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La lotta della Belleli – impara a rifiutare i ricatti!

Da ormai una settimana i lavoratori della fabbrica Belleli stanno conducendo una lotta esemplare: di fronte alla minaccia della vendita e della cancellazione dei diritti conquistati negli anni, hanno deciso di lottare.
Basterebbe questo per far risultare coraggioso lo sciopero dei giorni scorsi, in una fase in cui in Italia sono pochissimi a protestare, a rendere collettivo il proprio malessere e a generalizzare la propria rabbia. Proprio come abbiamo sostenuto nel caso della #Composad di #Viadana e di altre  lotte nei poli della logistica.
I lavoratori hanno avuto il merito di mettere in campo la sospensione dal lavoro in modo visibile e pronto, in una dialettica che non rimanesse all’interno delle relazioni tra le parti, ma denunciasse la riduzione dei diritti per tutti.
Quanto avvenuto è pienamente nello spirito del #jobsact e delle leggi che vengono avanzate in ogni paese europeo (vedi la LOI TRAVAIL che sta producendo una fortissima ondata di proteste in Francia): l’abbattimento del costo del lavoro e l’eliminazione delle sue protezioni e dei conseguenti elementi unificanti.
In breve significa: eliminazione della contrattazione nazionale e delle precedenti garanzie, estensione della precarietà a tutta la carriera lavorativa e introduzione massiccia del lavoro gratuito e di forme di apprendistato, privatizzazione delle forme di protezione sociale, riduzione dei salari, agevolazione dei licenziamenti.
Oggi 17 marzo Exterran ha annunciato, dopo una settimana di dichiarazioni arroganti, che si presenterà al tavolo delle trattative per la vendita della Belleli, rinunciando così alla pretesa di eliminare un contratto aziendale costruito con decenni di lotte e sacrifici da parte dei lavoratori.
Sui quotidiani tutti si complimentano con il lavoro di mediazione dei politici (tra cui l’imprenditore Colannino, liquidatore nel 2008 di SOGEFI, de-localizzata in Slovenia per lucrare sui fondi pubblici anti-crisi) nell’ottenimento di questo risultato. Noi pensiamo invece che il merito vada soprattutto all’azione dei lavoratori, alla fermezza e alla freddezza con cui hanno preso, in assemblea, scelte importanti che hanno fatto sì che i lavoratori non fossero una variabile invisibile nelle trattative tra multinazionali e nelle incertezze dei mercati internazionali.
Belleli rappresenta il patrimonio delle lotte operaie a Mantova, uno dei simboli dell’orgoglio popolare della città poteva rimanere statico, un reperto di una stagione passata.
Con la lotta dell’ultima settimana invece i lavoratori dimostrano di saper maneggiare bene quel patrimonio, ponendo alcune richieste chiare e ferme, rigettano il ricatto della multinazionale, dimostrando che la loro fabbrica è loro e che  possono gestirla autonomamente  meglio di quaunque squalo della finanza.

Spazio Sociale La Boje!

Favilla – CommuniaMantova

Je suis Omar – un racconto dalla logistica

In questa breve racconto inventato, un compagno de LaBoje! prova a raccontare le sensasazioni che serpeggiano tra i turni di facchinaggio nella totale precarietà lavorativa.

