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Le briciole della giustizia e il filo di una memoria interrotta

Marghera 1998. Inizia il processo Montedison. Il pm Felice Casson deposita una richiesta di condanna per 185 anni  ai danni dei dirigenti del colosso della Chimica. Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM (Cloruro di vinile Monomero),  le aziende proposero un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsarono circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo servì a fare in modo che alle udienze non vi fosse più pubblico perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Il processo proseguì perché alcuni lavoratori , tutte le associazioni e i sindacati e gli enti pubblici ( Stato,Regione,Provincia,Comune) non accettarono indennizzi, purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuotò e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo (dal sito ass. Gabriele Bortolozzo).

Mantova 2016

Apprendiamo dal giornale la notizia della decurtazione della pena per gli imputati delle morti al petrolchimico di Mantova. Dimezzamento delle pene e non è ancora finita. 72 morti di questa città, in realtà molti di più perché 72 sono solo quelli che si sono costituiti parte civile nel processo. 72 morti per esposizione a stireni e benzeni, fenoli e cloruri con conseguente insorgenza di mesotelioma, malattie cancerogene e tumorali che hanno ucciso forse centinaia di cittadini. Per la prima volta nella storia, si felicitava il pm Condorelli, nella sentenza del 2015, è stata riconosciuta la correlazione tra i tumori del sangue e l’esposizione al benzene, motivo per cui sarebbero state risarcite le parti sociali e alcune delle famiglie colpite. Non è mai stato però riconosciuta la rimozione dolosa dei sistemi di protezione per la salute.

Più o meno suona così: 40 anni fa Montedison lucrava giganteschi profitti facendo lavorare per circa vent’anni (dalla fine degli anni 70 alla fine degli anni 90) migliaia di operai in condizioni di estremo pericolo per la salute, a contatto con sostanze mortali e senza alcuna protezione. L’hanno fatto coscientemente, tacendo i rischi e omettendo precauzioni, perché i dirigenti di Eni sapevano, ma siccome non ne era comprovato il pericolo, hanno agito intascando montagne di miliardi di vecchie lire, sprezzanti delle conseguenze legali. E questa città ha subito le morti perché tante e tanti di noi hanno assistito a familiari, amici o conoscenti che hanno esalato l’ultimo respiro nel reparto di oncologia o  in altri  in cui l’insorgenza tumorale ha semplicemente accorciato la vita strappandoceli via prima.

A distanza di vent’anni, dopo minuziose ricostruzioni e inchieste la giustizia è capace di attribuire una parziale colpa ai dirigenti di Eni, di riconoscere formalmente quanto era ovvio e di sentenziare pene alle parti accusate passando in media dai dieci anni richiesti dall’accusa ai due sentenziati oggi, in un processo che ancora si deve chiudere. Il quadro è frustrante e potrebbe tranquillamente essere un argomento per imprecare al bar su quanto sia corrotto il mondo in cui viviamo.

C’è però un aspetto che lascia sgomenti più di altri, che fa sentire impotenti di fronte a quella che tutti noi chiamiamo INGIUSTIZIA. Delegare a una giustizia che si muove solo sulla monetizzazione degli interessi (e la supercorazzata Montedison di difensori ha agito bene) e rimanere spettatori passivi di sentenze. Talmente passivi che in venti anni di processo ci si dimentica di chi e di cosa si sta parlando, l’argomento non si tramanda tra generazioni e siamo rimasti schiacciati tra l’impotenza e l’omertà. Come se a forza di tirarlo avessimo spezzato un filo di memoria sicuramente doloroso, ma pur sempre un filo che ci appartiene. Forse è il caso di ammetterlo. E’ anche un po’ colpa nostra, di non aver affollato le aule durante i processi, di non aver presidiato e difeso ciò che noi chiamiamo  giustizia sociale, di non essere stati capaci di mantenere viva la tensione necessaria perché il dibattito rimanesse di dominio pubblico e di rivendicare i diritti e le vite calpestate. La storia e l’Italia sono piene di morti per amianto, benzeni e persino morti per uranio impoverito. Tuttavia solo quando la rabbia si organizza, l’ingiustizia prende la forma dell’istanza sociale e diventa collettiva, quando cioè ritorna protagonista la politica, allora la giustizia ha il giusto contrappeso. Perché dobbiamo smetterla di illuderci che un’entità sovra-determinata, basata su una costituzione scritta quattro generazioni fa, possa garantire una democrazia vera. Quell’entità viene alimentata con i soldi, è composta e diretta da persone appartenenti ai ceti più elevati, è onerosa e solo chi ha ingenti disponibilità finanziarie può permettersi di comprare le migliori garanzie di tutela dei propri interessi: la magistratura non è mai stata di sinistra.

Il resto lo fa la politica e la lotta sociale. E’ un insegnamento della storia: sono i rapporti di forza ad interpretare le leggi. Purtroppo da alcuni decenni vincono solo i più forti, sia perché la sinistra è diventata complice dei poteri forti, sia perché due generazioni hanno fatto buon viso a cattivo gioco per qualche spiccio che gli è stato infilato in tasca.           

Pensiamo che le parti sociali e le organizzazioni politiche avrebbero dovuto e potuto giocare quel ruolo importante di  saper trasmettere una storia ai giovani, di identificare un abuso, delimitarne i soggetti che l’hanno provocato, difendere gli interessi collettivi (la salute e l’ambiente in cui viviamo per esempio) e la tutela di chi è stato colpito da vicino da un lutto. Invece possiamo solo limitarci a constatare la loro totale complicità e responsabilità quando non si affonda piuttosto nel buio dell’ignoranza.
Un indignazione che speriamo possa almeno innescare un rigurgito di critica e distanza da chi ancora oggi, nonostante tutto, insiste sul barattare la salute per un piatto di lenticchie.
Non bastavano le sostanze aromatiche che abbiamo  inalato, i rifiuti di Seveso arrivati a Mantova e mai ripartiti, i cloruri della ex-Burgo, le micro polveri dei Turbogas di Burchiellaro, etc..       No oggi abbiamo una Versalis (gruppo ENI) in cui solo pochi giorni fa è andato a fuoco un reparto e oggi minaccia un’uscita di scena indenne con una cessione al fondo americano Sk Capital Partners.

Questo scenario prelude al trasferimento altrove dei propri profitti e un’ equazione in cui per cinquant’anni hanno macinato cifre astronomiche, hanno ucciso dei nostri cittadini, intossicato acqua e terra e un piano di riparazione del danno ambientale a carico della fiscalità pubblica.

Quattro chilometri più in là c’è l’ipotesi di una riapertura della ex-Burgo, con il nuovo inceneritore preteso dal gruppo Pro-Gest e il conseguente aumento di emissioni di micro polveri, in un’aria già satura di sostanze inquinanti. Ancora oggi, nonostante una storia macabra abbia permeato intimamente la nostra città, sono in tanti a sostenere un capitalismo che massacra ambiente e vite umane in cambio di pochi denari. E’ stomachevole trovare in quella schiera alcuni soggetti che rappresentavano l’opposizione al turbogas 15 anni fa. Oppure da chi fa sindacato a targhe alterne, solo quando deve riaffermare il suo ruolo nelle sedi della concertazione, in questo caso totalmente dipendenti dagli interessi dell’imprenditore della carta Zago.

