranti (che ricevono unicamente 2,50euro/giornalieri di pocket money). I soldi sono prelevati da fondi pubblici (uno Europeo e uno italiano) a cui contribuiscono in gran parte gli stessi migranti con le tasse di rinnovo dei permessi di soggiorno.
Secondo voi gli stessi governi europei che hanno bruciato miliardi di euro di denaro pubblico per salvare le banche private dopo la crisi del 2007/08, sono disposti a “buttare” i soldi per i profughi o sotto c’è qualche interesse?

Quali soluzioni?
Nonostante Forza Nuova continui ad affermare “stop business accoglienza”, sembrerebbe che le loro motivazioni siano dettate da una visione gerarchica delle razze/etnie e da una preservazione dell’Europa “bianca” e “cristiana”. Posto che entrambe le tendenze sono smentite dalla storia e dalla scienza, queste vanno a formare ciò che viene comunemente denominato “razzismo”. Dalla Lega ai neonazisti usano questo approccio un pò perché ci credono, un pò perché sanno che, come il tifo tra squadre, può aggregare la rabbia dei disoccupati o impoveriti nati in Italia.

Perché altrimenti protestare contro i profughi quando è evidente che non sono loro a guadagnare da questo sistema di accoglienza varato quando Maroni era Ministro dell’Interno?

Non sono i profughi a togliere Mantova ai virgiliani quanto le banche, gli imprenditori che trasferiscono capitali all’estero, le imprese che prima inquinano e poi delocalizzano, tutte persone benestanti, bianche e magari pure “virgiliane”.
Guardando i livelli di reddito e di accesso ai diritti però sembrerebbe che gli italiani poveri abbiano molto più in comune con i migranti che con gli italiani ricchi, che sfruttano entrambi. Il modello di accoglienza europea scarica i costi sul sud europa, fa guadagnare i privati (dell’accoglienza e del settore militare) e crea una manodopera a buon mercato e disposta a tutto. É giunta l’ora di considerare le migrazioni come un punto di partenza per una lotta che chieda: maggiori diritti sociali per tutte e tutti; garanzie di reddito e di lavoro; la fine della gestione a terzi (qua le cooperative) dei servizi sociali (non solo accoglienza, ma anche scuola e sanità).

…IN PILLOLE…

INVASIONE? arrivate 121mila persone (= 0,2% popolazione italiana)

SOLDI PER MIGRANTI? i 40 euro vanno a coop e alberghi italiani, la maggior parte dei soldi vengono da tasse rinnovo permessi di soggiorno

LAVORO? non rubano il lavoro, ma anzi vengono sfruttati in settori come agricoltura, dove solo una lotta comune potrà portare a diritti e salari più alti.

CRIMINALITÁ? secondo ministero dell’interno nessuna correlazione tra migranti e criminalità, ce ne sono invece tra povertà, ricatto ed illegalità.

SPECULAZIONE? Come nella scuola, nella gestione dei rifiuti e nella sanità, l’ingresso di privati nei servizi sociali genera speculazioni. Serve quindi un sistema di accoglienza pubblico, unico ed europeo che assuma direttamente senza passare da soggetti terzi (coop bianche, rosse, nere, mafiose etc.)