Omar è uno dei ragazzi che lotta a Viadana. L’ho conosciuto pochi giorni fa in piena notte  davanti al cancello della Composad. Con lui, alle quattro di notte c’erano moglie e figli, un fuoco acceso e tanti altri come Omar. Non importa da quale paese provenga Omar, so solo che non ha ancora la cittadinanza italiana anche se vive e lavora qui da ormai diversi anni.
Omar porta avanti una lotta per la dignità, lo fa per sé, per la sua famiglia, per i suoi colleghi di lavoro. Finora è stato un numero, una particella di una forza lavoro impiegata a confezionare mobilio del cazzo per la grande distribuzione: scaricare trucioli, pressare trucioli, tagliare trucioli pressati, caricare trucioli pressati da acquistare a Mondo Convenienza. La cucina che ho in casa e che ho pagato novecentonovanta euro probabilmente me l’ha assemblata Omar.
Anch’io una volta ho lavorato presso un assemblatoio di cartoni, quelli che trovate per le promozioni degli shampoo e delle merendine ai supermercati o quelli che tutti avete ammirato come mobilio di cartone al Festivaletteratura. Un capannone con attrezzature obsolete, un sacco di colla a caldo da inalare e tendini spesso infiammati. Ero un numero con una maglietta arancio fluo, un numero simpatico che parla perfettamente dialetto mantovano se preferite, ma pur sempre un numero. Merce umana che prestava la sua manodopera in una catena di montaggio. Nulla di qualificato e di perfettamente sostituibile, tanto che esattamente come le mozzarelle al supermercato io e gli altri scadevamo dopo cinque giorni: l’azienda aveva subappaltato a una agenzia interinale l’assunzione di manodopera con contratti settimanali e ormai più della metà delle maestranze durava cinque giorni prorogati finchè il padrone lo avesse gradito. Alla fine del semi-turno, come un gioco impietoso, mentre timbravi l’uscita del venerdì guardavi un tabellone scritto a pennarello in cui leggevi chi avrebbe lavorato la settimana seguente. Se il tuo nome c’era il gioco continuava, se non eri presente “game over”, a casa, e potevi assistere in diretta al dramma di una madre con due figli lasciata a casa senza che nemmeno nessuno si disturbasse a comunicare la scelta aziendale tra esseri umani.
Così ogni maledetto venerdì notte un rantolo di disperazione di donne e uomini nel parcheggio, in una notte silente, rimaneva per una manciata di minuti a cadenzare il motore dei compressori industriali. I sindacati c’erano eccome, con tanto di bandierine rosse, ma quello era un privilegio per quelli assunti prima della crisi, quelli con i contratti indeterminati. Le stesse RSU ti sconsigliavano di aderire al loro sciopero perché in tal modo avresti accorciato la tua permanenza nello stabilimento e se avevi fortuna, tanta fortuna, ed eri puntuale ad abbassare il cappello all’occorrenza, dopo circa centoventi rinnovi settimanali forse avresti avuto diritto ad entrare nel club dei tutelati, quelli per intenderci protetti dalle garanzie di un contratto Nazionale. Di fronte al pianto e all’umiliazione di una collega che lavorava lì da oltre un anno con cui avevo bevuto al massimo tre caffè, ecco lì, in quel momento pensavi che oltre a essere un posto di merda, beh pensavi  solo “anche per oggi non tocca a me”. Era l’unica cosa che riuscivi a pensare oltre all’insaziabile voglia di mettere a ferro e fuoco tutto.
Omar parla malissimo italiano ma il linguaggio della sua lotta parla chiaro e lo comprendo al volo. Le sue parole sono pietre e si riflettono negli sguardi fieri di tanti uomini venuti da altre parti del mondo che ai cancelli è come se mi guardassero e  dicessero all’unisono “oggi tocca a noi, tutti insieme fino alla fine”
Basta pensare di essere bestie che ricevono la grazia di una paga da fame senza poter rivendicare nemmeno la metà dei diritti che gli spetterebbero. Omar rischia tutto e lo fa insieme agli altri. Ma Omar mi ha dimostrato che cos’è la solidarietà, che lottare uniti si può, si deve. Il mio pensiero vola a ciò che avremmo potuto fare in quell’assemblatoio di cartoncini o a tutti gli amici che vivono in Brianza, ragazze e ragazzi che hanno prestato lavoro gratuitamente o con la paga di 3 euro all’ora ad Expo, che hanno accettato di strisciare perché meglio un umiliazione retribuita che non avere nulla in mano. Beh Omar e gli altri mi hanno dimostrato che la dignità non ha prezzo. Grazie Omar, grazie per l’insegnamento, je suis Omar.

Le briciole della giustizia e il filo di una memoria interrotta

Marghera 1998. Inizia il processo Montedison. Il pm Felice Casson deposita una richiesta di condanna per 185 anni  ai danni dei dirigenti del colosso della Chimica. Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM (Cloruro di vinile Monomero),  le aziende proposero un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsarono circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo servì a fare in modo che alle udienze non vi fosse più pubblico perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Il processo proseguì perché alcuni lavoratori , tutte le associazioni e i sindacati e gli enti pubblici ( Stato,Regione,Provincia,Comune) non accettarono indennizzi, purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuotò e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo (dal sito ass. Gabriele Bortolozzo).