Le nostre vite valgono più dei loro profitti.

We don’t Sow – non seminiamo, devastiamo

Nella famosa serie tv “Il trono di spade” uno dei regni che compete per il potere del continente occidentale è situato sulle aride isole di ferro, il loro motto è “noi non seminiamo” poiché le caratteristiche del territorio li hanno portati a concentrarsi sull’estrazione di valore dai saccheggi delle città sulla costa piuttosto che sulla produzione del medesimo attraverso la coltivazione.
Sodano, Burchiellaro e Palazzi(*) rispondono alla stesse logiche devastatrici, pur essendo stati a governo di una delle aree agricole più fertili d’Italia. Loro non seminano, devastano!

Il mandato di Sodano al comune di Mantova si avvia pericolosamente alla conclusione, nonostante questa avrebbe potuto essere anticipata da una delegittimazione popolare dalla piazza che lo costringesse alle dimissioni.
La scorsa settimana il sindaco che faceva i viaggi a Roma per i costruttori amici delle ‘ndrine ha dato il suo contributo definitivo al peggioramento della città, nel solco delle giunte precedenti.
É stata concessa l’area dietro a Boccabusa (dietro al polo di supermercati della Favorita) per la costruzione di un nuovo outlet e un nuovo McDonald’s, in una città che in 20 anni ha visto passare le relazioni economiche e sociali dal suo centro storico a delle cementate adibite al consumo.
In secondo luogo è stato approvato il regolamento di polizia municipale contro i bivacchi e l’accattonaggio in una città in cui non si hanno le strutture minime per l’emergenza freddo (il dormitorio arriva al massimo a 40 posti quando ne servirebbero almeno un’ottantina, non molti).
Se Mantova non si mobilità è anche dovuto all’assottigliamento delle reti sociali in un’estensione senza progetto dell’area urbana e dai regolamenti farlocchi che ne limitano la vivacità a quanto ammesso per un centro-vetrina senza mantovani.

Per quanto si stiano presentando come alternative politiche, i nostri tre devastatori rappresentano pienamente le ipotesi economiche neoliberiste, pur con diverse sfumature.
Non per niente i loro partiti hanno contribuito alla realizzazione di Expo2015, esposizione universale sull’alimentazione dominata dalle multinazionali del cibo e dell’agro-business che speculano sulla terra e sulla fame. La filosofia di Expo2015 è simile a quella dei nostri amministratori locali, nemmeno i soggetti che stanno ad Expo seminano (compresa la vergognosa partecipazione del marchio slow food) producendo valore dalla coltivazione, ma devastano (pensiamo all’imposizione di monocolture più profittevoli) estraendone dai territori.
Che sia il regalo di fine mandato di Sodano o Burchiellaro agli “amici” piuttosto che il risanamento guidato da Stefano Boeri di una zona abbandonata, le logiche sono le stesse ovvero quella di estrarre valore e non di produrlo.
Con la crisi partita nella prima metà degli anni ’70 il sistema capitalista si è rinnovato in occidente rimescolando le carte delle regole economiche mondiali. Se prima si produceva valore attraverso la produzione di fabbrica o la coltivazione di un campo o la costruzione di una scuola, si è passati ad un’estrazione (non solo finanziaria) del valore. Oggi ad esempio si estrae valore delocalizzando una fabbrica o fondendo la società con altre, oppure imponendo un prezzo enorme ad una medicina indispensabile, oppure giocando sul costo dei terreni agricoli e il mercato immobiliare.
Il processo estrattivo, oltre che di un mercato finanziario in cui scommetere, ha bisogno allo stesso tempo di convincere la società e farla appassionare. In questo modo ci viene presentato Expo2015 come un’incredibile occasione di conoscenza, l’apertura di un supermercato come uno stimolo per la crescita e il varo di un outlet come l’aumento della libertà (DI CONSUMO).

Quello che si è voluto nascondere attraverso la disponibilità di credito facile è stato il passaggio della totalità delle merci (una casa, il riscaldamento, l’acqua o i libri di scuola) dall’essere definite sempre di più dal loro valore di scambio e sempre meno dal valore d’uso.
Il capitalismo statalista del dopoguerra non era certo buono, ma per una serie di fattori (prima gli alti tassi di profitto e poi la pressione del movimento operaio) era interessato a costruire case che servissero come case. Oggi per esempio può avere senso costruire un quartiere per tenerlo vuoto, guadagnando sul cambio di destinazione del terreno o sul maggiore controllo delle immobiliari nel mercato degli affitti.

Una parte sempre più grande della popolazione però rimane esclusa da questi movimenti di valore, che sia la possibilità di permettersi un affitto nel nuovo quartierino di lusso di Boeri (nell’ex zona popolare) o ai ritmi di consumo sollecitati da outlet e ipermercati. Nel mentre questi ultimi contribuiranno ad eliminare le piccole attività dei paesi limitrofi a Mantova e dei quartieri di questa, cancellando non solo il saper artigiano, ma anche dei nodi sociali (oltre alla loro funzione commerciale) nelle periferie del territorio.
Per tenere queste devastazioni sotto la cappa della pace sociale seguiranno nuove ordinanze comunali eseguite dalla polizia del sindaco (la ex municipale), armata da Burchiellaro, rafforzata da Brioni con la sottoscrizione della carta di Parma (http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2008/06/09/news/nasce-la-carta-di-parma-sulla-sicurezza-1.70370) e utilizzata in modo classista e razzista (vedi il blitz in strada Trincerone contro le case dei Sinti) da Sodano.

(*) per ora è stato solo consigliere comunale di maggioranza nella giunta Burichellaro e assessore di maggioranza in quella Brioni, ma ha già dato il suo contributo in questa direzione con la costruzione del quartiere Borgonovo.

Aemilia: Mafia, capitalismo e la distruzione del territorio

Una settimana fa è scattata l’operazione dei carabinieri contro l’ ndrangheta in tutto il nord Italia. 117 arresti e 46 stato di fermo per personalità legate al mondo imprenditoriale e politico, a pubblici ufficiali e a personaggi da sempre sospettati di mafia. A Mantova addirittura è indagato il sindaco di Forza Italia e si è palesato ciò che condanniamo da anni, la totale dipendenza dei piani di urbanizzazione a reti formate da imprenditori e uomini delle ‘ndrine.

di Favilla – CommuniaMantova // Spazio Sociale LaBoje!

