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LIBERARSI DAI CONFINI

Appello della RETE ANTIRAZZISTA MANTOVA per manifestare il 25 aprile contro le guerre, il terrorismo e la chiusura delle frontiere.

Le terribili immagini della metropolitana di Bruxelles lacerata dalle bombe assomigliano non solo a quelle degli attentati del fondamentalismo dell’ISIS in Africa e Pakistan, ma anche a quelle sulle conseguenze dei bombardamenti occidentali (e dei suoi regimi alleati) sulle città della Siria.
Quelle bombe aiutano tanto Daesh a reclutare tra la frustrazione degli islamici che vivono in Europa, tra la marginalità e l’assenza generale di programmi di solidarietà sociale, quanto la destra nazionalista e razzista che, chiedendo la chiusura delle frontiere e “welfare patriottici”, non fa altro che sostenere i programmi di riduzione generalizzata della spesa pubblica pretesa dalla grande finanza.
Le domande dei migranti fermati dai confini di filo spinato che stanno moltiplicandosi, non interrogano semplicemente un senso di solidarietà sociale europeo ormai sovrastatato dalla precarizzazione di milioni di poveri europei, ma sul ruolo dell’occidente nel mantenere i propri privilegi devastando un mondo stravolto dalle disuguaglianze economiche e dalle crisi ambientali.
L’accordo con il criminale governo della Turchia, che riceverà 6 miliardi di euro in due anni dall’UE, per segregare i migranti nei paesi confinanti e i frequenti scambi commerciali con l’Arabia Saudita (epicentro delle letture ortodosse dell’Islam), sono solo le ultime dimostrazioni di come i governanti europei siano totalmente responsabili di questo clima di terrore.
Cosa c’è meglio del terrore e delle leggi speciali per governare un’Europa in cui aumentano i licenziamenti, si eliminano diritti sociali ottenuti con decenni di lotte e si privatizzano la scuola e la sanità, rendendole meno accessibili ?
Non esiste nessuna separazione tra NOI e LORO basata sul colore della pelle, sulla religione o sulla cittadinanza. Esiste invece una separazione netta tra chi sostiene guerre e disuguaglianze, come i governi europei, l’ISIS e la destra, e chi, impoverito e marginalizzato, migrante o nativo, lotta per redistribuire la ricchezza che pochi stanno accumulando e la libertà di muoversi liberamente nel mondo.

Non possiamo più pensare che la chiusura delle frontiere e la riduzione dei diritti di tutti, siano questioni secondarie e sconnesse. Anzi sono l’asse centrale per i potenti per costruire una lotta tra poveri che gli permette di accrescere tranquillamente, sulla nostra pelle, le loro ricchezze.

Per questo pensiamo che non ci possa essere LIBERAZIONE senza una forte mobilitazione che chieda, insieme ai migranti e ai richiedenti asilo, l’apertura delle frontiere, un nuovo sistema di solidarietà sociale europeo e l’opposizione ad ogni guerra e terrorismo.

Le marce contro il clima e la necessità di una rivoluzione eco socialista

In una lettera pubblicata sulla Gazzetta Bassoli (consigliere di Sel) riprende la manifestazione del climate march che si è svolta anche nella nostra città sintetizzando una posizione largamente diffusa da alcune associazioni ambientaliste ad altre ambigue come Avaaz che coopera direttamente con le segreterie di Ban-Ki-Moon.  Il ragionamento più o meno è il seguente: milioni di persone hanno manifestato la propria preoccupazione (Papa incluso) per l’innalzamento climatico globale nell’auspicio le preoccupazioni collettive sui disastri ambientali riescano a infondere un’etica ai responsabili di  multinazionali e governi nel Cop21. Un copione difficilmente digeribile anche per un cinepanettone. Vediamo perché

Duecento anni di produttivismo hanno portato il sistema climatico al collasso. Le condizioni ambientali disastrose hanno portato alla scomparsa di  interi ecosistemi, catastrofi ambientali che milioni di persone, specialmente i più poveri,  pagano con la propria vita. La responsabilità delle emissioni incontrollate è per l’80% dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, mentre a pagarne quasi sempre le spese sono i Paesi del Sud del Mondo.  Secondo le dottrine liberiste la sola economia di mercato, sarebbe in grado di risolvere la stabilizzazione del clima con il diritto allo sviluppo all’espansione produttiva. Per questo ancora oggi assistiamo alle convention sul clima dell’Onu su cui i media enfatizzano speranze e buoni propositi.  Occorre però dare una spiegazione del motivo per cui i propositi vengono costantemente disattesi da Kyoto a Copenaghen a Cancun e avranno i medesimi esiti a Parigi. Il riscaldamento globale è un dato di fatto e nella migliore delle ipotesi è solo possibile mitigarne al massimo gli effetti e costruire percorsi di adattamento e transizione. Una frase così moderata e condivisibile però presuppone draconiane misure di riduzione delle emissioni e l’utilizzo di tutta la tecnologia disponibile per sostituire un energia fossile con una rinnovabile, a prescindere dai costi.  Le necessità di crescita produttiva e di miglioramento del rapporto costi/efficienza non sono in nessun modo compatibili con un impegno a una riduzione dell’abbassamento delle emissioni. L’energia pulita senza emissioni ha un costo enormemente superiore a quella fossile estratta. Ha un valore sociale crea benefici collettivi, ma un costo di infrastrutture sicuramente più alto. Le lobby delle energie fossili e i settori che da esse dipendono si rifiutano di pagare il conto e perseguono il solo scopo  proteggere i propri sovraprofitti , hanno determinanti partecipazioni ai governi e agli organismi internazionali di monitoraggio (il Cop21 appunto) e  non hanno alcun interesse economico a sostituire le energie pulite e rinnovabili con quelle fossili. Al massimo possono ritenere redditizia l’introduzione di una nuova fascia di mercato per l’utenza che ne ha le possibilità e cerca di contribuire come singolo consumatore optando per una scelta ecosostenibile, ma la risibile energia pulita andrebbe a sommarsi a quella estratta, non a sostituirla.  Quindi occorre chiarire che per  salvare il mondo dalle catastrofi ambientali occorre rivoluzionare il sistema economico e rivoluzionare quello energetico. Questi principi configgono violentemente, senza alcuna mediazione possibile, con le necessità di aumentare rendite e profitti delle multinazionali, che avranno i loro maggiori ricavi intensificando lo sfruttamento intensivo del suolo, l’inquinamento delle acque, il decentramento delle attività produttive dove non esistono controlli (petrolchimici in primis), lo sfruttamento della forza lavoro e ovviamente le emissioni di CO2.  Eppure il potenziale tecnico delle energie rinnovabili consentirebbe di coprire per oltre dieci volte i bisogni dell’umanità. Non si tratta quindi di una impasse fisica, ma sociale. La sostanza di fondo del problema, è politica. In ultima istanza scelta che abbiamo di fronte è drammaticamente semplice:
O si ridimensiona radicalmente la sfera della produzione capitalistica per garantire la transizione verso un altro sistema produttivo ed è allora possibile limitare al massimo i danni del riscaldamento pur garantendo a tutte e a tutti uno sviluppo umano di qualità, basato esclusivamente sulle energie rinnovabili
O si resta nella logica capitalista di un’accumulazione sempre più frenetica, e allora il disordine climatico che ne deriva riduce drasticamente il diritto di esistere per milioni di persone e le generazioni future saranno condannate a fare le spese della rincorsa di energie pericolose: nucleare,Ogm, agro-carburanti e stoccaggio geologico della CO2
Soluzioni intermedie non esistono, o sono solo speculazioni illusorie di chi vuole rabbonire un’opinione pubblica inferocita per i disastri a cui assiste e subisce, che deve tutelare i propri profitti