Una prima importante risposta

Hanno partecipato in tanti, quasi un centinaio, alla manifestazione  “Da che parte stare” contro razzismo, fascismo e terrorismo che la rete antirazzista ha lanciato ieri. Un presidio largo e attraversato da giovani, studenti, migranti, uomini e donne che non vogliono cedere al paradigma di guerra e terrorismo che sta montando in tutta Europa. Per chi non legge il mondo e il sangue versato da Parigi a Gaza, da Bamako a Beirut con la vergognosa rappresentazione mediatica di due insiemi in cui nel primo ci sono i buoni occidentali, bianchi, cattolici, democratici  ed eterosessuali  e nel secondo  i cattivi Non occidentali, Non-bianchi, terroristi e islamici. Perché i cortocircuiti logici sono talmente spudorati che la narrazione del dolore e della paura non la vogliamo lasciare a chi rimane il primo sospettato di essere artefice e complice delle stragi di Parigi e Beirut. Il Califfato esiste e i terroristi islamici ci sono, organizzano e dirigono pezzi di Africa e Medio Oriente. Governano con la paura e il terrore, sono l’espressione più feroce dell’oppressione sulle libertà di espressione, sulla sessualità, sul diritto alla vita. Rendono pubbliche le esecuzioni a morte in cui paventano un raffinato piacere alla rappresentazione pubblica dell’orrore come strumento di dominio e controllo. Qualcosa di simile a quando nazisti e fascisti dovevano punirne uno per educarne cento. Lo stesso orrore e o stesso terrore da cui milioni di persone fuggono e cercano riparo. Ma ISIS non è un corpo estraneo alla governance europea. E’ il servo vigliacco degli interessi dei ricchi Sceicchi e del controllo dei paesi Europei sul Medio Oriente, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna. Non crediamo alle lacrime versate dai governi che da alcuni decenni si spartiscono Africa e Medio Oriente con le moderne forme di controllo e colonizzazione in uno sporco gioco in cui il meccanismo di armare fanatici religiosi diventa una micidiale forma per gestire territori privati della democrazia . Non crediamo a chi ha intessuto fitte trame commerciali del mercato di armi con i Paesi che finanziano le falangi terroriste islamiche (Arabia Saudita in primis), spesso avvalendosi della collaborazione dei flussi agevolati che il mercato nero offre (mafia e n’drangheta per il nostro Paese).  Non crediamo a chi si appella alla necessità di sospendere i principi di democrazia e libertà che abbiamo consolidato, che ci appartengono, esercitando misure di restrizione di libertà individuali e collettive, repressione, muri, frontiere, coprifuochi, rappresaglie, per poi volerli un domani riscriverli. Non crediamo alla tensione inquisitoria con cui canoni  estetici, culturali, religiosi, diventano elementi per agire una discriminazione su un pezzo di persone che lavorano, studiano, giocano con noi ed alimentare panico e razzismo nella nostra quotidianità. Non lasciamo alcuno spazio ai fascisti e ai comitati fantoccio utili solo a proiettare una diversa immagine sull’opinione pubblica, perché loro sono i nostri fanatici contro cui dobbiamo combattere. E badate bene che siamo perfettamente coscienti che non è il solo numero di neofascisti  che ci inquieta, ma il consenso politico ai peggiori rigurgiti razziali: In Francia Le Pen non è al governo, ma il governo di unità nazionale Hollande-Sarkozy-LePen rende l’opzione fascista francese la politica praticata dal Governo.
Vogliamo al contrario essere solidali ed accogliere le vittime che fuggono da un terrorismo che i nostri governi finanziano e mantengono vivo per tutelare gli interessi economici di multinazionali, abbattere i muri, vivere tutti gli spazi dai concerti ai campi di calcio,dai campi di basket ai teatri alle birrerie ai ristoranti a tutti i luoghi di socialità. Oggi è stato l’inizio di un percorso a cui chiediamo a tutte e tutti di partecipare. Una prima importante risposta.

LaBoje! – FavillaCommuniaMantova

IL BUSINESS DELLA LOTTA ALL’ACCOGLIENZA

La melma nera su Mantova e l’artifizio mediatico del razzismo che non c’è

di  Favilla – CommuniaMantova
Spazio Sociale La Boje!

La frazione Virgiliana è una formata da un paio di strade che si intersecano ai capannoni dell’area industriale a est di Mantova.
Ci abitano diverse famiglie di migranti, ma la scarsa densità abitativa e l’assenza di piazze e spazi pubblici di socialità, la rendono una tranquilla zona dormitorio dove ognuno pensa a sé.
Due settimane fa arrivano 45 profughi da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan presso un hotel dismesso da 7 anni, gestiti dalla cooperativa Olinda (esterna alla rete SOL.CO, che domina gli appalti nel settore sociale nel mantovano, settore segnato da una situazione di precarietà e appalti al ribasso, aggravatasi ulteriormente dopo i tagli al welfare).  L’amministrazione del nuovo sindaco Palazzi (al cui interno SOL.CO ha un buon peso politico) polemizza con la scelta della prefettura e si impegna per trasferire parte di quei profughi in altre strutture, con la scusa della destinazione d’uso che stabilisce quanti richiedenti asilo possono essere ospitati.