Al di là di ogni interpretazione, la recente indagine “grande Aracri” ha messo in evidenza gli stretti rapporti che intercorrono, da anni, tra la politica locale e le cosche di una o più “ndrine”(clan) della ‘ndragheta; naturalmente il dibattito pubblico mantovano si focalizza su questo tema.
In strada ci si divide tra scandalizzati, indignati, moralisti e garantisti; di conseguenza i politici non mancano di far pervenire il proprio punto di vista sulla stampa, anche in prospettiva delle prossime elezioni comunali. Le accuse che i vari esponenti della politica locale si stanno vicendevolmente scambiando, fanno assomigliare la ricerca di un colpevole all’immolazione di un capro espiatorio che, una volta cacciato, faccia tornare la sana armonia cittadina.
Tuttavia, appare chiaro come l’intero sistema di poteri (politici, sociali, economici) siano ormai totalmente invischiati con la malavita organizzata, a Mantova come nel resto del territorio. Non molto tempo fa Maroni, all’epoca ministro del governo Berlusconi, ed oggi a capo della regione Lombardia, si prodigò in una vergognosa esibizione di omertà dichiarando dalle aule del parlamento  che “al nord la mafia non esiste”. Se, forse,  il presidente della regione non  considera il mantovano parte del nord,  certamente  il segretario della Lega conosce bene il territorio ed i suoi rappresentanti politici, tanto da intervenire personalmente per salvare la giunta Sodano solo tre mesi fa. Ad essere maliziosi si potrebbe immaginare che lo stesso Antonio Muto avrà esultato dopo il rocambolesco teatrino di quei giorni ed abbia pensato con affetto a Salvini ed alla Lega!
Anche in casa PD, passando per le giunte Brioni e Burchiellaro (quando tra i banchi dei consiglieri c’era il giovane Mattia Palazzi) c’è molto imbarazzo, pensando che il nodo gordiano della vicenda sotto indagine risale, più o meno direttamente, a quei tempi.
Tutti collusi, dunque? Eppure, volendo prestar fede alle dichiarazioni dei nostri politicanti, sembrerebbero tutti innocenti. Come se la lottizzazione di lago-castello si sia prodotta da sola tra i verbali dell’assessorato all’urbanistica; come se gli appalti per la costruzione a piazzale Mondadori, con i connessi sgravi fiscali (al 70 %) concessi a Muto siano il frutto di una innocente partita a briscola, e come se le foto che ritraggono il sindaco ed il “costruttore” sullo stesso piazzale siano figlie di un abile fotomontaggio.
La  verità, forse, andrebbe considerata da un altro punto di vista.
Le cosche malavitose non si infiltrano nel tessuto politico a causa della corruttibilità di questo o quell’altro amministratore. Le connessioni tra mafie e politica non sono altro che la naturale conseguenza dei rapporti di potere che esistono nella nostra società. Se la politica si riduce ad amministrare il reale, ovvero perpetuare l’interesse del capitale sul lavoro, la comunità ed i territori; è logico che le più produttive aziende italiane, ovvero le mafie, siano tutelate e salvaguardate dalla politica stessa.
Non vi è una sostanziale differenza morale tra chi decide di chiudere uno stabilimento come la IES (lasciando alla comunità un territorio inquinato e devastato nonché disoccupazione) e chi deposita rifiuti tossici nel sottosuolo campano (devastando il territorio e creando povertà); oppure tra chi decide di chiudere una realtà come la Burgo trasferendone la produzione (per sfruttare al meglio lavoratori all’estero) e tra chi chiede il pizzo alle attività economiche in Sicilia ed in Calabria.
Da sempre le mafie prosperano nelle intercapedini amorali del neo-liberismo. Se i rapporti di potere nelle nostre società continueranno a modellarsi sullo sfruttamento acritico delle risorse, delle persone, dei lavoratori e delle lavoratrici; nella logica del consumo e nel primato etico del guadagno economico, non potranno che essere gli sfruttatori a governarci. Se davvero si vuole cambiare rotta, si deve iniziare a ripensare la legittimità delle istituzioni cosiddette democratiche.
Solo se le società rinunceranno, nel loro interesse, al modello capitalistico si potranno sconfiggere quelle realtà, come le mafie, votate al potere prepotente del dio denaro.

Maggiori info sull’inchiesta Aemilia e le indagini nel mantovano:

1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/04/ndrangheta-mantova-200-villette-inguaiano-sindaco-fi-scontro-nel-pd/1394898/

2) http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/ricerca?tags=ndrangheta

Syriza, Podemos e l’Italia: non basta dichiararsi uniti

Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo, a dir poco imbarazzante dei partiti e delle associazioni a sinistra del PD (che non consideriamo un partito di sinistra) di trovare una nuova dimensione organizzativa e politica. Nonostante gli scarsi risultati ottenuti, anche in termini elettorali, si continua a farneticare sull’unità della sinistra. L’unione di quattro burocrati come Civati, Vendola, e il redivivo Cofferati, con i loro corrispettivi referenti locali, non può dare il via a quel percorso di rinnovamento radicale che tanti di noi auspicano. La cosa si fa ancora più agghiacciante se, per legittimare la propria retorica stantia, si utilizzano esempi ed esperienze come quella di Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, senza adeguatamente contestualizzare la nascita di queste organizzazioni,la loro storia e la situazione politica specifica, per elaborare poi specificatamente una pratica italiana nel contesto europeo.

Syriza nasce in Grecia prima della crisi da un processo lento cominciato all’inizio del millennio, sfociato in una ricomposizione organizzativa di varie realtà della sinistra extraparlamentare. Poco prima del 2012 e dei memorandum della Troika, questa coalizione era data nei sondaggi a poco più del sette per cento. Nell’arco di dieci anni, l’impoverimento drammatico e frustrante subito dalle classi popolari, è stato il detonatore che ha portato Syriza a diventare la maggiore forza di opposizione. Se la crisi non avesse colpito così duramente la Grecia sarebbe difficile immaginare tale risultato.

Ben diverso è invece il caso Spagnolo. In seguito alle imponenti manifestazioni della primavera 2011, la base del movimento spagnolo degli “Indignados” ha sentito la necessità di elaborare una propria piattaforma politica, prendendo le distanze da tutte le realtà politiche esistenti. Podemos rappresenta, quindi, questo desiderio di rottura radicale che investe tutta la società civile spagnola che in esso si riconosce; pur avendo una prospettiva di cambiamento esso è qualcosa di inedito sul panorama europeo , più simile ai percorsi di ricomposizione latino americani che al “fortuito” caso greco.

Se molte sono le differenze tra la realtà greca e quella iberica, sicuramente in comune hanno un rapporto dialettico e di reciproco riconoscimento, seppur parziale, con i cosiddetti movimenti “dal basso”; di quelle realtà che stanno faticosamente ed ostinatamente formulando un nuovo immaginario sociale e nuove modalità politiche mirate a superare le restrizioni della delega per rappresentanza.

A cospetto di tale complessità, ci appare ridicolo il tentativo dei nostri “partitelli” di azzeccagarbugli che sembrano basarsi sull’idea basti essere “a sinistra di Renzi” (come se fosse difficile!),volersi bene e stare tutti insieme per superare le difficoltà che hanno diviso negli ultimi anni. Ad essere maliziosi, si potrebbe pensare che i vari Vendola, Civati, Cofferati e i loro seguaci, siano più preoccupati del successo elettorale che del rinnovamento politico.

Anche noi di Favilla/ La Boje!, con umiltà, ci stiamo interrogando su come costruire una soggettività politica. Non abbiamo risposte immediate da fornire; ma prassi politiche nuove, strumenti di analisi adeguati alla nostra realtà ,maturati da attivisti che sulla propria pelle vivono le nuove forme di sfruttamento. Siamo disposti a condividere la nostra ricchezza e a dialogare con chiunque voglia seriamente affrontare, con noi, il tema della ricomposizione politica di una nuova soggettività di classe a patto che l’obbiettivo comune sia il ribaltamento dei rapporti di forza esistenti, non semplicemente l’immediato successo elettorale.