Come, Cosa,Dove e per chi produrre. La transizione energetica non è solo necessaria ma dovrà anche essere radicale. Noi optiamo per un modello energetico che richiami una società democratica e una gestione partecipativa e socialmente controllata, in cui i beni comuni siano condivisi collettivamente e non sottoposti alle leggi di valorizzazione del capitale. Per questo cogliamo lo spirito positivo con cui le climate march sono state convocate ma poniamo la necessità di dover intraprendere rivendicazioni altre dal tirare la giacchetta dei potenti per incrementare i propri guadagni avvelenano e uccidono il pianeta.  Sarebbe necessario che tutti ci riappropriassimo della politica e della necessità di determinare le esigenze di vita nostre che non sono quelle delle aziende e delle banche italiane. Peccato che il movimento ambientalista che ha manifestato esattamente tali principi abbia subito la repressione della polizia e la criminalizzazione del governo Hollande.
Per questo solidarizziamo con gli arrestati a Parigi e la repressione della Gendarmerie francese e  oltre a voler confrontarci su un analisi teorica e scientifica siamo impegnati nella costruzione di alternative dal basso.

Vieni a confrontarti con noi:
#martedì8dicembre per il corteo in difesa a Mondeggi-fattoria senza padroni (partenza h11 a La Boje!)
#domenica13dicembre durante la visione di cowspirancy – doc sull’industria della carne e la sovranità alimentare
# verso la fine di dicembre verso il lancio della rete di autoproduzioni di Genuino Clandestino

L’antifascismo non si delega

Alla fine di Agosto la città di Mantova ha assistito alla prima manifestazione importante del comitato, sedicente apartitico, “Mantova ai Virgiliani”. In quella occasione la calata di gruppi neofascisti di Forza Nuova, e l’adesione non trascurabile di cittadini mantovani ha testimoniato un dato lampante: l’unica invasione che vive la nostra città è quella dell’odio!
Chi, come noi dello spazio sociale La boje e Mantova Antifascista e Antirazzista ha compreso fin da subito la gravità dell’episodio, non ha esitato a scendere in piazza, a contrapporsi alla sfilata dell’intolleranza e della violenza questa, sì, realmente odiosa
Il 21 Novembre “Mantova ai Virgiliani” inscenerà le sue menzogne nel cuore stesso della città, quel centro che si appresta a diventare la vetrina della capitale della cultura 2016 ma che, per ora diventerà la kermesse di gruppi neofascisti e razzisti.
Come in Virgiliana abbiamo difeso la periferia, non esiteremo a difendere il centro città! Siamo ben consapevoli che il consenso che questi gruppi sembrano riscontrare è una reale minaccia al progresso civile e sociale della comunità; e se si concederà loro ulteriore spazio, nuovi luoghi di rappresentazione, si alimenterà il loro legame con gruppi politici istituzionale come la Lega e la lista De Marchi; ebbene l’unica cultura che Mantova rappresenterà il prossimo anno sarò quella dell’odio, dell’intolleranza, e della nostalgia fascista.
Per questi motivi invitiamo chiunque, singole e singoli nonché associazioni, gruppi politici veramente antifascisti ed antirazzisti, a costruire una risposta chiara e determinata contro l’ennesima invasione fascista sul suolo mantovano!

Restiamo Umani

Piangiamo le vittime di Parigi e solidarizziamo con i loro cari.
Proviamo odio per chi disprezza l’umanità a tal punto da eseguire un orrore come quello visto nella capitale francese. Vogliamo però con altrettanta enfasi denunciare lo sciacallaggio mediatico in corso. Non possiamo lasciare alcuno spazio a chi oggi a poche ore da un dramma che coinvolge tutte e tutti fomenta napalm sul Mediterraneo, fuoco e fiamme su pretesti razziali, rappresaglie basate sul colore della pelle piuttosto che sull’intimità religiosa e cerca di indirizzare l’indignazione collettiva e la rabbia di tutti verso una Guerra.
Vogliamo capire, analizzare, riflettere le dinamiche e i moventi.
Vogliamo in tal proposito socializzare alcune considerazioni.
Le organizzazione terroristiche islamiche esercitano guerre e genocidi a danno di milioni di persone che vivono in Medio Oriente. E’ dalla repressione, dalle torture, dai genocidi per mano di terroristi e di alcuni regimi, Assad in primis, che i migranti scappano e cercano rifugio in Europa. Dall’Egitto alla Rojava, passando per il martirio del popolo siriano per opera di Assad. Purtroppo le resistenze laiche e socialiste che si contrappongono alle organizzazioni integraliste islamiche devono anche combattere contro l’appoggio dei governi occidentali ai regimi Islamici, come vergognosamente accade nelle operazioni militari in Turchia tra Erdogan e Isis avvallate dall’Onu. I Governi occidentali hanno strette relazioni economiche per l’approvvigionamento e il possesso di risorse energetiche, soprattutto gas e petrolio dei regimi Mediorientali che appoggiano incondizionatamente le falangi fasciste e terroriste dell’Islam. La barbarie imperialista e la barbarie islamista si alimentano vicendevolmente per il controllo delle risorse. A pagare il prezzo di questi conflitti siamo tutti noi. Sono i 140 morti a Parigi, sono i 30 morti a Beirut sempre ieri per mano della stessa Isis, sono i migranti che scappano e che forse hanno travato morte nella capitale francese. Siamo tutti noi a pagare con i nostri morti le loro guerre imperialiste. Hollande e Assad sono due facce della stessa medaglia. Vogliamo nei prossimi giorni raccontare realtà diverse da quelle che fomentano odio, guerre e razzismo, perchè esse sono esattamente la stupida conseguenza del problema che li genera.

Spazio sociale LaBoje!

OXI LIBERA TUTTE E TUTTI

 

DA PIAZZA SYNTAGMA RINASCE LA NUOVA AGORÀ DEI POPOLI

Nel 2011, e anche prima, da piazza Syntagma si alzavano scure nubi, frutto della esplosione rabbiosa di un popolo che diceva chiaramente di non volersi piegare ai diktat della troika. Oggi quella rabbia si è organizzata in una coalizione come syriza che, pur con le sue contraddizioni, non ha voltato le spalle a quella piazza in fiamme ma, al contrario, le ha dato dignità e protagonismo politico.

Chi come noi ha condiviso dal primo momento quella rabbia, sapeva che si sarebbe arrivati a questo momento, il giorno in cui il capitalismo e le politiche neo-liberali hanno rivelato il loro vero aspetto: una maschera di opressione, odio, egoismo ed ingiustizia!

In queste ore difficili in cui l’assalto alla democrazia in Europa si fa sempre più duro, c’è bisogno della presa di parola e di posizione di tutte e tutti noi!

Saranno i nostri gesti a cambiare il corso degli eventi, ce lo insegna la Grecia, ce lo impongono le nostre vite, sempre più bisognose di un cambiamento, sempre più soffocate da un regime tecnocratico che con il ricatto del debito sta cercando di prendere il controllo politico dei popoli europei.