Approfittando del polverone mosso dalla stessa giunta di centro-sinistra, Forza Nuova organizza un presidio sotto l’ hotel attraverso la pagina, creata ad hoc, “Mantova ai virgiliani”.
Il fratello della coordinatrice provinciale dell’organizzazione neofascista organizza l’evento Facebook, che argomentando in sole 35 parole i motivi della protesta, raccoglie a fatica in una decina di giorni 50 partecipanti.
Ricordiamo che a Mantova Forza Nuova è formata da pochissime persone unite da legami affettivi o parentali che vivono in provincia, lontani dalla città. Hanno provato a candidarsi a maggio a Mariana Mantovana (paese di 721 abitanti noto per la discarica provinciale), in linea con la strategia del loro partito di strappare consiglieri comunali in comuni microscopici, ma non sono riusciti a raccogliere le firme necessarie.

Mentre la pagina facebook campanilista pubblicava foto di tortelli e agnolini, evitando accuratamente di produrre un’ analisi sulla questione dei flussi migratori, i collettivi dello Spazio Sociale La Boje! hanno convocato un’assemblea a cui hanno invitato tutte le forze antirazziste.
Nonostante la ristrettezza di tempo, abbiamo pensato fosse necessario convocare un presidio in contemporanea con quello di Forza Nuova in modo da allontanarli dall’hotel Maragò ed entrare in contatto con gli abitanti della Virgiliana.
In più occasioni nell’ultimo anno abbiamo provato ad aprire percorsi di reciprocità e solidarietà tra territori e migranti, basterebbe ricordare il presidio meticcio “Je suis antiraciste” contro l’attentato a Charlie Hebdo e le sparate razziste dei giorni successivi oppure il progetto dello sport antirazzista nelle periferie. Pensiamo che queste campagne a costo zero abbiano prodotto e stiano producendo strumenti e legami sociali per arginare il razzismo nelle periferie della nostra città.

Uno dei momenti dei Mondiali Antirazzisti a cui ha partecipato l'Atletico Langafia, squadra di antirazzisti e richiedenti asilo nata dallo sport popolare in periferia

Mercoledì ci siamo trovati verso le sei per parlare con gli abitanti della frazione, dare la nostra solidarietà ai profughi e agli operatori sociali che vivevano con preoccupazione le ore precedenti al presidio razzista. Abbiamo trovato un quartiere rilassato, ancor più isolato dopo la chiusura delle fabbriche attigue, in cui pochi sapevano della presenza dei profughi e non valutavano negativamente il riutilizzo della struttura alberghiera.

Dalle 19.00, prima dei reparti antisommossa della polizia, sono arrivati i furgoni delle televisioni (rete 4 e sky tg) appostandosi nella corte in cui era previsto il presidio contro i migranti.
Singolare che a Mantova ci sia stata la presenza di televisioni nazionali, dove di solito manifestazioni ben più numerose hanno visto la sola presenza di teleMantova e MantovaTV.
Questa copertura mediatica si può spiegare solamente con quanto avvenuto dopo, con la calata di fascisti da altre città del nord Italia e con la scaramuccia con le forze dell’ordine da consegnare a fotografi e telecamere.

Quello che è avvenuto mercoledì è uno spettacolo di teatro siglato dal patto tra imprenditori della notizia e teatranti fascisti. Non siamo complottisti come chi sostiene che ci sia un progetto plutocratico per abbronzare la pelle degli europei, ma ci sono interessi materiali in comune.
Da un lato i fascisti provano a sfondare in piccole città di provincia, povere di strutture militanti antirazziste di base, facendo calate da altre città (nei video si sentono esclusivamente dialetti di Verona e Brescia) e usando le curve degli stadi, impoverite socialmente dalla repressione, per stringere relazioni. Cercano di riprodurre artificialmente (ad uso dei media), anche quando non c’è, la rabbia razzista che abbiamo visto esprimersi in altre città, importando megafonatori e agitatori.
Dall’altro i media, alla ricerca di un’audience facile, parlano delle migrazioni celando i fattori strutturali (economici, politici, ambientali) e puntando unicamente su quelli emergenziali e allarmistici. In parole povere sui tg ( che formano l’opinione del 70% degli italiani) il migrante o muore affogato o delinque.