Mantova 2016

Apprendiamo dal giornale la notizia della decurtazione della pena per gli imputati delle morti al petrolchimico di Mantova. Dimezzamento delle pene e non è ancora finita. 72 morti di questa città, in realtà molti di più perché 72 sono solo quelli che si sono costituiti parte civile nel processo. 72 morti per esposizione a stireni e benzeni, fenoli e cloruri con conseguente insorgenza di mesotelioma, malattie cancerogene e tumorali che hanno ucciso forse centinaia di cittadini. Per la prima volta nella storia, si felicitava il pm Condorelli, nella sentenza del 2015, è stata riconosciuta la correlazione tra i tumori del sangue e l’esposizione al benzene, motivo per cui sarebbero state risarcite le parti sociali e alcune delle famiglie colpite. Non è mai stato però riconosciuta la rimozione dolosa dei sistemi di protezione per la salute.

Più o meno suona così: 40 anni fa Montedison lucrava giganteschi profitti facendo lavorare per circa vent’anni (dalla fine degli anni 70 alla fine degli anni 90) migliaia di operai in condizioni di estremo pericolo per la salute, a contatto con sostanze mortali e senza alcuna protezione. L’hanno fatto coscientemente, tacendo i rischi e omettendo precauzioni, perché i dirigenti di Eni sapevano, ma siccome non ne era comprovato il pericolo, hanno agito intascando montagne di miliardi di vecchie lire, sprezzanti delle conseguenze legali. E questa città ha subito le morti perché tante e tanti di noi hanno assistito a familiari, amici o conoscenti che hanno esalato l’ultimo respiro nel reparto di oncologia o  in altri  in cui l’insorgenza tumorale ha semplicemente accorciato la vita strappandoceli via prima.

A distanza di vent’anni, dopo minuziose ricostruzioni e inchieste la giustizia è capace di attribuire una parziale colpa ai dirigenti di Eni, di riconoscere formalmente quanto era ovvio e di sentenziare pene alle parti accusate passando in media dai dieci anni richiesti dall’accusa ai due sentenziati oggi, in un processo che ancora si deve chiudere. Il quadro è frustrante e potrebbe tranquillamente essere un argomento per imprecare al bar su quanto sia corrotto il mondo in cui viviamo.

C’è però un aspetto che lascia sgomenti più di altri, che fa sentire impotenti di fronte a quella che tutti noi chiamiamo INGIUSTIZIA. Delegare a una giustizia che si muove solo sulla monetizzazione degli interessi (e la supercorazzata Montedison di difensori ha agito bene) e rimanere spettatori passivi di sentenze. Talmente passivi che in venti anni di processo ci si dimentica di chi e di cosa si sta parlando, l’argomento non si tramanda tra generazioni e siamo rimasti schiacciati tra l’impotenza e l’omertà. Come se a forza di tirarlo avessimo spezzato un filo di memoria sicuramente doloroso, ma pur sempre un filo che ci appartiene. Forse è il caso di ammetterlo. E’ anche un po’ colpa nostra, di non aver affollato le aule durante i processi, di non aver presidiato e difeso ciò che noi chiamiamo  giustizia sociale, di non essere stati capaci di mantenere viva la tensione necessaria perché il dibattito rimanesse di dominio pubblico e di rivendicare i diritti e le vite calpestate. La storia e l’Italia sono piene di morti per amianto, benzeni e persino morti per uranio impoverito. Tuttavia solo quando la rabbia si organizza, l’ingiustizia prende la forma dell’istanza sociale e diventa collettiva, quando cioè ritorna protagonista la politica, allora la giustizia ha il giusto contrappeso. Perché dobbiamo smetterla di illuderci che un’entità sovra-determinata, basata su una costituzione scritta quattro generazioni fa, possa garantire una democrazia vera. Quell’entità viene alimentata con i soldi, è composta e diretta da persone appartenenti ai ceti più elevati, è onerosa e solo chi ha ingenti disponibilità finanziarie può permettersi di comprare le migliori garanzie di tutela dei propri interessi: la magistratura non è mai stata di sinistra.