C’è bisogno di tutti noi, di tutti quelli a cui le politiche di austerità hanno tolto il diritto alla salute, alla pensione, all’istruzione, al lavoro, alla dignità, di tutti quelli rimasti soli nella crisi, segregati fuori dai confini della fortezza europea.

Nelle ore in cui cadono le maschere e si rivela con chiarezza il terreno dello scontro c’è la necessità di scavalcare la paura e respingere i ricatti e andare dall’altra parte, di dare voce alla maggioranza delle persone fino oggi rimasta invisibile e senza diritto di parola, per popolare insieme una grande agorà europea; uno spazio allargato di ricostruzione, di coalizione, di solidarietà, di giustizia sociale, di democrazia e di pace costruito dal basso che abbia a cuore le sorti delle persone dove abiti il meglio di noi. Abbiamo bisogno di una lotta popolare in cui far nascere una nuova Europa.

Questo è il momento della speranza, questo è il momento del coraggio: la democrazia comincia da noi.

OMNIA SUNT COMMUNIA

FAVILLA-COMMUNIA/SPAZIO SOCIALLE LA BOJE!

RICONVERTIRE UN PETROLCHIMICO? INTERVISTA AD UN LAVORATORE DELLA IES

RICONVERTIRE UN PETROLCHIMICO?
INTERVISTA AD UN LAVORATORE DELLA IES

[intro e intervista a cura di Favilla-CommuniaMantova]

Si avvicina il primo maggio e la data di mobilitazione nazionale contro il grande evento di EXPO2015 denominato “nutrire il pianeta”. Ci sembra il contesto più adatto per pubblicare l’intervista fatta a fine febbraio a Stefano Lodi Rizzini (lavoratore della raffineria e iscritto CGIL) della RSU della IES. L’ anno scorso la raffineria, da qualche tempo sotto la gestione del gruppo multinazionale IES-MOL, ha deciso di chiudere la raffinazione di idrocarburi per divenire mero centro di stoccaggio. Mantova nel secondo dopoguerra ha legato il suo destino al distretto chimico-industriale definendo uno skyline di tubature e camini parallelo a quello risorgimentale. Allo stesso tempo sono stati inquinati irreparabilmente quei laghi che la circondano e che per secoli l’hanno protetta definendone clima e morfologia. Questa intervista a cura del collettivo Favilla – CommuniaMantova tocca tutti i passaggi della lotta per la difesa del posto di lavoro, le relazioni con il mercato mondiale degli idrocarburi e le alternative che si potrebbero mettere in campo. I lavoratori infatti si sono trovati tra le mani un’ipotesi seria di riconversione ambientale che permetterebbe a diversi di loro di tornare occupati e ai cittadini di Mantova di riappropriarsi dell’ambiente. Negli ultimi mesi il nostro collettivo ha insistito sul tema delle fabbriche recuperate. Non si è trattato solamente di solidarizzare con l’esperienza milanese di Ri-Maflow, il più avanzato esperimento nazionale di occupazione e recupero della produzione da parte dei lavoratori (in rete con altre esperienze internazionali su workerscontrol.net), ma anche di ragionare di una strategia di lotta che sembra dare qualche frutto. Per quanto siamo consci della distanza tra queste esperienze e le officine Putilov di San Pietroburgo (…e per fortuna), la riappropriazione del lavoro ci sembra in diversi casi l’unica soluzione per vincere e non tornare a casa con la cassa integrazione e qualche promessa. Mancando la forza sinergica del movimento operaio, riappropriarsi del lavoro può essere un primo passo non solo per cambiare la concezione del lavoro, ma anche per riconoscersi e ottenere dei risultati di fronte la burocratizzazione e l’indebolimento dei sindacati nelle vertenze. Se la giustificazione dei capitalisti è quella dell’opportunità di delocalizzare il lavoro dove costa meno, o scorpolarlo in cooperative esternalizzate, riprendersi il proprio luogo di lavoro e prodursi un reddito può essere una risposta sensata. Generata non tanto dallo spirito rivoluzionario, quanto dalla ricerca di alternative ad un sistema capitalista che sempre più fatica a nascondere la sua logica distruttiva, impattando i territori e le vite delle persone come se fossero materiali “usa e getta” con cui produrre profitto. I lavoratori della IES non devono essere lasciati soli in questo anno che li porta alla fine della cassa integrazione, ma andrebbero appoggiati con una rete dal basso che supporti questo tipo di riconversione ecologica. Il rischio è quello di lasciarli nelle mani del prossimo miglior offerente e di perdere l’ennesima occasione di riprendersi i laghi e le sponde e far partire le bonifiche delle falde e dei terreni.

Come inizia la crisi nel settore degli idrocarburi e come si collega con
la notizia del disinvestimento del gruppo IES-Mol sulla raffineria di
Mantova (ovvero dall’attività di raffinazione a quella di semplice
deposito di petrolio e derivati)?

Abbiamo sempre pensato ad una raffineria i cui  padroni  di maggioranza e di minoranza degli ultimi vent’anni Mario Contini e Adolfo Vannucci , figure legate al territorio, potessero garantire da sole una controparte con cui confrontarsi.
Passando invece al un gruppo multinazionale di origine ungherese (MOL) ovviamente ti trovavi con un grande gruppo, con grandi comparti e una struttura molto complessa (tipo l’ENI italiana). Questa grande potenza si pensava potesse far fronte agli investimenti per rinnovare la raffineria, ma ci siamo accorti con il tempo che non è stato così.
Non è sempre corretta la relazione ideale in cui  chi ha più soldi, metta più impegno e risorse su un investimento e rispetto  per la responsabilità sociale dell’impresa su un territorio. Anzi tante volte è l’esatto contrario e le multinazionali estere che si insidiano sui nostri territori lo hanno sempre dimostrato.
Abbiamo conosciuto una crisi improvvisa, nel senso che erano preannunciate contrazioni
nel settore della raffinazione un po’ in Europa, e quindi in Italia , ma queste non giustificavano da sole il fatto che dovesse chiudere in maniera così repentina e massiccia dappertutto.
O almeno, potremmo dire che di fronte ad una contrazione del fossile, della raffinazione tradizionale, a beneficio di altre tecnologie dell’energia rinnovabile, si poteva benissimo immaginare un sistema di riconversione. Cosa che di fatto non è mai avvenuta.
Un grande gruppo che può vedere avanti negli anni, non può aver considerato che cinque anni prima avesse acquistato una raffineria a Mantova che (costatagli centinaia di milioni di euro) senza avere soluzioni alternative o una pianificazione che potesse durare nel tempo con un progetto di riconversione della raffinazione tradizionale.
Ci hanno dato in modo improvviso la notizia della chiusura ormai più di un anno fa. Solo pochi mesi prima ci avevano comunicato che erano pronti a fare degli investimenti sul territorio. Pensavamo di poterci fidare di un grande capitale che invece si è rivelato un gigante con i piedi d’argilla.
Il settore del petrolio sembrava essere indistruttibile e coperto dai pericoli di mercato e invece ci siamo accorti che con una mancanza di un piano energetico nazionale (mancanza che c’è da sempre nel nostro paese), si trova una desertificazione sociale e la disoccupazione.
È  un territorio abbandonato perché la raffineria lascia soli i lavoratori e le loro famiglie, ma anche un ambiente inquinato, un territorio che deve essere bonificato poiché è già a credito di salute e benessere.  Il rischio serio e’ che poi possa essere abbandonato, in quanto sappiamo benissimo che un polo industriale, una volta dismesso, si trova a non avere i fondi necessari per affrontare le bonifiche. Quindi,paradossalmente, una raffineria in attività ha più soldi per rendere operativo un piano di bonifiche. Se  chiudi, è chiaro che nell’abbandono succede come è successo alla Tamoil di Cremona dove, dopo aver chiuso, i materiali pericolosi sono rimasti tutti lì per parecchi anni.
É sicuramente vero che senza la raffineria in attività la città di Mantova è meno investita dall’inquinamento, ma se non si inquina qua, si distribuiscono gli impianti di raffinazione nel sud del mondo. E qui apriamo un altro capito, il fracking americano, l’olio di palma, la deforestazione per il food. Togliamo il food per fare noi le rinnovabili e quindi togliamo gli alimenti alle persone per poi dopo creare energia e questo crea una contraddizione sopra l’altra.
Alla fine noi, che ci troviamo sbattuti fuori dal mondo del lavoro, dobbiamo assistere anche al dramma delle persone che perdono il lavoro con conseguenze gravi dal punto di vista psicologico. A tal proposito abbiamo fatto diverse iniziative su questo asse di intervento, grazie ad una Associazione no-profit  di Firenze  che si chiama ILEX che nella mensa occupata della Cartiera Burgo ha attivato  gruppo d’ascolto per i lavoratori licenziati; laddove si potessero ritrovare quei lavoratori che mostravano i sintomi della depressione, della rabbia e della desolazione.