Pensiamo che i veri responsabili della situazione che si è creata siano i rappresentanti delle istituzioni. Ci sembra assurdo che i gruppi razzisti possano organizzare manifestazioni sotto le case dei soggetti che vogliono colpire, limitandone la libertà e la sicurezza. Evidentemente la sicurezza di queste persone è un fattore di serie b.
Lo stesso sindaco, il primo a creare agitazione per non essere stato informato dell’arrivo di quei richiedenti asilo, sicuramente avvertito dal prefetto dell’arrivo di neofascisti da fuori da Mantova, avrebbe potuto esprimersi tempesticamente.

La “valla” e il campo da golf di Melilla

Il modo in cui la giunta ha reagito alla calata nera sulla città ci sembra vergognoso perché presta il fianco ai razzisti.
L’assessore al welfare Andrea Caprini (che da sempre lavora tra Pantacon, Arci, festival letteratura) ha dichiarato «Adesso sposteremo altrove anche gli altri stranieri rimasti al Maragò, ma poi stop. Profughi a Mantova non ne vogliamo più. Adesso bisogna coinvolgere anche gli altri Comuni». Curioso che siano stati spostati in case prese in affitto a CoopCase e affidati alla cooperativa La Cosa (formata da collaboratori della nuova giunta comunale).
Ancor più singolare che Caprini possa stabilire che a Mantova non arrivino più “profughi” o “stranieri”, uno slogan più volte sentito dai sindaci leghisti e lontano da una prospettiva solidale e di attivazione della cittadinanza.
Il quadro si completa con l’autorizzazione al consigliere comunale (ex lega nord) Luca De Marchi, un soggetto che si è presentato alle elezioni con una campagna incentrata contro migranti e sinti, a  visitare la struttura della Virgiliana. Ci chiediamo con quale tipo di specializzazione e conoscenza possa valutare quella soluzione all’accoglienza dei migranti.

Insomma il piano è parecchio inclinato e se alcuni potevano credere che questa giunta potesse arginare gli sfoghi razzisti, è prontamente rimasto deluso.
Non aiuta certamente il qualunquismo con cui tanti a sinistra leggono i processi migratori, traducendoli come qualcosa che non gli interessa, un problema che non è il loro.
Ci chiediamo dove fossero mercoledì sera, nonostante i ripetuti inviti, gli attivisti di CGIL, equal, FIOM, SEL e dell’ ARCI.
Possiamo tranquillamente affermare che se non ci fosse stata la celere i fascisti sarebbero arrivati all’ hotel, ma il razzismo non lo combatterà certamente la polizia. Serviva una presenza massiccia della città per falsificare sul nascere, con lo spessore di un’eterogeneità politica antirazzista, la pagliacciata mediatica allestita dai vertici nazionali di forza nuova.

L’azione dei fascisti (che poi la scorsa notte hanno pure attaccato lo striscione alla cooperativa Alce Nero, inserita in Sol.Co), disinformata e stereotipizzata ha paradossalmente favorito le stesse imprese sociali che dominano il welfare mantovano.
Non sappiamo se la nuova sistemazione sarà meglio dell’hotel Maragò, quello che sappiamo è che lo spostamento non ci è sembrato frutto di una visione politica ampia, ma di intrecci oscuri tra politica e cooperative e di passività verso le vaghe sparate dei razzisti.

il fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l'occasione avendo rinforzi da fuori Mantovail fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l’occasione avendo rinforzi da fuori Mantova

L’unico modo per svelare le speculazioni, combatterle e imbastire un sistema di accoglienza efficace, virtuoso e capace di coinvolgere migranti, operatori sociali e comunità è quello di coinvolgere direttamente questi soggetti a partire dallo sfruttamento che subiscono.
I migranti sballottati come merci su cui lucrare, gli operatori sociali sottopagati e alienati dalle loro funzioni lavorative e le periferie impoverite di servizi sociali, strutture e possibilità decisionale.
Pensiamo che sia necessario fissare un’assemblea per mettere in rete a livello provinciale chi la pensa in questo modo e non ci sta a lasciare le strade e la critica all’accoglienza ai fascisti.