Il resto lo fa la politica e la lotta sociale. E’ un insegnamento della storia: sono i rapporti di forza ad interpretare le leggi. Purtroppo da alcuni decenni vincono solo i più forti, sia perché la sinistra è diventata complice dei poteri forti, sia perché due generazioni hanno fatto buon viso a cattivo gioco per qualche spiccio che gli è stato infilato in tasca.           

Pensiamo che le parti sociali e le organizzazioni politiche avrebbero dovuto e potuto giocare quel ruolo importante di  saper trasmettere una storia ai giovani, di identificare un abuso, delimitarne i soggetti che l’hanno provocato, difendere gli interessi collettivi (la salute e l’ambiente in cui viviamo per esempio) e la tutela di chi è stato colpito da vicino da un lutto. Invece possiamo solo limitarci a constatare la loro totale complicità e responsabilità quando non si affonda piuttosto nel buio dell’ignoranza.
Un indignazione che speriamo possa almeno innescare un rigurgito di critica e distanza da chi ancora oggi, nonostante tutto, insiste sul barattare la salute per un piatto di lenticchie.
Non bastavano le sostanze aromatiche che abbiamo  inalato, i rifiuti di Seveso arrivati a Mantova e mai ripartiti, i cloruri della ex-Burgo, le micro polveri dei Turbogas di Burchiellaro, etc..       No oggi abbiamo una Versalis (gruppo ENI) in cui solo pochi giorni fa è andato a fuoco un reparto e oggi minaccia un’uscita di scena indenne con una cessione al fondo americano Sk Capital Partners.

Questo scenario prelude al trasferimento altrove dei propri profitti e un’ equazione in cui per cinquant’anni hanno macinato cifre astronomiche, hanno ucciso dei nostri cittadini, intossicato acqua e terra e un piano di riparazione del danno ambientale a carico della fiscalità pubblica.

Quattro chilometri più in là c’è l’ipotesi di una riapertura della ex-Burgo, con il nuovo inceneritore preteso dal gruppo Pro-Gest e il conseguente aumento di emissioni di micro polveri, in un’aria già satura di sostanze inquinanti. Ancora oggi, nonostante una storia macabra abbia permeato intimamente la nostra città, sono in tanti a sostenere un capitalismo che massacra ambiente e vite umane in cambio di pochi denari. E’ stomachevole trovare in quella schiera alcuni soggetti che rappresentavano l’opposizione al turbogas 15 anni fa. Oppure da chi fa sindacato a targhe alterne, solo quando deve riaffermare il suo ruolo nelle sedi della concertazione, in questo caso totalmente dipendenti dagli interessi dell’imprenditore della carta Zago.

Le nostre vite valgono più dei loro profitti.