Sintomi di persone che non volevano credere di aver perso il lavoro e rimuovevano, dicevano “vedrete che domani arrivano i camion a caricare” oppure “maddai sarà una crisi passeggera”.
L’incredulità e la rimozione sono sfociate nella depressione, ci sono state pure delle separazioni familiari che abbiamo dovuto gestire.
Abbiamo anche lanciato l’iniziativa dei post-it, erano bigliettini di sofferenza che venivano attaccati nei punti strategici della città in modo da dare valore al nostro dolore, facendolo uscire dalle mura
familiari. Diventava così un dolore pubblico e condiviso. Abbiamo, cosi’ fatto esperienza anche di quegli strumenti dell’assistenza diretta che si formano nella fasi di crisi e depressione economica.
La IES, seguendo una logica spartitoria basata su produzioni e prezzi con altre multinazionali del petrolio oltre il Confine Nazionale ha dismesso la raffinazione a Mantova.
Ma non si è stati in grado di costruire un programma anche dopo la chiusura, capace di mettere in piedi un piano industriale che prevedesse la costruzione di qualche altra iniziativa,come ad esempio  bio-raffinazione, biocarburanti da bio-masse, joint venture di trading petrolifero ed energie alternative.

20130918_064009_2918_2_ITM_IMG_BIG_7776Qual è stata l’ultima affermazione di IES-MOL, semplicemente il fatto di tenere  la raffineria di Mantova come deposito o c’è qualcos’altro?

MOL ha dichiarato all’improvviso “basta, stop alla raffinazione”, da 400 persone diventerete 80 e manterremo a Mantova un polo logistico. Importeremo da Marghera attraverso la pipeline il prodotto finito (prodotto e raffinato all’estero con i sistemi americani). Si stoccherà in 5 nostri serbatoi e poi verrà rivenduto, quindi con margini ridotti e minore rischio.

Quindi dalla situazione individuata dall’azienda non ci si è mossi
nonostante le proteste?

No. Ciò è potuto accadere anche per i ritardi cittadini, che hanno contribuito a trasformare Mantova da città in pieno sviluppo e tra le città più ricche d’Italia, alla provincia con la maggiore percentuale di disoccupati della Lombardia. Quindi siamo precipitati.
Ancora adesso l’azienda non vuole, non c’è la volontà di fare imprenditoria e di diversificare la produzione. La RSU inoltre si è trovata in una situazione contraddittoria e paradossale di dover fare lei una proposta che vada nella direzione delle nuove filiere produttive e che superino le catene di produzione tradizionale.
Questa proposta  andrebbe ad inserirsi nelle linee d’azione che le istituzioni europee dettano rispetto alla riconversione della raffinazione tradizionale.
La nostra società, la MOL, ha incaricato un’altra società che si chiama Sofit BPI che sta lavorando per riassorbire la manodopera nel territorio mantovano, finora senza risultati.
Il biocarburante di terza generazione, produzioni di biocarburanti e combustibili da biomasse, produzione di gas da biomassa, featuring remediation e riqualificazione delle aree, attività legate a culture idroponica (quella portata avanti dai lavoratori) e insediamento di un campo solare fotovoltaico, queste erano le azioni che si potevano sviluppare sul territorio, una volta trovato un investimento, per rilanciare il polo industriale !
Ma dietro non vediamo nulla! Mentre anche il biodisel, nonostante abbia quote ancora basse in Italia, che potrebbero essere aumentate per affiancarlo alle benzina; lo sta  già facendo la raffineria di Venezia, anche se la nuova produzione sembrerebbe più garantita dai Fondi Europei che non dettata da una convinta idea di riconversione.
L’apertura di centrali a biomasse ha però forti contraddizioni rispetto la concezione di una produzione agricola indirizzata non a produrre cibo, ma carburanti.
Certo,paesi come Austria e Germania, questi fondi europei li prendono e noi comperiamo da loro i prodotti.
Noi, provocatoriamente, abbiamo portato al tavolo delle trattative il progetto “AGRO THERME” che  è stato proposto alla R.S.U. della Raffineria da un ex direttore , un grande progettista, che aveva studiato altri progetti di riconversione delle raffinerie. Non solo la coltivazione idroponica, ma anche per  alghe e  fotovoltaico.
Questa persona, ci sta aiutando attraverso la progettazione delle serre Idroponiche appunto che lui stava già promuovendo sul territorio nazionale.
Abbiamo, successivamente  chiesto all’azienda se era disposta a concedere parte del terreno ( che si affaccia su uno dei laghi che circondano Mantova)  170mila metri quadri per fare le serre di coltivazione di lattughino di quarta gamma. Significa che tutte le culture di serra sono di seconda gamma; in pratica fanno l’inseminazione, la coltivazione e poi il trasferimento del prodotto ad un impianto di impacchettamento.
Nel nostro progetto invece c’è un ciclo a freddo dove si semina, il prodotto cresce, viene tagliato e impacchettato e spedito in brevissimo tempo via aereo, treno o autostrada,proprio come  fanno le grandi società che sono attive sui mercati internazionali della verdura.
Ma voi chiederete “tutto ciò su un terreno inquinato?”.