Chiedilo ai cocchieri

una risposta sul tentativo di polemica sull’invito di Curcio alla festa de La Boje! per presentare il libro “La Rivolta del Riso”.

di Favilla – Spazio Sociale La Boje!

Marco Carra non ritiene opportuna la visita di Renato Curcio alla festa de La Boje!, per presentare il libro “La rivolta del riso”, il prodotto di un laboratorio di analisi sociale e narrativa che ha coinvolto educatori, animatori ed operatori sociali impegnati in una riflessione sulle condizioni di lavoro nel cosidetto terzo settore. Condizioni di lavoro che sono state coinvolte dalle radicali trasformazioni che sta vivendo questa realtà a seguito dei tagli al welfare e dello smantellamento dello stato sociale e mercificazione del lavoro di cura – la responsabilità dei quali ricade quindi anche sul Partito Democratico.

Da 25 anni Renato Curcio, dopo aver scontato le pene connesse al suo passato politico, svolge la sua attività di ricerca su questi temi, ed il collettivo di operatori sociali di Mantova ha ritenuto che il libro da lui curato possa essere di stimolo ad un dibattito sulla realtà del settore. Secondo Marco Carra questo lavoro pluridecennale invece non merita di essere discusso. Ci auguriamo che questa sua posizione sia dovuta ad una ignoranza della produzione letteraria di questa casa editrice e ad un desiderio di raccogliere consensi, rivangando vicende legate ad una persona della quale non sottovalutiamo il passato politico, dal quale peró il lavoro successivo si discosta completamente.

Se parliamo di precarietà lo facciamo esclusivamente dalla parte dei precari, ci scuserà se non abbiamo chiamato il suo collega di partito e ministro del lavoro Poletti, sembra più interessato a stare alle cene con i Casamonica che nei luoghi dello sfruttamento.  O forse, se vuole indagare i rapporti tra criminalità e politica oggi, dovrebbe rivolgersi lei alla sezione romana del PD e ai loro amici cocchieri dei malavitosi.

Liberi di solcare il mare

Un contributo verso la manifestazione dei migranti del #13g

Distribuito durante il presidio MaiConSalvini del 22 maggio come foglio di controinformazione “Favilla”.

Nel testo abbiamo provato a smontare i punti principali su cui si costruisce la retorica razzista dei partiti che costruiscono consenso sulla pelle dei migranti. In conclusione abbiamo provato a riassumere su quali fronti le migrazioni pongono sfide ai movimenti e alle istituzioni rispetto l’estensione della cittadinanza e la partecipazione dei territori.

a cura di Favilla – CommuniaMantova

 