La lotta dei Facchini di Viadana – Una storia di tutti

Hanno bloccato i cancelli della Composad per oltre sei giorni in modo continuativo. Tir bloccati giorno e notte e produzione ferma. Erano anni che una lotta operaia non irrompeva nello scenario dell’inesorabile declino del manifatturiero nella nostra provincia facendo emergere il protagonismo di chi la crisi la subisce. Composad è un’azienda della multinazionale del truciolare Gruppo Saviola che si estende in diversi stabilimenti nel Viadanese e non solo. La maggior parte dei dipendenti sono stati scorporati dall’azienda e appaltati a diverse cooperative, così che le responsabilità salariali e di diritti della forza lavoro non potessero ricadere sotto diretta responsabilità aziendale. Ma fin qua nulla di nuovo, in fin dei conti la legge Treu che introdusse la possibilità di affittare forza lavoro aveva esattamente questa funzione.
Succede che i lavoratori delle cooperative hanno rivendicato il diritto di lavorare sotto le tutele e con le paghe del CCNL di categoria, al pari dei loro altri colleghi che svolgono lo stesso lavoro,  invece di essere codici usa e getta in mano a speculatoti di manodopera. A portare avanti tale istanza si incarica una piccola ma combattiva organizzazione sindacale, ADL Cobas che dopo innumerevoli richieste di trattare con l’azienda e altrettanti puntuali dinieghi decide di alzare il livello del conflitto e di bloccare i cancelli della Composad. Perché nessun incontro è stato possibile? Semplicemente perché AdL Cobas, nonostante il vero consenso e l’ adesione tra i lavoratori, non fa parte di una delle sigle stipulanti il CCNL di categoria. Andrebbe specificato, per onor di cronaca che Cgil-Cisl e Uil hanno riscritto alcuni anni fa, insieme alle parti padronali, dopo le incalzanti lotte degli autoferrotramvieri e del sindacalismo di base, le leggi sulla rappresentanza, auto-legittimandosi a essere sindacati unici e rappresentativi dei lavoratori in quanto parti stipulanti dei CCNL. La stessa cosa, in sostanza, che nei metalmeccanici hanno fatto Fim e Uilm a danni della Fiom. Una trappola per i lavoratori confezionata nel 1994 e con varie riscritture fino al 2014 ha garantito alle sigle confederali di poter avere addirittura il 33% della rappresentanza d’ufficio anche se non hanno alcun iscritto tra i lavoratori.
Oggi il presidente del gruppo Saviola ha dichiarato la chiusura dello stabilimento e la messa in CIG a zero ore per i dipendenti delle cooperative, additando le responsabilità delle mancate commesse ai blocchi dei camion.  Ora le parole vanno anche pesate. Per richiedere anche solo la CIG occorre presentare un bilancio che evidenzi come la crisi abbia determinato le condizioni di mancanza di commesse (ma non pare il caso dal momento che lo stesso presidente lamenta l’ammanco economico determinato dai blocchi) e ancora di più per dichiarare una chiusura di stabilimento o un istanza di fallimento occorre portare i libri contabili in tribunale. Il tutto per non voler aprire un tavolo di trattativa con le parti per il rispetto del CCNL e sulle trattative di secondo livello.
Diversamente è una lotta che si ripropone in termini ottocenteschi, in cui l’arroganza padronale, pur di non riconoscere quanto legittimamente sostenuto dai lavoratori minaccia la chiusura per rappresaglia, che pare abbia intenzione di seguire il consiglio di qualche affermato azzeccagarbugli, per chiudere lo stabilimento di Composad, magari trasferire la produzione in un altro stabilimento limitrofo del gruppo Saviola e punire gli “schiavi” che si sono ribellati.
Già lo scorso anno di fronte ad un’altra cooperativa che era scesa in picchetto contro le condizioni di sfruttamento interno, si era registrato a Viadana il riconoscimento delle tredicesime nelle buste paga dei lavoratori delle aziende confinanti, per paura che nascessero altri focolai. Che la lotta paghi lo sappiamo bene, e questa è una vera che parla di tutte noi e di tutti noi.
L’importante è scegliere da che parte stare.

Spazio Sociale La Boje!

Favilla – CommuniaMantova

La cattiva scuola di Renzi-Giannini

Per i precari della scuola l’estate è sempre stato una stagione piena di contraddizioni e dubbi. Il lungo periodo di inattività farcito dall’assegno di disoccupazione (che arriva spesso tra ottobre e dicembre) non è mai stato libero da preoccupazioni che proiettano la mente all’inizio del futuro anno scolastico: avrò un contratto favorevole? Riuscirò a lavorare tutto l’anno? Andrò in una scuola favorevole alle mie aspettative?

La domanda più assillante rimane, comunque,la stessa di sempre: sarà la volta buona per andare di ruolo?

L’estate 2015, tuttavia, sarà ricordata dal variegato mondo del precariato scolastico in modo diverso da tutti gli altri, è infatti l’estate della “buona” scuola! I mesi precedenti si sono chiusi con le mobilitazioni sindacali che sono riuscite a manifestare un primo segnale di opposizione all’Italia renziana che sembrava fondarsi su un granitico consenso. L’altro risultato importante delle mobilitazioni di fine primavera è stato l’aver ricompattato il fronte dei docenti in passato diviso, schematizzando un po’ la realtà, tra i docenti di ruolo ed i precari. Sarebbe più che logico aspettarsi un autunno caldo sul fronte scolastico, visto che coinciderà con l’introduzione dei provvedimenti osteggiati e, bisogna riconoscerlo, realizzati dal duo Renzi-Giannini.