No perché lo faremo vicino alla corte ex Bassani che è un terreno fuori dalla raffineria e uindi dal SIN (sito di interesse nazionale). Inoltre,  la coltivazione avverebbe su  bancali sollevati da terra. Questi bancali scorrono a seconda della varie fasi del processo produttivo.
Il vantaggio è che il prodotto non si deteriora in quanto immediatamente impacchettato, non ha inquinamento da trasporto poiché l’autostrada e l’ aeroporto di Villafranca sono vicinissimi e avrebbe tutti i vantaggi  dell’accorciamento dei cicli della coltivazione.
Non seguirà un ciclo naturale, ma sarà massificato.
Questo progetto occuperebbe 92 persone e sarebbe (nell’elenco della società assunta da IES per le proposte di ricollocamento) quello che occupa il maggior numero della precedente forza lavoro.
É stata una grande soddisfazione aver pensato  noi alla migliore soluzione, allorché abbiamo detto a Confindustria “ci stiamo invertendo i ruoli o sbaglio? Stiamo facendo noi i datori di lavoro!”.
Adesso il rischio è di fare la cooperativa dopo aver visto che queste ultime vengono subappaltate e subiscono le leggi del mercato senza aver più nulla dello spirito originario. Ormai negli statuti cooperativistici possono metterci n mezzo di tutto. Se facessimo così, i primi ad andare in malora sarebbero gli operai stessi poiché dovremmo metterci noi i soldi e il rischio di impresa.
Sono quindi contrario alla forma cooperativistica, non siamo stati noi a chiudere la fabbrica!
Vorremmo piuttosto che ci sia un interessamento di qualche imprenditore per il nostro progetto. Sempre che la IES sia disposta a prestargli l’area in comodato d’uso per almeno una ventina d’anni. Può essere anche una compagnia imprenditoriale grossa come lega coop. O imprenditori del melone del mantovano, dove si trovano persone in gamba.
Ci siamo fatti aiutare  anche dall’assessore all’agricoltura della Provincia Maurizio Castelli,che è stato mio professore di Estimo ai Geometri e adesso vediamo come va a finire. La mia impressione è che  dovremo aspettare le prossime elezioni comunali, prima di avere notizie certe sul futuro di IES e dei suoi Lavoratori.
La Provincia allo stesso tempo ha provato a formulare dei progetti in linea con le sovvenzioni europee…
Addirittura c’è uno studio che riguarda la canna fluviale che contiene
molto zucchero e con lo zucchero si produce energia.

1374058_10201481650437087_1920952119_nPerò è una pianta infestante…

Si è vero che è dichiarata infestante…Mi riferisco alle lamentele dei contadini dei territori in cui sono sorti impianti a biomasse, costretti a chiudere le aziende agricole da mercato per produrre materiale da bruciare per produrre energia…

A noi sembra che la migliore ipotesi per la città sia la vostra, sotto tutti i punti di vista, dall’inquinamento prodotto al recupero occupazionale. Mentre gli enti pubblici e privati sembrano giostrare le altre proposte per provare ad avere un ritorno. Magari non direttamente.

Quindi i lavoratori della raffineria sono stati l’istituzione più lungimirante…robe da mat (ironico)…
Il rischio della centrale a biomasse, oltre agli aspetti ambientali, è che finiti i fondi europei ti ritrovi il problema di una rovina industriale da bonificare.
La lattuga invece si mangerà anche fra sette anni. L’investimento poi è relativamente modesto in quanto si aggira intorno ai 16 milioni, a fronte d centinaia di milioni di buco che ha fatto IES/MOL per comprare un raffineria e dopo qualche anno dismetterla.
Cosa sono 16 milioni per una multinazionale degli idrocarburi?

Ma il loro obiettivo è aumentare la distribuzione di idrocarburi nel mercato italiano?

A Marghera c’è il polo logistico dell’ENI,con la raffineria che si è riconvertita facendo biodisel. A Marghera c’è anche un deposito piccolino dove le navi scaricavano il petrolio, quello è di  IES.
Adesso  le navi con il prodotto già finito scaricano in serbatoi ENI e da lì inviati al Deposito IES, il quale pompa tramite Oleodotto il prodotto finito a Mnatova.  La  abbiamo sempre del personale finchè non arriverà magari un domani lo scarico automatico. Serve solo per scaricare le navi e spedire il materiale fino a Mantova. Poi a Marghera c’è tutto un polo chimico dell’ENI oltre alla Raffineria che raffina l’olio di palma.

E la raffinazione dove si è spostata?

Il mercato asiatico soprattutto Cina e India, ma anche tanta America.
Gli Stati Uniti, con i nuovi sistemi di fracking stanno estraendo talmente tanto petrolio che non sanno più dove metterlo.
Pensa che loro erano un grande paese importatore e nel giro di 4 anni sono diventati esportatori.
Allo stesso tempo sfruttano gli accordi commerciali come quello del TTIP (se si concretizzerà) e sono avanti anche nel settore delle rinnovabili dove beneficiano di un’immensa estensione territoriale e  dove si possono contenere o nascondere più facilmente alcune conseguenze ambientali dell’inquinamento.

Ma come mai stanno chiudendo così tanti poli di raffinazione in Italia? Qual è la tendenza?

La raffineria di Mantova non è l’unica, era piccolina, ma ben
posizionata a livello logistico.
Però è stata chiusa probabilmente perché si è deciso di salvarne altre, come quelle dell’ENI ad esempio  e farne morire altre, attraverso meccanismi commerciali non sempre chiari.
L’ennesima contraddizione è che mentre si chiudono le raffinerie, il
Governo, che possiede Azioni della maggiore Compagnia Petrolifera Italiana, l’ENI,attraverso lo Sblocca Italia rischierebbe di riprende la campagna di perforazione per la ricerca di petrolio e gas metano sui litorali Adriatici e del Mediterraneo giù in Sicilia, per non parlare della Val D’Agri in Basilicata.
E dopo succedono  gli smottamenti . Si giustificano dicendo che se non lo facciamo noi lo faranno altri paesi. Per esempio, arrivano delle navi dal Nord Europa a battere i fondali dell’Adriatico che fanno scappare i pesci fin giù in Sicilia.
Nel tirreno invece abbiamo spagnoli e norvegesi, questi ultimi molto
attivi ovunque.

É molto interessante questa lente che permette di passare dalla piccola Mantova alle ricadute internazionali…

Il Governo, che ripeto,essendo compartecipe in quote ( oltre il 30%) con L’ENI, in qualità di Garante e Responsabile Sociale di chiusure produttive con ricadute occupazionali, magari per interposta persona
avrebbe dovuto intervenire in questa partita Mantovana dai risvolti occupazionali drammatici
Questo lo abbiamo detto chiaramente al ministero dello sviluppo economico durante gli accordi sulla mobilità , poiché ENI ha diverse azioni possedute dallo Stato. . .Alla fin fine siamo ostaggio non solo delle multinazionali, ma  esiste anche un governo che non sa  decidere del proprio piano energetico.
Basta vedere il reddito di Scaroni (AD di ENI) per farsi un’idea.
Se si segue ciò che succede in Val d’Agri, in Basilicata ci si rende conto delle linee politiche energetiche e delle sue ricadute sul territorio. Qui hanno trovato uno dei giacimenti più importanti d’Europa e hanno deturpato le zone circostanti, c’è stato un dumping sociale dato da un’ostilità con gli abitanti di quel territorio che non hanno visto la minima forma di restituzione collettiva.
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A noi sembra che la parola pianificazione manchi alla politica economica di oggi.