due

La migrazione è spesso oggetto di speculazioni ideologiche che quasi sempre pagano bene elettoralmente. Di fronte a qualsiasi fatto di ordinaria cronaca che riguardi i migranti, eserciti di giornalisti e addetti ai lavori dalla Lega al Pd fanno gara a chi riesce a piazzare la provocazione più roboante o la dichiarazione più socialmente spendibile per cercare di raggranellare facili consensi.
Il gioco è facile , partecipato da tutte le forze politiche che governano e che hanno governato e ha assunto molteplici forme da tanti anni. Basta spingere sugli istinti di pancia di lavoratori e disoccupati che stanno pagando di tasca propria il debito dei colossi finanziari europei per fornire elementari quanto false risposte al disagio economico che stiamo vivendo. Il meccanismo diventa semplice se supportato da  narrazione nazionale a reti unificate e a flusso continuo, che sciupa litri di inchiostro per esaltare l’incompatibilità dei migranti con i presunti crismi della cultura occidentale. Un motore a tamburo battente alimentato da tante organizzazioni politiche che spara a cadenze regolari aggiornamenti di cronaca nera sui migranti che colpo dopo colpo hanno costruito solidi immaginari in grado di stordire e disorientare un intero paese. Nella maggior parte dei casi supposizioni e disinformazione di parte erigono inossidabili certezze la dove non esistono fatti concreti, ma soltanto storture della realtà o suggestioni malevole di episodi.  In tal modo  illazioni elevate al rango di notizie ufficiali sedimentano in larghi strati sociali incrostazioni di paura. Il possesso e il controllo della comunicazione peraltro è di ricchi bianchi indirizzata a bianchi non ricchi. Non esiste mai a pensarci bene una versione, almeno per rendere un minimo di onore a al codice deontologico del giornalismo, un racconto seppur parziale dei migranti stessi.
Sentiamo la necessità di dover ricostruire pezzi di verità prima di poter esprimere una valutazione su chi asserisce di voler affondare le carrette del mare, piuttosto che sciorinare un insopportabile pietismo radical-chic in grado di produrre  solo effetti indesiderati di intolleranza sociale.
Tanto per cominciare vediamo di partire dall’aspetto recentemente più mediatizzato del problema. Gli sbarchi clandestini.
Nessun essere al mondo attraversa il deserto rischiando di morire di fame e sete, abbandona la propria famiglia e la propria casa, si consegna a trafficanti di schiavi pagando una somma che potrebbe equivalere a tutti gli averi a disposizione di amici e parenti per rischiare la vita su una carretta del mare o di morire soffocato dentro un container al solo scopo di perseguire il puro piacere di venire a rompere i coglioni al lavoratore italiano già afflitto dalla crisi. Si ipotizza con ogni probabilità che la fuga verso un mondo dove si produce ricchezza risponda alla necessità di dover scappare da guerre e carestie e cercare di poter inviare aiuti ai propri cari che si sono svenati per tentare la fortuna di un attraversamento verso l’Europa. Il movente è approssimativamente lo stesso che costrinse milioni di italiani a emigrare in America Latina e nelle miniere in Belgio per scappare dalla fame e dalle persecuzioni fasciste .

Aiutiamoli a casa loro. Di solito è il refrain utilizzato quando numerosi esponenti politici vogliono premiare il loro profilo umanitario per non intaccare il consenso patriottardo costruito sulla condanna e sull’intolleranza dei migranti. Rimane scontato che se una persona non trova miglior soluzione al proprio presente se non quella di recidere definitivamente i propri affetti e scappare verso un incognito futuro dove è facile trovare solo umiliazione e morte una qualche ragione razionale riconoscibile dal nord e dal sud del mondo ci potrebbe anche essere. Potremmo introdurre a questo punto l’importante elemento di sovranità dei popoli sulla gestione e sul possesso delle proprie risorse naturali. E’ semplice e imbarazzante segnalare che un efficace modo per aiutare un migrante a casa sua è di riconsegnare le ricchezze del sottosuolo al dominio pubblico di quel paese invece di far lucrare profitti postcoloniali alle occidentalissime e cinesi aziende multinazionali del petrolio, del gas, del farmaco e della filiera agricola. Tradotto per gli italiani sarebbe necessario che se Salvini se la sentisse di ripetere una dichiarazione di convinto sostegno ai popoli del sud del mondo per evitare che emigrino dovrebbe semplicemente ripubblicizzare Eni e con una moratoria sui profitti restituire tutte le privazioni di importanti energie del suolo ai legittimi governi dal medio Oriente all’Africa. Ma siccome  soprattutto nei teatri di conlitti bellici i primi a intervenire (così è successo sia in Afghanistan che in Iraq) e ad anticipare l’intervento militare dell’esercito italiano sono proprio gli ingengneri di Eni,  Salvini entrerebbe in  contraddizione con i poteri partecipati dal capitalismo italiano. Ovvio che risulta più semplice raccontare che per evitare stragi in mare è meglio prevenire consegnando merendine e bottigliette d’acqua ai popoli affamati dai profitti del capitalismo e fare leva magari sul pietismo umanitario cattolico.
Un altro efficacissimo sistema per “aiutare un migrante a casa” sarebbe quello di non regalare armi alle fanatiche falangi armate islamiche che tengono sotto scacco milioni di persone sotto le effigi della fede ma che in realtà spesso sono solo mercenari al soldo dei ricchi africani a loro volta in busta paga degli investitori occidentali. Mantenere instabili le strutture sociali di paesi afflitti dal colonialismo è un efficacissima garanzia di farsi i propri profitti senza dover pagar altro dazio che qualche favore ai potentati locali.
Un terzo suggerimento, senza scomodare le poco digeribili teorie sull’imperialismo potrebbe essere quello di respingere a furor di popolo le risoluzioni Onu che legittimano le opzioni belliche e ideologiche dei regimi che godono dell’appoggio e del rifornimento balistico dei paesi Occidentali come Israele e i ricchi sceicchi Sauditi. Potrebbe incredibilmente stabilizzarsi il quadro geopolico ed evitare gli esodi di milioni di persone.