Favilla-Communia / Spazio Sociale La Boje!

Il senso delle periferie

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Negli ultimi due anni, prima con la campagna “basta cemento” e ora con le attività dello Sportello Diritti, un gruppo di attivisti dello Spazio Sociale La Boje! ha provato a strutturare un ragionamento politico e un lavoro culturale nelle zone meno centrali di Mantova. Perché?

Da una sponda all’altra dell’Atlantico, da Ferguson a Tor Sapienza o i quartieri di Milano, bersaglio quotidiano di plotoni di celere pronti a sgomberare le case occupate, i fatti degli ultime settimane ci raccontano di differenti relazioni di potere presenti ovunque con differenti sfumature, mostrandoci strade per sovvertirle.
La periferia è definita come quell’area collegata ad un centro da relazioni di scambio sfavorevoli a questa.
Come in tanti altri settori della società, anche la struttura delle città è mutata inasprendo le disuguaglianze sociali, a causa delle ricette dell’austerità economica e della privatizzazione dei servizi pubblici già in atto da un decennio.
Viviamo nella società dell’immagine, quindi dobbiamo essere attenti nel comprendere a cosa ci riferiamo: la periferia è più sfumata, ma allo stesso tempo più multidimensionale ed estesa che in passato. Traducendo la constatazione economica della “concentrazione della ricchezza in sempre meno mani”, in termini geografici potremmo dire che ci sono sempre meno centri sempre più ricchi e un maggior numero di periferie sempre più povere.
Non dobbiamo immaginarci solamente i ghetti formati da blocchi di cemento in cui è concentrata la popolazione più povera, ma anche il paese di campagna in cui non arriva più l’autobus, perché hanno tagliato i trasporti, e la frazione di casette a schiera nuove che si allaga appena piove perché viene ignorato l’impatto ambientale.
Periferico diventa ogni luogo in cui non ci siano le condizioni per l’accumulazione del capitale o dove si possa scaricare un taglio dei costi, per esempio costruendo su terreni inquinati o abbandonando materiali tossici in specifiche zone del territorio. Quelle dove più difficilmente la popolazione si organizzerà per liberarsi di quei rifiuti.
Nella direzione della mercerizzazione della città ci sono chiari segnali, anche numerici, come la definitiva estinzione della legge 167, che negli anni ’50 provò a definire i piani urbanistici prevedendo una certa quantità di alloggi popolari. Il governo Renzi procederà infatti alla vendita di 900mila case popolari in piena sintonia con il “piano casa”, che criminalizzò le occupazioni, e con la svendita del patrimonio edilizio pubblico restaurato con i soldi (sempre pubblici) della cassa depositi e prestiti.
Sarebbe stato carino leggere in qualche articolo relativo alla stigmatizzazione degli abusivi, che ha anticipato la “sagra dello sgombero” nelle ultime settimane, che l’Italia tra i paesi ricchi è quello con la minore edilizia popolare pubblica, insieme alla Spagna, e che solo il 5,3% delle famiglie, secondo i dati Eurostat (2011) accede a sussidi di sostegno abitativo.
Nulla è perduto, poiché le periferie hanno dimostrato di “saper vincere” alcune lotte relative alla richiesta di una più equa distribuzione delle risorse nello spazio locale, e anche quando hanno perso hanno prodotto una soggettività nel riconoscere un’identità comune di chi è privato di alcuni servizi, diritti etc. .
Le lotte nelle città brasiliane e in Turchia del 2013 partivano proprio con la pretesa che fossero le classi popolari a determinare una nuova struttura dello spazio urbano, delle relazioni tra patrimonio pubblico e proprietà privata, e quindi, di come investire la ricchezza prodotta socialmente.
Le periferie di Milano e Roma però ci mostrano due volti di come possono evolvere queste situazioni e delle relazioni che instaurano con il potere statale.
I blocchi degli sfratti, in molti casi spontanei, nella periferia milanese parlano un’altra lingua rispetto all’assalto organizzato a Tor Sapienza al centro di accoglienza per i rifugiati. In più stabiliscono delle geometrie totalmente diverse nel relazionarsi con l’ordine costituito.
Senza negare le specificità di ciascun contesto periferico, la composizione delle due periferie sembra simile: alti tassi di disoccupazione (con tutto ciò che ne consegue), una buona percentuale di “abusivi”, mancanza di servizi sociali, ritardi decennali nei lavori di manutenzione di edifici ed infrastrutture.
Lo stato, nella sua accezione fintamente neutrale (da “trenta gloriosi”), quale forza redistributrice e garante di alcuni diritti esiste sempre di meno, sulle periferie scarica il tentativo di fuga da ogni responsabilità sociale e in queste si mostra solo attraverso la faccia della repressione, rigorosamente in divisa blu.
Gli stessi processi migratori, che si manifestano in modo regolare da un decennio, sono prevedibili e gli eventuali aumenti nel flusso di persone sono anticipati da conflitti bellici. Ascoltando i media sembrerebbe che ci siano due approcci nel rapportarsi a questi, il buonismo e il realismo. Specifichiamo subito che questa è una distorsione della realtà, gli approcci politici (o cornici di pensiero) che vanno per la maggiore sono due, il secondo in qualche modo conseguente del primo, ma i movimenti potrebbero incominciare a praticarne un terzo.
Da un lato abbiamo un razzismo istituzionale (per alcuni buonista) sapientemente ricamato dai ritardi e dalle contraddizioni legislative dello stato italiano e dal metodo conservatore dell’Unione Europea, il cui obiettivo è quello di sfruttare il più possibile la forza lavoro migrante, riducendo al minimo una distribuzione dei diritti nei loro confronti.
Proprio in quest’anno in cui quasi la totalità dei migranti sono costretti a spostarsi per questioni repressive e politiche (e non economiche come negli anni precedenti), la UE sta negoziando con alcuni regimi africani dei campi profughi da allestire in Africa.
L’approccio conseguente sono le ondaSte di razzismo che scoppiano in una popolazione sempre meno tutelata dall’instabilità del mercato del lavoro e privata di un sistema di diritti sociali. Questa seconda lettura delle politiche sociali, molto diffusa nel pour parler popolare bianco, la potremmo riassumere così “non ci sono i soldi per noi italiani, non devono arrivare prima agli immigrati”. È il portato della mancanza di politiche pubbliche strutturali sia per quanto riguarda le emergenze umanitarie sia per il mancato rinnovamento (ed estensione) del sistema di welfare.
La riduzione progressiva di spesa sociale e l’affidamento dei servizi sociali ad enti privati (cooperative o grossi poli associativi come Arci o Caritas) che devono concorrere in bandi temporanei e scarsamente finanziati, producendo così un precariato sociale diffuso, è una mancanza, non una dimenticanza.
L’obiettivo del potere infatti è chiaro: mantenere delle separazioni in un welfare di tipo categoriale (e non universalistico) come quello italiano, evitare in ogni modo che si creino delle saldature nelle lotte sul lavoro tra proletariato bianco, giallo, rosso e nero.
Senza estremizzare eccessivamente le similitudini con la situazione statunitense, anche a Ferguson, le maggiori preoccupazioni per i vertici politici dello stato del Missouri sono state quelle relative ad una possibile connessione tra i lavoratori dei trasporti o le lotte per un innalzamento del salario nei fast food e le esplosioni di rabbia per la violenza della polizia.
Le color lines, che in America settentrionale hanno sempre rappresentato un sistema di divisione della classe operaia e delle richieste dei salariati, possono essere un modello per i governanti europei per evitare forme collettive di rivendicazione dal basso verso l’alto di strutture universalistiche di redistribuzione comuni in tutta Europa.
Le spinte razziste come quelle di Tor Sapienza, su cui sta investendo l’estrema destra e quella radicale italiana, conscia di poter inserirsi così negli strati popolari, è come se chiedessero di stare al di qua di una determinata linea di colore.
Il potere statunitense nel corso della storia ha più volte approfittato delle richieste di un determinato gruppo etnico o sociale nell’essere considerato un gradino sopra ad un altro nella gerarchia sociale.
Era il miglior sistema per conservare l’ordine costituito, creando nuove periferie ghettizzanti e indirizzando le peggiori condizioni di vita e lavoro agli ultimi arrivati, hanno saputo mantenere delle forte divisioni nella classe operaia che difficilmente è riuscita ad ottenere unità sociale e ancor di più politica.
É come se a Tor Sapienza chiedessero per i rifugiati una periferia più periferia della loro, ma ci chiediamo se si possano risolvere i problemi delle periferie con la costruzione di nuove periferie, come i costruttori stanno operando già da qualche anno.
All’aria di vecchio, di già visto e già sentito (e non era un bel vedere), delle campagne razziste della destra davanti i campi nomadi o contro gli studenti migranti nelle scuole, si contrappone lo spirito di solidarietà dei quartieri milanesi.
Non è una contrapposizione Roma-Milano sia ben chiaro, quelle situazioni sono replicabili in diversi contesti periferici, ma una distinzione netta tra i rigurgiti reazionari della lotta all’immigrato e le sfide verso quale tipo di futuro poste dagli occupanti di casa milanesi.
Questi ultimi sono duramente attaccati da settimane dalla polizia, dagli organi di stampa, dal governo della città e della regione, perché hanno saputo praticare tentativi di (auto)gestione politico sociale alternativi a quella proposta dalla politica istituzionale.
La foga della giunta arancione di Pisapia nello sgomberare lo sgomberabile, dimostra l’incapacità dei riformisti nel dare soluzioni pratiche nella difesa dei beni e dei diritti collettivi dalla pressione della proprietà privata.
La solidarietà tra sfrattati di San Siro, Corvetto, Giambellino, le strategie di mutuo soccorso conflittuale alternative alla competizione del “si salvi chi può”, l’utilizzo intelligente dell’invenduto e il recupero sociale delle speculazioni edilizie e finanziarie attraverso la pratica dell’esproprio, ci parlano di una società futura, più giusta ed ugualitaria il cui centro possono essere proprio le periferie.