Noi manchiamo di un piano energetico non perché non siamo capaci di farlo, ma perché non l’hanno voluto. Perché se conosci le tendenze di un certo piano energetico ti devi muovere in base a quello. Invece il mondo del petrolio, purtroppo, subisce dei capovolgimenti di fronte improvvisi che non permettono una pianificazione; in più sono davvero in pochi che decidono. Questo non va bene perché le ricadute sui territori sono sociali e ambientali….e quindi di tutti!.
L’idea di riconversione nasce nel 2004 quando la proprietà Vanucci-Contini vede una crisi del settore petrolifero e si prepara per sfruttare il terreno attorno alla raffineria di proprietà di quest’ultima.
E da lì avevano elaborato una serie di alternative dal fotovoltaico alle alghe per produrre energia; orti dove potrebbero lavorare anche soggetti con disabilità o problemi di marginalità, in modo da realizzare un progetto di agricoltura sociale.
Poi, non se ne è più fatto niente, avranno pensato altre strade finché ce n’erano e poi vendere (a IES/MOL) dato che c’erano troppi investimenti da fare e movimenti ambientalisti che faticavano ad immaginare alternative alla chiusura tout court.
Questo progetto sta in piedi da solo.

Sarebbe il primo su scala nazionale?

Di quarta gamma farebbe concorrenza alle culture del sud dove ci sono tante serre, ma senza impacchettamento diretto che avviene il più delle volte al nord. Con tutte le conseguenze del caso rispetto
all’inquinamento dato dai trasporti e al deterioramento della merce.

La cassaintegrazione quando finisce?

Il primo aprile 2016 dopo due anni

Scadenze per l’approvazione del progetto?

Questo lo sta visionando la società incaricata dalla IES di valutare i progetti alternativi. E questa è una spesa, come i corsi formativi della regione, che hanno ricollocato zero persone. Allora abbiamo detto al responsabile regionale del ministero “cosa stiamo facendo?”.
L’unico che da risposte al lavoro è il lavoro stesso.

Si tratta di un progetto di riconversione quindi che è in mano ad una società. In base a cosa lo sta valutando?

Fattibilità e finanziamento…. Ma il problema è che dietro alle buone intenzioni di facciata sui progetti alternativi c’è poco e nulla. Ad oggi l’unico progetto fattibile è quello proposto dai lavoratori.

Come si vorrebbe strutturare il discorso della cooperativa?

Eh, metterebbero fuori i soldi i lavoratori… Io rispedirei la proposta al mittente…io non vado da dei lavoratori lasciati a casa a chiedergli i soldi.
Basti pensare che al ministero ora ci sono 150 tavoli di crisi. Cosa facciamo tirare fuori i soldi ai lavoratori?

Non è il nostro debito – azione solidale con la grecia

Oggi alcuni attivisti hanno sanzionato la sede della Deutsche Bank a Mantova in connessione con le azioni internazionali in solidarietà verso il popolo greco e contro le istituzioni politico economiche che lo ricattano.

In Grecia sei anni di intense lotte sociali contro i tagli dei servizi pubblici e le privatizzazioni, hanno portato al potere una coalizione di governo che rifiuta di rispettare il memorandum della troika.
Come in altri paesi, il debito pubblico è cresciuto a partire dagli anni ’80 a causa di (in ordine crescente): una politica fiscale clientelare; la privatizzazione dei servizi pubblici e i grandi eventi (e opere infrastrutturali) attraverso cui la classe imprenditoriale si è garantita appalti pubblici miliardari ; il gioco finanziario che ha portato al collasso le banche private, poi salvate dai soldi pubblici.
Il debito pubblico non è stato creato a beneficio nostro, si possono salvare le banche private, ma la BCE la scorsa settimana si è rifiutata di acquistare i titoli di stato greci. In questo modo ricatta il governo Tsipras, promotore  di un programma di sicurezza sociale per scongiurare l’allarme umanitario.
È la definitiva prova della chiusura di spazi democratici e di autodeterminazione per il popolo a favore degli interessi del capitalismo.
BCE, FMI e CommissioneEuropea vogliono cancellare qualsiasi possibilità di RI-NEGOZIAZIONE del debito e di andare verso un’economia indirizzata alle vite delle persone e non all’accumulazione di ricchezze in poche mani. Siamo vicini al popolo greco poiché il campo della lotta all’austerità è l’Europa e se l’Atene della crisi è a Mantova nel taglio dei servizi (provincia e Apam) e nella svendita del territorio, allora Mantova deve essere l’Atene che resiste al controllo delle banche.

Favilla – CommuniaMantova
Collettivo Studentesco Hic Sunt Leones
Spazio Sociale La Boje!

Syriza, Podemos e l’Italia: non basta dichiararsi uniti

Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo, a dir poco imbarazzante dei partiti e delle associazioni a sinistra del PD (che non consideriamo un partito di sinistra) di trovare una nuova dimensione organizzativa e politica. Nonostante gli scarsi risultati ottenuti, anche in termini elettorali, si continua a farneticare sull’unità della sinistra. L’unione di quattro burocrati come Civati, Vendola, e il redivivo Cofferati, con i loro corrispettivi referenti locali, non può dare il via a quel percorso di rinnovamento radicale che tanti di noi auspicano. La cosa si fa ancora più agghiacciante se, per legittimare la propria retorica stantia, si utilizzano esempi ed esperienze come quella di Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, senza adeguatamente contestualizzare la nascita di queste organizzazioni,la loro storia e la situazione politica specifica, per elaborare poi specificatamente una pratica italiana nel contesto europeo.

Syriza nasce in Grecia prima della crisi da un processo lento cominciato all’inizio del millennio, sfociato in una ricomposizione organizzativa di varie realtà della sinistra extraparlamentare. Poco prima del 2012 e dei memorandum della Troika, questa coalizione era data nei sondaggi a poco più del sette per cento. Nell’arco di dieci anni, l’impoverimento drammatico e frustrante subito dalle classi popolari, è stato il detonatore che ha portato Syriza a diventare la maggiore forza di opposizione. Se la crisi non avesse colpito così duramente la Grecia sarebbe difficile immaginare tale risultato.

Ben diverso è invece il caso Spagnolo. In seguito alle imponenti manifestazioni della primavera 2011, la base del movimento spagnolo degli “Indignados” ha sentito la necessità di elaborare una propria piattaforma politica, prendendo le distanze da tutte le realtà politiche esistenti. Podemos rappresenta, quindi, questo desiderio di rottura radicale che investe tutta la società civile spagnola che in esso si riconosce; pur avendo una prospettiva di cambiamento esso è qualcosa di inedito sul panorama europeo , più simile ai percorsi di ricomposizione latino americani che al “fortuito” caso greco.

Se molte sono le differenze tra la realtà greca e quella iberica, sicuramente in comune hanno un rapporto dialettico e di reciproco riconoscimento, seppur parziale, con i cosiddetti movimenti “dal basso”; di quelle realtà che stanno faticosamente ed ostinatamente formulando un nuovo immaginario sociale e nuove modalità politiche mirate a superare le restrizioni della delega per rappresentanza.

A cospetto di tale complessità, ci appare ridicolo il tentativo dei nostri “partitelli” di azzeccagarbugli che sembrano basarsi sull’idea basti essere “a sinistra di Renzi” (come se fosse difficile!),volersi bene e stare tutti insieme per superare le difficoltà che hanno diviso negli ultimi anni. Ad essere maliziosi, si potrebbe pensare che i vari Vendola, Civati, Cofferati e i loro seguaci, siano più preoccupati del successo elettorale che del rinnovamento politico.