tre
Il capitalismo europeo necessita di forza lavoro a basso costo. Esattamente come la produzione negli Stati Uniti si avvale di forza lavoro di Latinos provenienti dal Messico e di Maquilladoras oltreconfine, in Cina di lavoratori che emigrano dalla campagna con forti similitudini allo schiavismo, in Europa occorre, per garantire gli enormi profitti delle multinazionale massacrare salari e diritti di lavoratori indigeni e avvalersi di forza lavoro ricattabile e immediatamente disponibile. Questa nutrita schiera di disoccupati e sottoccupati alcuni decenni or sono veniva anche descritta da un signore con la lunga barba bianca esercito industriale di riserva. La conflittualità tra lavoratori migranti e indigeni per chi accetta di lavorare alla minore paga possibile per poter permettere al ricco padrone la quinta casa si nutre solo ed esclusivamente grazie al razzismo.

Il flusso costante di persone in cerca di lavoro in Europa è un dato strutturale un solido elemento non governabile dettato dalle condizioni economiche, politiche e sociali in cui il capitalismo occidentale è parte del problema. Il modello della fortezza Europa è costruito a partire dalle esigenze di creare una sacca di manodopera ricattabile che possa contribuire alla crescita delle marginalità di profitto della aziende Europee.
Il meccanismo è semplice. Milioni di persone arrivano in Europa quindi è bastato introdurre un principio in base al quale un individuo può rimanere a tempo determinato a lavorare entro i confini Ue mentre un altro anche se è già arrivato deve rimanere nel silenzio, in clandestinità a lavorare in nero, per contribuire ai profitti e allo sviluppo economico senza poter rivendicare alcun diritto e alcuna paga.  In questo modo hanno utilizzato una leva di scardinamento delle cosiddette rigidità che garantiscono un reddito e l’esercizio dei diritti conquistati con le lotte del secolo scorso che hanno liberato i lavoratori dello schiavismo dell’ottocento. Ecco quindi che viene regolarizzata  una parte di migranti mentre l’altra rimane consegnata a vivere nella paura di essere espulsa. La partitura per quote di un flusso costante di migranti è stata scientificamente progettata per essere inferiore alle reali necessità persino quando non stavamo attraversando la crisi economica che oggi viviamo. In pratica alcuni anni fa se a Confindustria occorreva introdurre una forza lavoro di un milione di migranti le quote formali per rientrare in possesso del permesso di soggiorno regolare veniva fissata a 500 mila unità in modo da avere mezzo milione di migranti clandestini. Per mantenere funzionale questa architettura politica occorrono strutture propedeutiche all’espulsione della manodopera in eccesso (i c.i.e.) e un esercito (Frontex) che respinga le eccedenze del sistema produttivo prima che arrivino e un pacchetto di leggi varate dai governi nazionali che possano legiferare l’incipt delle poliche migratorie europee. In Italia la Turco-Napolitano per prima ha introdotto e reso esecutivo il principio di vincolare la presenza di un migrante a un regolare permesso di soggiorno relegando milioni di persone nella paura e nel ricatto. Ci ha pensato poi la Bossi-Fini a inzuppare di razzismo istituzionale con decentramento dei poteri alle questure un ossatura legislativa razzista che ha per anni fatto lucrare ai capitalisti europei.