Fonti

http://www.eddyburg.it/2014/11/case-popolari-addio-arriva-il-decreto.html

http://www.communianet.org/rivolta-globale/ferguson-un-nuovo-soggetto-sociale

http://www.infoaut.org/index.php/blog/notes/item/13354-la-struttura-della-citt%C3%A0-%C3%A8-il-prodotto-della-dinamica-capitalista

Mantova, nasce lo sportello diritti, percorsi di mutuo soccorso nelle periferie

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Domenica scorsa, in uno dei giardini della periferia sud di Mantova, è partito il progetto dello Sportello Diritti: un modo per intervenire politicamente sui bisogni creati dall’impoverimento delle periferie degli spazi urbani, attraverso l’attività sociale e pratiche di mutuo soccorso.

Lo “sportello dei diritti” nasce dalla convergenza di intenti, visioni e prassi di diversi gruppi e assoziazioni, sia per composizione che per intervento; tutte, però, concordi nell’idea che l’azione sociale nelle periferie si inquadri come una possibilità, concreta e positiva, per la trasformazione della realtà. Il piano dei diritti (umani, sociali e comunitari) è il contesto dove si muoverà lo sportello, ma se questa formula è stata più volte usata, le associazioni partner del progetto intendono dare un nuovo significato a questa dimensione. Troppe volte, le cosidette attività di sportello o di ascolto, pur partendo da onorevoli propositi, non permettono la totale emancipazione della persona, a causa della tendenza culturale che proietta l’intervento sociale verso il paternalismo morale o l’assistenzialismo. L’ambizione dello “sportello diritti” è quello di favorire l’aggregazione mutualistica, con la ricerca di risposte concrete nella sinergia delle competenze e dell’esperienza della comunita Lo sportello deve rendere protagonisti i cittadini, nei legami comunitari che si fanno portatori di esigenze, vissuti, prassi di autodeterminazione, spesso per difendersi dal decadimento dei diritti, inasprito dalla morsa della crisi economica, dalle politiche di austerità, dello smantellamento del welfare statale. I partner del progetto sono attivi sopratutto nella perifea sud che si presenta, oggi, come un complesso urbano sviluppatosi negli ultimi trent’anni a ridosso di originari nuclei abitativi facenti parte della più antica periferia rurale mantovana. Questa caratteristica, (unitariamente alla mancanza di una pianificazione urbana che guardasse oltre la mera costruzione di unità abitative), ha reso, negli anni, questi quartieri dei classici “dormitori urbani”, nel quale gli abitanti vengono privati dei canali di socializzazione e scambio interpersonale. La crisi economica degli ultimi anni, ha ulteriormente aggravato questa situazione, favorendo la chiusura delle piccole attività economiche presenti e concentrando la quasi totalità degli esercizi in impersonali centri commerciali nati e sviluppatisi contestualmente. Lo sportello si propone quale convergenza di idee, culture, vissuti, laboratori, azioni e competenze, che aumentano il patrimonio dell’autoconsapevolezza della comunità di periferia. L’ispirazione ce l’hanno data le esperienze di mutuo soccorso conflittuale che si stanno attivando nei contesti in cui l’aggressione dei capitali sta mercatizzando qualsiasi forma di produzione e riproduzione sociale.

Nelle prossime settimane partirà un corso di alfabetizzazione durante l’apertura dello Sportello (ogni giovedì dalle 15 alle 20 allo Spazio Sociale La Boje! in strada Chiesanuova 10), mentre di mese in mese organizzeremo iniziative di riappropriazione del territorio dove questo è toccato da speculazioni private (come l’abbandono di siti produttivi dismessi con materiale pericoloso) e dalla messa in disussione dei diritti di cittadinanza.

Favilla – CommuniaNetwork

Il senso dell’anticapitalismo oggi

Pubblichiamo la versione estesa della nostra lettera pubblicata oggi dalla Gazzetta di Mantova. É una risposta al poco attento consigliere comunale di Forza Italia Pierluigi Baschieri, che lamentava l’assenza di una festa degli imprenditori nonostante la festa anticapitalista (a lui sconosciuta) giunta alla sesta edizione.

Nell’attaccarci ha usato la solita retorica filo liberale sulle potenzialità del mercato nell’autoregolarsi e nel produrre progresso, fino a contraddirsi.

Gli abbiamo risposto, provando a mettere in luce quelle grosse contraddizioni per le quali diventa non solo doveroso, ma necessario l’anticapitalismo oggi.