Anche noi di Favilla/ La Boje!, con umiltà, ci stiamo interrogando su come costruire una soggettività politica. Non abbiamo risposte immediate da fornire; ma prassi politiche nuove, strumenti di analisi adeguati alla nostra realtà ,maturati da attivisti che sulla propria pelle vivono le nuove forme di sfruttamento. Siamo disposti a condividere la nostra ricchezza e a dialogare con chiunque voglia seriamente affrontare, con noi, il tema della ricomposizione politica di una nuova soggettività di classe a patto che l’obbiettivo comune sia il ribaltamento dei rapporti di forza esistenti, non semplicemente l’immediato successo elettorale.

Favilla-Communia / Spazio Sociale La Boje!

Contro terrorismo e razzismo, diritti per tutte e tutti

Qua sotto il testo che lo Sportello Diritti distribuirà in piazza Mantegna sabato 24 dalle 15.30 alle 18.30 nel presidio organizzato insieme ad alcuni musulmani che avevano la necessità di dire la loro fuori dalla cortina mediatica innalzata dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Pensiamo che l’organizzazione del presidio abbia aperto i primi spazi di confronto tra ambiti antirazzisti e associazioni religiose oppresse dall’islamofobia. Questi momenti a nostro avviso devono essere sfruttati al meglio per una dialettica tra identità e rivendicazioni che non limiti lo spazio di intervento contro il razzismo (e per l’estensione dei diritti) a progetti di “integrazione” che non sono altro che il surrogato di ciò che il razzismo istituzionale si aspetterebbe: l’ adesione totale al posto di subordinati offerto dalla libera Europa.

Lo SportelloDiritti è un gruppo di solidarietà sociale che lotta contro il razzismo e la riduzione dei diritti. Non siamo in piazza per dire Je suis Charlie, ma je suis antiraciste, contro qualsiasi fondamentalismo religioso, perché questo è strumento e pretesto per negare i diritti alla parte più debole della società.
Sia in occidente che in oriente possiamo trovare esempi di come l’estremismo religioso (cattolico o islamico) porti a limitare i diritti delle donne, dei gay e delle lesbiche o la libertà di culto delle minoranze.
Il presidio di oggi serve proprio per uscire dall’angolo in cui razzisti occidentali e jihadisti vorrebbero rinchiudere la comunità musulmana, assediata nell’ultima settimana da stereotipi denigratori e attacchi fisici (ben 15 attentati si sono verificati in Francia nei 3 giorni successivi alla strage a CharlieHebdo contro luoghi di culto islamici).
Riteniamo scandaloso che i musulmani che vivono pacificamente in Europa da anni, debbano essere costretti dalle campagne mediatiche denigratorie dei giorni scorsi a dire “non in nostro nome”, “noi non siamo terroristi”.
Scendiamo in piazza non tanto per giustificarci o chiedere scusa, ma per opporre una visione diversa di Europa e di mondo da quella promossa dal RAZZISMO ISTITUZIONALE dei governi e dal TERRORE dell’ISIS, sostenuto con i soldi del petrolio.
L’immediata risposta delle istituzioni europee infatti è stata quella di rivedere il trattato di Schengen (accordo per la libera circolazione nei 26 paesi europei), di limitare la libertà di spostamento e reprimere i migranti riducendo l’accesso ai diritti di cittadinanza.
Questo avviene dopo 13 anni in cui in Italia, il pericolo del terrorismo internazionale post-11settembre è stato utilizzato per limitare la libertà di culto e l’accesso ai diritti.
Infatti le campagne razziste verso la creazione di moschee o tempi induisti, si sono sempre accompagnate con misure repressive come i CIE e la riduzione delle possibilità per rinnovare i permessi di soggiorno.
La strage a Charlie Hebdo, che condanniamo al pari di quelle perpetuate da Boko Haram in Nigeria, dei bombardamenti israeliani su Gaza o delle guerre di USA e UE per il controllo del pianeta, non nasce dal nulla.
Le cause infatti sono facili da trovare: le disuguaglianze con cui la parte ricca del mondo tiene sotto di sè quella povera e la stessa nascita dell’ISIS non è che un risultato della guerra al terrore inaugurata da Bush jr e proseguita da Obama.
L’attentato di Parigi, senza queste “puntate precedenti” fungerà da pretesto per una nuova offensiva militare, in cui a pagare saranno i più deboli, di qualsiasi credo o religione.

Sportello Diritti

Il senso delle periferie

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Negli ultimi due anni, prima con la campagna “basta cemento” e ora con le attività dello Sportello Diritti, un gruppo di attivisti dello Spazio Sociale La Boje! ha provato a strutturare un ragionamento politico e un lavoro culturale nelle zone meno centrali di Mantova. Perché?