Quindi sarebbe il caso di iniziare a chiamare le cose con il loro nome. La Lega e tutta la destra sono servi dei capitalisti. Sono autori e complici di un sistema economico che ha smantellato i diritti conquistati e lo stato sociale per come lo abbiamo conosciuto e conquistato come sinistra rivoluzionaria e conflittuale. Hanno stabilizzato meccanismi di ricatto e sfruttamento per garantire profitti a chi ha già i milioni e si ergono a paladini dei diritti di quelli a cui li hanno privati fomentando odio e razzismo. Un razzismo necessario a giustificare una guerra tra poveri, come già detto, in cui quella che abbiamo conosciuto come lotta di classe si è spostata su un piano di lotta razziale a bassa intensità, in cui i confini geografici accomunano Marchionne a un lavoratore italiano che lavora a 3 euro all’ora per Expo da una parte e dall’altra lo sceicco che si compra Alitalia e sostiene l’Isis accomunato con il magrebino che non sa come portare a casa il pane e si affida all’intervento sociale degli estremisti islamici. Una relazione di potere già vissuta nel nostro paese durante il ventennio.

Le esternazioni sui profughi e sui migranti dalla Lega a Sel, rientrano in un quadro di stabilizzazione di un sistema che opprime, sfrutta e produce ineguaglianze e ingiustizie. Non passa alcuna distinzione di contenuto tra chi dichiara di respingere i barconi con un blocco navale e di cacciare gli immigrati e chi invece propone un accompagnamento dei barconi a trenta chilometri dalla costa Italiana, seguendo le direttive del progetto Triton, per essere poi congelati in un Cara o in un Cie in attesa di una imminente espulsione.
Sono solo modificazioni formali di una prassi politica che non si vuole in alcun modo mettere in discussione. Alcune risultano indigeste e cariche di odio, altre più umanitarie e tolleranti, in base agli appetiti elettorali cui si rivolgono, ma entrambe non modificano di una virgola la sostanza, perché modificare la sostanza presupporrebbe scontrarsi con gli interessi di chi detiene l’economia europea.

Occorre pertanto per far fronte sicuramente all’emergenza di una condizione di fuga di civili da conflitti ma occorre dire con altrettanta chiarezza che se non si cancella il vincolo giuridico che relega un cittadino del mondo allo stato di regolarità non si risolve. Per questo sosteniamo che una moratoria legislativa che ponga una sanatoria per tutte e per tutti subito e  la possibilità di permanere nel suolo europeo con un permesso incondizionato di alcuni anni sia l’unica soluzione possibile per affrontare un dramma umanitario, un problema sociale esplosivo e per zittire lo sciacallaggio politico che si è prodotto sui fondi dell’Ue dedicati all’accoglienza. Occorre recuperare e mettere a valore una solidarietà internazionale con tutte le organizzazioni, piccole o grandi che siano che lottano contro i sorprusi, anche in occidente per la restituzione del diritto ad autodeterminarsi.
Occorre diffondere riprodurre a livello sociale una lettura di classe di un problema spacciato come razziale. E’ un compito arduo perché giocato senza armi pari, ma che può avere imprevedibili accelerate nelle conflittualità autorganizzate dai migranti (la gru di Brescia, la rivolta di Rosarno, eccetera)
Il percorso riavviato dalla call di bologna per una mobilitazione nazionale rimane un buon punto di partenza così come va proseguito un percorso coraggioso da affrontare senza paure su terrorismo e culture dopo l’attentato di Parigi. Non dobbiamo ergerci a paladini della verità con lenti occidentali, ma impegnarci per restituire il protagonismo a chi sta compiendo eroiche lotte di emancipazione contro sistemi opprimenti.