La Gazzetta di Mantova non ha perso comunque occasione per stigmatizzare la nostra azione politica dal basso, intitolando la lettera “l’attualità del pensiero di Carlo Marx”. Notare l’italianizzazione del nome, procedura usuale nella prima metà dell’ 900. Non c’è che dire, molto raffinato come strumento per denigrare un pensiero: mettergli un titolo che sembra datato, nonostante avessimo inviato il nostro con “il senso dell’anticapitalismo oggi”.
Bravi, però ora andate a ritirare l’ennesima mazzetta da Colannino.

 

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Il senso dell’anticapitalismo oggi

Rispondiamo volentieri alla lettera del consigliere comunale di Forza Italia Baschieri e lo ringraziamo sentitamente per averci dato così tanti appigli attraverso i quali esprimere il nostro pensiero sull’attuale fase di depressione economica.
Proprio la nascita di Forza Italia ha spinto (centro-sinistra compreso) verso una politica distante dai problemi dei cittadini, ma molto vicina alle richieste dell’economia e del mondo imprenditoriale. Una politica che più si allontanava dalle masse che lottano per un posticino (magari precario) nel mercato del lavoro, più si sbracciava per dire che imprenditori e lavoratori sono tutti uguali, che basta “discutere di quali strumenti attivare per uscire da questa pesante crisi economica”.
È molto facile ironizzare sulla Gazzetta di Mantova sui “collettivi” o sul “Capitale” di Marx ed Engels, magari diventa un po’ più difficoltoso farlo nel momento in cui questi vengono citati dal New York Times o quando il Sole24Ore (sì il giornale degli imprenditori) parla chiaramente di stratificazione sociale sempre più verticale nel nostro paese.
Che piaccia o meno, l’analisi marxista sui rischi dell’alienazione della forza lavoro, delle crisi di sovrapproduzione del capitale e della tendenza a creare monopoli, rimangono attualissime, a detta degli stessi capitalisti.
Quindi partiamo da un analisi materiale della situazione invece che dalle strombazzate sulla sconfitta del socialismo reale o sul fatto che i lavoratori, ricattati come non mai, siano costretti a tornare di corsa nelle fabbriche.
La globalizzazione è un aspetto centrale del capitalismo che tende ad allargare i mercati in cui opera fin dall’800. La cosiddetta libera impresa (che mai libera è stata, date le differenze di partenza tra gli attori che partecipano alla competizione e l’utilizzo della guerra per stabilire le gerarchie, fin dalla distruzione della produzione tessile indiana nell’800) ha dato vita man mano ad un’economia mondiale sempre più interdipendente e gerarchizzata.
Si stima, ad oggi, che l’1% della popolazione mondiale detenga il 43% della ricchezza, mentre l’80% più povero acceda solo al 6% delle risorse. Nell’ 800, quando Marx scriveva il Capitale la situazione era assai più ugualitaria, e un imprenditore prendeva solo venti volte di più di un operaio.
Questi cambiamenti accelerano dopo il 1973 quando vengono cambiate le regole dell’economia mondiale stabilite a Bretton Woods all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Si passa ad un sistema economico in cui il valore delle merci viene stabilito non dall’oro, ma dagli andamenti finanziari (molto più instabili) e dove i capitali possono muoversi liberamente nel mondo, senza tenere conto delle differenze di sviluppo e di capacità economica.
Questo fu uno dei motivi non solo dell’indebitamento dell’Africa con la conseguente morte di milioni di persone, ma anche stimolo per gli imprenditori occidentali per delocalizzare la produzione dove il costo del lavoro fosse più ridotto.
L’attuale fase di depressione economica si sta traducendo in una ristrutturazione delle relazioni tra proprietà privata e proprietà collettiva. I piccoli imprenditori, che vengono quotidianamente coccolati, sono carne da cannone di fronte l’avanzata di imprenditori multinazionali alla ricerca del profitto. Dove sta la “mano invisibile” della concorrenza di Adam Smith quando tutti i negozi chiudono, a causa dei supermercati, perdendo il sapere artigiano e il legame con il territorio? Dov’è il benessere creato dalla concorrenza quando le piccole imprese agrarie sono costrette ad inchinarsi al mercato internazionale di frutta e verdura (che ci porterà anche gli OGM dopo l’accordo TTIP che UE e USA stanno discutendo segretamente) ? Dov’è la libera impresa quando, a causa di una lieve discesa nella curva del saggio di profitto, un’azienda decide di chiudere annullando il futuro di un intero territorio (magari lasciandolo “da bonificare”)?
Siamo d’accordo con Lei, e anche Marx, che nel 1848 scriveva che gli artigiani e i piccoli imprenditori vengono convinti di essere anche loro capitalisti, di poter competere nel mercato, ma in realtà sono molto più vicini al proletariato che può vendere la propria forza lavoro. Sono pesci piccoli, che i pesci grossi possono sbranare nei momenti di recessione, spingendoli ai sacrifici più assurdi, fino al suicidio.
A questi rivolgiamo l’appello di riconoscersi subito con gli operai che stanno perdendo il posto di lavoro, con i giovani precari e disoccupati, siamo un’ unica e numerosa classe che ha interessi opposti ai grandi industriali italiani che per vent’anni hanno votato Berlusconi e ora sostengono Renzi.
Vorremmo informarLa, che questi, oltre ad avere svariati giornali e associazioni di categoria (Confindustria si dovrebbe chiamare), negli ultimi anni, non hanno fatto una festa, c’hanno proprio fatto le feste. Come dice Gallino, sociologo italiano che insegna a Torino, è la lotta di classe dall’alto.

Spazio Sociale La Boje!

p.s. Alla fine dell’articolo si contraddice da manuale, dice che dovremmo chiedere agli imprenditori le soluzioni per contrastare l’aggressiva globalizzazione imprenditoriale che ci sta impoverendo. Allora sta dalla nostra parte? Dalla parte di una globalizzazione dei diritti dei lavoratori e non delle leggi di mercato?

APPELLO PER LA COSTITUZIONE DEL COORDINAMENTO NO EXPO MANTOVANO

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APPELLO PER LA COSTITUZIONE DEL COMITATO NO EXPO MANTOVANO

L’arrivo a Mantova del barraccone promozionale dell’expo tour, ha manifestato alla cittadinanza quale sarà l’ingerenza di questo evento nella vita sociale del territorio.

Come prevedibile la kermesse istituzionale di domenica mattina si è configurata come la solita passerella di politici, imprenditori, sindacati di sistema, giornalisti, e elementi dell’establishment regionale e locale; tesa a creare consenso egemonico intorno ad un argomento che, al contrario, viene criticato e osteggiato da una fascia sempre piu’ ampia di popolazione attiva.

Ormai da un anno, almeno, numerose forze politiche, sociali e culturali sono impegnate in una seria e consapevole opposizione all’expo 2015. Partendo da Milano, in tutta la Lombardia (e non solo), sono nati e continuano a sorgere comitati cittadini No Expo, mobilitati nella comune consapevolezza che sia necessario creare una forte e compatta rete di opposizione sociale all’evento che, piu’ di ogni altro, si delinea come la promozione delle politiche neo-liberiste e delle ingerenze degli interessi del capitalismo finanziario non solo nei mercati ma, anche, nella pianificazione ed organizzazione delle società del futuro.