Da una sponda all’altra dell’Atlantico, da Ferguson a Tor Sapienza o i quartieri di Milano, bersaglio quotidiano di plotoni di celere pronti a sgomberare le case occupate, i fatti degli ultime settimane ci raccontano di differenti relazioni di potere presenti ovunque con differenti sfumature, mostrandoci strade per sovvertirle.
La periferia è definita come quell’area collegata ad un centro da relazioni di scambio sfavorevoli a questa.
Come in tanti altri settori della società, anche la struttura delle città è mutata inasprendo le disuguaglianze sociali, a causa delle ricette dell’austerità economica e della privatizzazione dei servizi pubblici già in atto da un decennio.
Viviamo nella società dell’immagine, quindi dobbiamo essere attenti nel comprendere a cosa ci riferiamo: la periferia è più sfumata, ma allo stesso tempo più multidimensionale ed estesa che in passato. Traducendo la constatazione economica della “concentrazione della ricchezza in sempre meno mani”, in termini geografici potremmo dire che ci sono sempre meno centri sempre più ricchi e un maggior numero di periferie sempre più povere.
Non dobbiamo immaginarci solamente i ghetti formati da blocchi di cemento in cui è concentrata la popolazione più povera, ma anche il paese di campagna in cui non arriva più l’autobus, perché hanno tagliato i trasporti, e la frazione di casette a schiera nuove che si allaga appena piove perché viene ignorato l’impatto ambientale.
Periferico diventa ogni luogo in cui non ci siano le condizioni per l’accumulazione del capitale o dove si possa scaricare un taglio dei costi, per esempio costruendo su terreni inquinati o abbandonando materiali tossici in specifiche zone del territorio. Quelle dove più difficilmente la popolazione si organizzerà per liberarsi di quei rifiuti.
Nella direzione della mercerizzazione della città ci sono chiari segnali, anche numerici, come la definitiva estinzione della legge 167, che negli anni ’50 provò a definire i piani urbanistici prevedendo una certa quantità di alloggi popolari. Il governo Renzi procederà infatti alla vendita di 900mila case popolari in piena sintonia con il “piano casa”, che criminalizzò le occupazioni, e con la svendita del patrimonio edilizio pubblico restaurato con i soldi (sempre pubblici) della cassa depositi e prestiti.
Sarebbe stato carino leggere in qualche articolo relativo alla stigmatizzazione degli abusivi, che ha anticipato la “sagra dello sgombero” nelle ultime settimane, che l’Italia tra i paesi ricchi è quello con la minore edilizia popolare pubblica, insieme alla Spagna, e che solo il 5,3% delle famiglie, secondo i dati Eurostat (2011) accede a sussidi di sostegno abitativo.
Nulla è perduto, poiché le periferie hanno dimostrato di “saper vincere” alcune lotte relative alla richiesta di una più equa distribuzione delle risorse nello spazio locale, e anche quando hanno perso hanno prodotto una soggettività nel riconoscere un’identità comune di chi è privato di alcuni servizi, diritti etc. .
Le lotte nelle città brasiliane e in Turchia del 2013 partivano proprio con la pretesa che fossero le classi popolari a determinare una nuova struttura dello spazio urbano, delle relazioni tra patrimonio pubblico e proprietà privata, e quindi, di come investire la ricchezza prodotta socialmente.
Le periferie di Milano e Roma però ci mostrano due volti di come possono evolvere queste situazioni e delle relazioni che instaurano con il potere statale.
I blocchi degli sfratti, in molti casi spontanei, nella periferia milanese parlano un’altra lingua rispetto all’assalto organizzato a Tor Sapienza al centro di accoglienza per i rifugiati. In più stabiliscono delle geometrie totalmente diverse nel relazionarsi con l’ordine costituito.
Senza negare le specificità di ciascun contesto periferico, la composizione delle due periferie sembra simile: alti tassi di disoccupazione (con tutto ciò che ne consegue), una buona percentuale di “abusivi”, mancanza di servizi sociali, ritardi decennali nei lavori di manutenzione di edifici ed infrastrutture.
Lo stato, nella sua accezione fintamente neutrale (da “trenta gloriosi”), quale forza redistributrice e garante di alcuni diritti esiste sempre di meno, sulle periferie scarica il tentativo di fuga da ogni responsabilità sociale e in queste si mostra solo attraverso la faccia della repressione, rigorosamente in divisa blu.
Gli stessi processi migratori, che si manifestano in modo regolare da un decennio, sono prevedibili e gli eventuali aumenti nel flusso di persone sono anticipati da conflitti bellici. Ascoltando i media sembrerebbe che ci siano due approcci nel rapportarsi a questi, il buonismo e il realismo. Specifichiamo subito che questa è una distorsione della realtà, gli approcci politici (o cornici di pensiero) che vanno per la maggiore sono due, il secondo in qualche modo conseguente del primo, ma i movimenti potrebbero incominciare a praticarne un terzo.
Da un lato abbiamo un razzismo istituzionale (per alcuni buonista) sapientemente ricamato dai ritardi e dalle contraddizioni legislative dello stato italiano e dal metodo conservatore dell’Unione Europea, il cui obiettivo è quello di sfruttare il più possibile la forza lavoro migrante, riducendo al minimo una distribuzione dei diritti nei loro confronti.
Proprio in quest’anno in cui quasi la totalità dei migranti sono costretti a spostarsi per questioni repressive e politiche (e non economiche come negli anni precedenti), la UE sta negoziando con alcuni regimi africani dei campi profughi da allestire in Africa.
L’approccio conseguente sono le ondaSte di razzismo che scoppiano in una popolazione sempre meno tutelata dall’instabilità del mercato del lavoro e privata di un sistema di diritti sociali. Questa seconda lettura delle politiche sociali, molto diffusa nel pour parler popolare bianco, la potremmo riassumere così “non ci sono i soldi per noi italiani, non devono arrivare prima agli immigrati”. È il portato della mancanza di politiche pubbliche strutturali sia per quanto riguarda le emergenze umanitarie sia per il mancato rinnovamento (ed estensione) del sistema di welfare.
La riduzione progressiva di spesa sociale e l’affidamento dei servizi sociali ad enti privati (cooperative o grossi poli associativi come Arci o Caritas) che devono concorrere in bandi temporanei e scarsamente finanziati, producendo così un precariato sociale diffuso, è una mancanza, non una dimenticanza.
L’obiettivo del potere infatti è chiaro: mantenere delle separazioni in un welfare di tipo categoriale (e non universalistico) come quello italiano, evitare in ogni modo che si creino delle saldature nelle lotte sul lavoro tra proletariato bianco, giallo, rosso e nero.
Senza estremizzare eccessivamente le similitudini con la situazione statunitense, anche a Ferguson, le maggiori preoccupazioni per i vertici politici dello stato del Missouri sono state quelle relative ad una possibile connessione tra i lavoratori dei trasporti o le lotte per un innalzamento del salario nei fast food e le esplosioni di rabbia per la violenza della polizia.
Le color lines, che in America settentrionale hanno sempre rappresentato un sistema di divisione della classe operaia e delle richieste dei salariati, possono essere un modello per i governanti europei per evitare forme collettive di rivendicazione dal basso verso l’alto di strutture universalistiche di redistribuzione comuni in tutta Europa.
Le spinte razziste come quelle di Tor Sapienza, su cui sta investendo l’estrema destra e quella radicale italiana, conscia di poter inserirsi così negli strati popolari, è come se chiedessero di stare al di qua di una determinata linea di colore.
Il potere statunitense nel corso della storia ha più volte approfittato delle richieste di un determinato gruppo etnico o sociale nell’essere considerato un gradino sopra ad un altro nella gerarchia sociale.
Era il miglior sistema per conservare l’ordine costituito, creando nuove periferie ghettizzanti e indirizzando le peggiori condizioni di vita e lavoro agli ultimi arrivati, hanno saputo mantenere delle forte divisioni nella classe operaia che difficilmente è riuscita ad ottenere unità sociale e ancor di più politica.
É come se a Tor Sapienza chiedessero per i rifugiati una periferia più periferia della loro, ma ci chiediamo se si possano risolvere i problemi delle periferie con la costruzione di nuove periferie, come i costruttori stanno operando già da qualche anno.
All’aria di vecchio, di già visto e già sentito (e non era un bel vedere), delle campagne razziste della destra davanti i campi nomadi o contro gli studenti migranti nelle scuole, si contrappone lo spirito di solidarietà dei quartieri milanesi.
Non è una contrapposizione Roma-Milano sia ben chiaro, quelle situazioni sono replicabili in diversi contesti periferici, ma una distinzione netta tra i rigurgiti reazionari della lotta all’immigrato e le sfide verso quale tipo di futuro poste dagli occupanti di casa milanesi.
Questi ultimi sono duramente attaccati da settimane dalla polizia, dagli organi di stampa, dal governo della città e della regione, perché hanno saputo praticare tentativi di (auto)gestione politico sociale alternativi a quella proposta dalla politica istituzionale.
La foga della giunta arancione di Pisapia nello sgomberare lo sgomberabile, dimostra l’incapacità dei riformisti nel dare soluzioni pratiche nella difesa dei beni e dei diritti collettivi dalla pressione della proprietà privata.
La solidarietà tra sfrattati di San Siro, Corvetto, Giambellino, le strategie di mutuo soccorso conflittuale alternative alla competizione del “si salvi chi può”, l’utilizzo intelligente dell’invenduto e il recupero sociale delle speculazioni edilizie e finanziarie attraverso la pratica dell’esproprio, ci parlano di una società futura, più giusta ed ugualitaria il cui centro possono essere proprio le periferie.

Fonti

http://www.eddyburg.it/2014/11/case-popolari-addio-arriva-il-decreto.html

http://www.communianet.org/rivolta-globale/ferguson-un-nuovo-soggetto-sociale

http://www.infoaut.org/index.php/blog/notes/item/13354-la-struttura-della-citt%C3%A0-%C3%A8-il-prodotto-della-dinamica-capitalista