Saltiamo, dunque, tutte e tutti sulla grande barca contestatrice che vede finalmente uniti sindacati, precari, famiglie e studenti?

A ben guardare, la situazione è più sfaccettata e rischiosa.

Le prime contraddizioni nel fronte dei docenti si stanno già manifestando durante le iniziali convocazioni di Agosto per il personale della scuola.

Le problematiche sono emerse per i docenti delle scuole dell’infanzia e delle primarie. Queste nomine sono state effettuate al di fuori del piano di assunzioni della riforma (che partiranno dal 15 Agosto) e si sono rivolte a chi era già inserito nelle graduatorie permanenti, ovvero quelle dove si trovano i candidati in possesso di abilitazione titolo che non coincide con la laurea o il diploma ai quali è successivo. Una sentenza del consiglio di Stato ha accolto un ricorso dell’ANIEF (un’associazione pseudo-sindacale attiva nel promuovere qualsiasi forma di ricorso e petizioni, anche se in contraddizione tra di loro) che equiparava i titoli di alcuni docenti in possesso del diploma abilitante come abilitazione vera e propria e inserendoli nelle GAE. Questa sentenza ha determinato che alcuni docenti si sono visti scavalcare da altri che possederebbero un titolo in meno, non molti per la verità in quanto la sentenza aveva in sé parametri stabiliti (età, anni di servizio ecc.). Sono scattate immediatamente le proteste che hanno visto gli insegnati e le insegnanti coinvolte andare a prendere la tanto agognata nomina a tempo determinato in abiti neri da lutto.

Qualcosa, a ben vedere, non torna. Per quale motivo una persona che sta per essere assunta a tempo indeterminato, oggi come oggi, lo fa vestendosi a lutto? Semmai avrebbe dovuto protestare chi quel posto non lo ha avuto per “colpa” di altri che hanno vinto un ricorso. Naturalmente è arrivata puntuale la solidarietà dei vari sindacati che, mesi prima, avevano anche favorito il ricorso tanto vituperato.

I veri nodi, però, sono in arrivo a partire da metà Agosto.

Gli insegnati di scuola secondaria,medie e superiori, inseriti nelle GAE e/o i vincitori dell’ultimo concorso si sono divisi in chi ha avuto la fortuna di essere assunto prima del 15 Agosto(circa 27mila) con i contingenti e le norme in vigore precedentemente alla buona scuola e coloro che dovranno affrontare il calvario emotivo delle fasi A,B,C,D; ovvero step di accesso alle assunzioni che dividono e classificano il già parcellizzato mondo del precariato scolastico.

È a partire da questa fase che emergono le novità della riforma. Agli insegnanti abilitati che non sono stati immessi in ruolo nelle fasi precedenti (circa 80mila) è stata fornita la possibilità di inserirsi in una grande graduatoria nazionale in cui ogni candidato deve esprimere preferenze sulle province in cui desidera lavorare. Il sistema informatico predisposto dal ministero incrocia i dati e indica la cattedra di titolarità assegnata. Fin qui sembrerebbe tutto liscio, anzi, molto positivo; ma è in agguato una clausola ereditata dai passati sistemi di reclutamento: se rinunci alla nomina vieni depennato dalle graduatorie. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Fino ad oggi gli insegnati abilitati erano iscritti in graduatorie provinciali e questo sistema si basava sul presupposto che un lavoratore avesse un interesse a vivere in una determinata provincia. Come è noto, ciò ha determinato spostamenti considerevoli da zone a forte calo demografico (specie nel Sud Italia interno) a zone a buoni livelli di crescita demografica (sopratutto le aree industriali del Nord Italia interessate prima di altre a processi di immigrazione interna o extra-nazionale). Questi fattori hanno portato a dislivelli considerevoli di presenza nelle GAE e tempi di permanenza diversi. Facendo degli esempi, i tempi di immissione in ruolo in province della pianura padana si attestavano, in media 5-10 anni; al sud i tempi si allungavano di ulteriori 10 anni circa. Il risultato è che, ad oggi, i posti disponibili sono quasi esclusivamente in nord Italia e, con la graduatoria nazionale ci sarà un esodo di massa di persone comprese tra i 30 e i 40 anni o più dal Sud al Nord. Circa il 25% dei candidabili alla graduatoria nazionale non ha presentato domanda di inserimento, valutando che il trasferimento sarebbe stato troppo problematico (come conciliare il lavoro di un membro della famiglia con la salvaguardia dell’integrità della stessa?). Per questi insegnanti rimane la possibilità di poter fare delle supplenze annuali o a tempo breve; in pratica una retrocessione da aspirante docente di ruolo a supplente precario a vita, o quasi. Il messaggio di fondo del ministero e del governo sembra essere questo: “caro/a precario/a sei tu disposto a spostarti dove il cervellone elettronico ti assegnerà la cattedra? Bene puoi lavorare…..non sei disposto perché hai famiglia, figli piccoli da crescere, genitori anziani da accudire, affetti emotivi a cui non vuoi rinunciare? Bhè, ci pensavi prima e ora non rompere le scatole con queste sciocchezze sentimentali e non economiche!