Le ricadute di questo grande evento sul territorio, non sono ancora visibili, ma sembrano già chiare nel discorso di politici ed imprenditori e dalle notizie di cronaca quotidiane:

  • abbattimento del costo del lavoro utilizzando contratti precari o tirocini gratuiti per ricattare la massa di giovani disoccupati

  • diminuzione degli spazi di sovranità democratica poichè come le altri “grandi opere” non deve essere coinvolta la popolazione e verificata l’utilità collettiva del progetto

  • accelerazione dei processi speculativi sul territorio come la negazione del diritto alla gestione e alla condivisione delle risorse cittadine e la svendita dei terreni agricoli

  • riduzione della sovranità alimentare di un territorio, attraverso la chiusura delle piccole aziende agricole e l’estensione del controllo delle multinazionali dell’alimentazione, favorite dall’accordo commerciale transoceanico TTIP

  • ingerenza di interessi lobbistici e malavitosi nell’appropriazione degli appalti e delle risorse pubbliche messe a disposizione per EXPO2015

Di fronte a questa grave situazione,si rende necessario allargare il più possibile il fronte di opposizione sociale all’Expo, e di coordinare le iniziative di quelle organizzazioni (e pezzi della cittadinanza) che hanno dimostrato una comune sensibilità nel contestare l’Expo tour, e che di certo continueranno a mobilitarsi in tal senso.

Possiamo fermarli!

[NOEXPO]PANEM et CIRCENSES: SPETTACOLI e SVILUPPO o DEBITO CEMENTO E PRECARIETÁ É

BxhVuKbIAAAXq-bVolantinaggio informativo NO #EXPO verso la mobilitazione dell’11-12 ottobre a Milano, durante al concerto di Van de Sfroos.
L’expo tour con i suoi spettacoli si inserisce pienamente nella retorica pubblicitaria gonfiata per nascondere ciò che expo veramente è: si chiamano i coltivatori della coldiretti a fare il mercato contadino, i cantautori a cantare le canzoni sul Po in dialetto, e nel mentre si promuove un progetto inquinante e distruttivo per quegli stessi segmenti utilizzati per promuoverlo.
per info e materiali noexpo.org


Foto: Volantinaggio informativo NO #EXPO verso la mobilitazione dell'11-12 ottobre, durante al concerto di Van de Sfroos.<br />
L'expo tour con i suoi spettacoli si inserisce pienamente nella retorica pubblicitaria gonfiata per nascondere ciò che expo veramente è: si chiamano i coltivatori della coldiretti a fare il mercato contadino, i cantautori a cantare le canzoni sul Po in dialetto, e nel mentre si promuove un progetto inquinante e distruttivo per quegli stessi segmenti utilizzati per promuoverlo.</p>
<p>per info e materiali noexpo.org</p>
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<p>PANEM et CIRCENSES: SPETTACOLI e SVILUPPO o DEBITO CEMENTO E PRECARIETÁ É arrivato oggi il carrozzone di #EXPOtour a Mantova, con il suo repertorio di saltimbanchi e prestigiatori. Il governatore della Lombardia Maroni, dopo essersi fatto sparire il collo, viene a Mantova a prometterci 1milione e 300mila euro e infinite opportunità. Il prestigiatore leghista però non riesce a far sparire la reale sostanza che si sta muovendo dietro al grande evento: l’enorme spreco di risorse pubbliche, per progetti temporanei e spesso inutili (come il padiglione galleggiante che vorrebbero costruire sui laghi) , a vantaggio di soggetti privati (alcuni mafiosi) collegati al mondo politico-istituzionale per garantirsi gli appalti. </p>
<p>Cos’è quindi EXPO2015? Un’ esposizione universale, inutile dal punto di vista pratico nell’ era delle comunicazioni globali. Un grande evento che non costruirà nessuna infrastruttura di pubblica utilità duratura, ma anzi mostri di cemento che rimarranno abbandonati una volta finito l’evento. Proprio per questo ha bisogno della pubblicità continua, di essere rappresentato come un’occasione imperdibile, indispensabile per lo sviluppo dell’economia locale. </p>
<p>DEBITO Continuano a dirci che è necessario ridurre il debito pubblico, che bisogna tagliare la scuola e la sanità pubblica perché non possiamo permettercele. Eppure, nonostante questa retorica accompagnata dalla progressiva privatizzazione dei servizi sociali e dei territori (dalla privatizzazione del trasporto pubblico alla svendita dei terreni agricoli) si investiranno miliardi di euro per EXPO2015. Gli organizzatori ipotizzano infatti che la metà dei costi dell’esposizione verranno coperti da sponsor e visitatori, ma in realtà negli ultimi 15 anni le esposizioni internazionali hanno registrato affluenze ampiamente al di sotto degli obiettivi previsti. Chiuso EXPO rimarrà un grosso debito, che le banche private faranno fruttare con gli interessi nei prossimi anni, andando ad aumentare il deficit pubblico. Questo è il sistema con cui i grossi gruppi economico finanziari si garantiscono grosse fette della nostra ricchezza, a partire da progetti simili come il TAV. </p>
<p>CEMENTO L’Italia è un paese in via di devastazione, la Lombardia ha raggiunto il 15% delle superficie artificiali sul totale, ma un po' ovunque periferie e zone commerciali si espandono senza pianificazione sociale. L’enorme area di EXPO sarà infatti costruita di fianco al polo fieristico Rho-Fiera che già è tra i più capienti in Europa. Che ne faranno finito l’evento? E del padiglione galleggiante di cui a Mantova non sentiamo affatto la mancanza? Lo stesso tema della manifestazione “nutrire il pianeta” appare contraddittorio nel momento in cui le strutture sono costruite su terreni svenduti attraverso appalti agevolati (da offrire a CL piuttosto che ad Unicredit). </p>
<p>PRECARIETÁ Per EXPO saranno assunte 800 persone con contratti ultra-precari e mal pagati. Oltre a queste si faranno lavorare gratuitamente 18.000 stagisti, magari obbligando le scuole ad andare ad EXPO. Tutto questo in un momento in cui la disoccupazione giovanile tocca il 40% e diventa sempre più difficile trovare una stabilizzazione e l’indipendenza dalle famiglie. </p>
<p>verso il corteo dell’ 11 ottobre a Milano -> uniamo le lotte per la difesa dei territori contro il modello EXPO (ne parliamo ogni lunedì alle 21.00 a La Boje! in strada Chiesanuova 10) </p>
<p>LA BOJE! articolozero.org

É arrivato oggi il carrozzone di #EXPOtour a Mantova, con il suo repertorio di saltimbanchi e prestigiatori. Il governatore della Lombardia Maroni, dopo essersi fatto sparire il collo, viene a Mantova a prometterci 1milione e 300mila euro e infinite opportunità. Il prestigiatore leghista però non riesce a far sparire la reale sostanza che si sta muovendo dietro al grande evento: l’enorme spreco di risorse pubbliche, per progetti temporanei e spesso inutili (come il padiglione galleggiante che vorrebbero costruire sui laghi) , a vantaggio di soggetti privati (alcuni mafiosi) collegati al mondo politico-istituzionale per garantirsi gli appalti.