Anche in questo caso si è alzata la protesta, formale, dei sindacati. Peccato che la graduatoria nazionale sia stato un cavallo di battaglia di tutti i sindacati che la indicavano, ai tempi della riforma-tagliola Gelmini come una soluzione al precariato. La stessa ministra Giannini non ha nascosto la propria irritazione per le critiche mosse dalle organizzazioni dei lavoratori dopo che non aveva fatto altro, di fatto, che applicare quanto esse suggerivano da anni.

Sia chiaro fin da subito che non esiste una formula magica che elimini i problemi del reclutamento del personale docente in maniera indolore e positiva per tutti e tutte; specie se non si interviene su nodi reali capaci di creare nuovi posti di lavoro e sopratutto maggiore qualità nel sistema scolastico per gli studenti. Ciò che, invece,sembra stia avvenendo è una sovrapposizione a tratti caotica di norme, riforme, provvedimenti giudiziari che destabilizzano l’immagine che il lavoratore ha di se stesso all’interno del gruppo e che faccia interiorizzare il concetto che il lavoro non sia un diritto e neanche una conquista ma piuttosto una concessione.

Si può tranquillamente sostenere che sia proprio questo il nodo reale della questione, sul quale si ritornerà in seguito. Scuole ora, sviscerare il problema delle successive fasi di reclutamento, denominate fasi C e D.

La riforma Giannini prevede ulteriori provvedimenti di assunzione che rappresentano, forse, il nodo più spinoso seppur e si collega con i cosiddetti “poteri della dirigenza”.

Nell’ottica di realizzare la piena autonomia scolastica, introdotta fin dagli anni ’90 con le riforme Berliguer ma poi, nel bene e nel male, ampiamente disattesa; ogni istituto scolastico può destinare parte del proprio bacino di lavoratori a progetti speciali. Questi sono orientati da griglie ministeriali e si pongono l’obiettivo di facilitare il rapporto tra scuola e territorio. Tali progetti erano, in precedenza, finanziati con i fondi di istituto mentre ora vengono direttamente traslati dal monte orario settimanale di lavoro in classe (18 h.); in pratica se un insegnante viene destinato a svolgere 9 ore settimanali al progetto x, andrà in aula nelle 9 ore restanti, svolgendo sempre le sue 18 ore da contratto ma non realizzandole esclusivamente in aula. Sono le dirigenze ed i consigli di Istituto a stabilire quali progetti mettere in piedi e il personale da destinare agli stessi in base al curriculum personale di ogni insegnate o personale tecnico-amministrativo. A questo punto si liberano ore di insegnamento che dovranno essere coperte da nuove assunzioni dette “di autonomia”. È la fase C di assunzioni che coinvolge chi non ha avuto l’assunzione in ruolo nelle tre fasi precedenti ed è inserito nelle liste nazionali; il personale abilitato che non aveva fatto domanda di inserimento nelle suddette liste nazionali ed è rimasto nelle Graduatorie Ad Esaurimento provinciali; gli abilitati non inseriti nelle GAE (in genere gli abilitati TFA e chi è oggi inserito nella 2° fascia provinciale). A conti fatti un bel po’ di gente.