Cos’è quindi EXPO2015? Un’ esposizione universale, inutile dal punto di vista pratico nell’ era delle comunicazioni globali. Un grande evento che non costruirà nessuna infrastruttura di pubblica utilità duratura, ma anzi mostri di cemento che rimarranno abbandonati una volta finito l’evento. Proprio per questo ha bisogno della pubblicità continua, di essere rappresentato come un’occasione imperdibile, indispensabile per lo sviluppo dell’economia locale.

DEBITO Continuano a dirci che è necessario ridurre il debito pubblico, che bisogna tagliare la scuola e la sanità pubblica perché non possiamo permettercele. Eppure, nonostante questa retorica accompagnata dalla progressiva privatizzazione dei servizi sociali e dei territori (dalla privatizzazione del trasporto pubblico alla svendita dei terreni agricoli) si investiranno miliardi di euro per EXPO2015. Gli organizzatori ipotizzano infatti che la metà dei costi dell’esposizione verranno coperti da sponsor e visitatori, ma in realtà negli ultimi 15 anni le esposizioni internazionali hanno registrato affluenze ampiamente al di sotto degli obiettivi previsti. Chiuso EXPO rimarrà un grosso debito, che le banche private faranno fruttare con gli interessi nei prossimi anni, andando ad aumentare il deficit pubblico. Questo è il sistema con cui i grossi gruppi economico finanziari si garantiscono grosse fette della nostra ricchezza, a partire da progetti simili come il TAV.

CEMENTO L’Italia è un paese in via di devastazione, la Lombardia ha raggiunto il 15% delle superficie artificiali sul totale, ma un po’ ovunque periferie e zone commerciali si espandono senza pianificazione sociale. L’enorme area di EXPO sarà infatti costruita di fianco al polo fieristico Rho-Fiera che già è tra i più capienti in Europa. Che ne faranno finito l’evento? E del padiglione galleggiante di cui a Mantova non sentiamo affatto la mancanza? Lo stesso tema della manifestazione “nutrire il pianeta” appare contraddittorio nel momento in cui le strutture sono costruite su terreni svenduti attraverso appalti agevolati (da offrire a CL piuttosto che ad Unicredit).

PRECARIETÁ Per EXPO saranno assunte 800 persone con contratti ultra-precari e mal pagati. Oltre a queste si faranno lavorare gratuitamente 18.000 stagisti, magari obbligando le scuole ad andare ad EXPO. Tutto questo in un momento in cui la disoccupazione giovanile tocca il 40% e diventa sempre più difficile trovare una stabilizzazione e l’indipendenza dalle famiglie.

verso il corteo dell’ 11 ottobre a Milano -> uniamo le lotte per la difesa dei territori contro il modello EXPO (ne parliamo ogni lunedì alle 21.00 a La Boje! in strada Chiesanuova 10)

LA BOJE! articolozero.org

6° Festa Anticapitalista

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Arriva al sesto anno la festa estiva dei collettivi che autogestiscono, organizzando lotte, eventi culturali e laboratori, lo spazio sociale anticapitalista in strada Chiesanuova 10. Ad oggi non sembrano essere cambiate le esigenze che ci portarono nel 2008 ad organizzare la prima festa de La Boje! all’arci Donini: avere un momento di aggregazione politica e sociale totalmente autogestito attorno ai temi dell’anticapitalismo.

In questi anni sono stati bruciati migliaia di posti di lavoro, tagliati e privatizzati servizi sociali e beni comuni, i quartieri sono in costante allerta contro la realizzazione di speculazioni edilizie favorita dalla svendita di terreni ed edifici pubblici, i territori sono abbandonati ed inquinati.
Grandi opere come Expo2015 e Tav sono diventate infatti il paradigma dell’esproprio di risorse pubbliche e vitali per la società, da parte di gruppi capitalistico-mafiosi.

Sì, siamo di sinistra, stiamo dalla parte dei lavoratori precari, dei migranti, delle donne e dei soggetti LGBTIQ, degli studenti che lottano contro i tagli alla formazione e dei popoli in lotta per la propria autodeterminazione, come quello palestinese. La nostra sinistra però è popolare e dal basso, non trova spazio nei parlamenti e non ha candidati alle comunali, non per idealismo da ribelli en passant, ma perché pensiamo che le contraddizioni del sistema accumulate dalla crisi, non possano trovare soluzione con qualche percentuale elettorale che ripropone da 30 anni i soliti nomi e i soliti partiti. Solo con un coinvolgimento dal basso e una partecipazione che metta in discussione sistema economico e burocrazie, pensiamo sia possibile mettere le vite di tutte e tutti davanti ad un sistema interessato unicamente all’accumulazione crescente di profitto.

A qualcuno potrebbe sembrare una festa dell’Unità gestita da giovani, beh non è affatto così, anzi pensiamo che quel modello (come il partito che lo organizza) sia sbagliato oltre che esaurito.
La festa è vitale non solo per le finanze delle attività socio-culturali dello Spazio Sociale, ma anche per l’attività politica dei collettivi che ne fanno parte.
Il lavoro volontario militante al posto di quello pagato, l’auto-tassazione al posto degli sponsor, la scelta di contenuti in sostegno alle lotte e in aperta critica alla società del consumismo e del profitto si accompagnano a concerti di gruppi fuori dal mercato imposto dalla grande distribuzione.
Gli attivisti de La Boje!, il collettivo studentesco HSL, quello femminista Ma_Le Donne e il gruppo politico Favilla, legato al network Communia (communianet.org), che da un anno ha aperto una libreria/biblioteca con testi di critica sociale al primo piano dello spazio Borgochiesanuova, lavoreranno insieme per 5 giorni. Non solo per fare da mangiare, pulire, gestire gli eventi, ma anche per creare tra un tavolo sparecchiato e un piatto di tortelli, quel luogo ampio di discussione sulle tematiche anticapitaliste e presentazione delle campagne politico-sociali che faremmo partire da settembre.

OGNI SERA DALLE 19.00
cucina popolare
banchetti di associazioni
controcultura

VENERDÌ 29.08
dalle 22.00 live Murubutu & La Kattiveria (rap letterario)
soundcloud.com/murubutu

SABATO 30.08
dalle 22.00 live Banda Popolare dell’Emilia Rossa (combat folk)
bandapopolaredellemiliarossa.it

DOMENICA 31.08
dalle 19.00 il collettivo WU MING presenta il libro “L’armata dei sonnambuli”
www.wumingfoundation.com/giap

dalle 22.00 live performance BIOSCOP di WU MING ContingeNt
www.woodworm-music.com/shop/wu-ming-contingent-bioscop

LUNEDÌ 01.09
serata migrante / SportelloDiritti
dalle 22.00 spettacolo teatrale Poco poco e l’apartheid tonda
di Samuel Hill con percussioni del gruppo D’Equilibre

MARTEDÌ 02.09
dalle 22.00 live e.f.t. (trash-hc) https://www.facebook.com/pages/E-F-T/277663632387318?ref=hl&ref_type=bookmark
+ kazamate (punk/hc)
+ In-Sight (hc)soundcloud.com/in-sight-hardcore
+ Into The Baobab (punk/hc) intothebaobab.bandcamp.com