Ma quali sono, realisticamente, i numeri di queste assunzioni? Si presume che saranno molto esigui nei primi due anni di introduzione della riforma (tempo che si prevede coincida con la fine delle fasi precedenti) e che i primi effetti reali si vedranno nell’A.S. 2017/2018, mentre per l’A.S. In corso bisognerà attendere Novembre

Il 14 Ottobre si sono completate le operazioni di assunzione che hanno coinvolto il normale avvio delle attività scolastiche, con le nomine dei primi supplenti nominati da ogni graduatoria possibile.

Si può, quindi, cercare di trarre un bilancio per pensare e prevedere delle prassi politiche.

Sommando le varie fasi di assunzione (a tempo indeterminato o precarie) con quelle che avverranno con tutele crescenti (fase C) si capisce come la situazione lavorativa degli insegnanti prima precari, sia migliorata, o almeno non peggiorata dal punto di vista contrattuale. La stessa preoccupazione per le nomine dalla graduatoria nazionale si è, di fatto, rivelata poco fondata se guardiamo i numeri di chi non ne ha usufruito. Tale miglioramento non è dovuto esclusivamente ai piani di assunzione di Renzi, ma anche e sopratutto per via del blocco delle abilitazioni che conducono all’immissione in ruolo iniziato nel 2010 con la fine delle SISS (scuole di specializzazioni post laurea abilitanti all’insegnamento della durata di anni e parificate ad un dottorato).

A completare il quadro vi è stata l’assegnazione di 500 € in busta paga per finanziare le attività di aggiornamento individuale preventivamente elargiti sui conto corrente degli insegnanti nominati fino al 14 Ottobre. Rimane inesplicato le modalità con cui ogni insegnante sarà tenuto a fruirne.

La Debolezza delle mobilitazioni sindacali

Le mobilitazioni del corpo docenti avvenute tra fine primavera ed estate, sembrano aver perso spinta ed energia nell’autunno. Se in Maggio, come si accennava precedentemente, gli insegnanti (mobilitati sopratutto dalla FLC-CGIL) hanno dato prova di notevole combattività, la categoria stessa sembra, ultimamente, essere scomparsa dal dibattito pubblico. L’unica manifestazione prevista nei mesi di Settembre-Ottobre ha manifestato più limiti che potenzialità.

Da un lato si pone la FLC-CGIL in particolare (e il resto dei confederati in generale) che vive la contraddizione di imbastire una lotta contro il governo del PD, a cui è legato ancor più di altri settori della CGIL; d’altro canto i sindacati di base non riescono più a mobilitare e gestire i propri iscritti.

Ad una lettura più intima delle mobilitazioni recenti, senza dimenticare quelle più lontane intraprese dal 2008, si potrebbe affermare che si è arrivati ad una fase conclusiva, poiché le tematiche e le piattaforme portate avanti hanno, in parte trovato risposta dalla riforma Renzo – Giannini. Sia chiaro, le richieste hanno sempre avuto un carattere più rivendicativo che vertenziale, accomunando un poco tutto nello slogan “Immissione in ruolo di tutti i precari”. A ben vedere, però, essendo quello salariale l’unico binario sul quale ha viaggiato il treno della contestazione; esso si perde nel vuoto man mano che la situazione salariale stessa migliora o, sarebbe meglio dire, non peggiora alla stessa velocità che colpisce il resto del lavoro dipendente, pubblico o privato che sia.

La questione salariale ha portato, ad avviso dello scrivente, più problemi che alto, in quanto è un ostacolo ad un allargamento della mobilitazione verso il protagonismo degli studenti nonché al resto della società. Perché mai gli studenti dovrebbero sostenere la lotta salariale di una categoria che non percepiscono, a volte giustamente, come vicina alle proprie rivendicazioni? E perché mai una famiglia, magari in difficoltà economica, dovrebbe sostenere una lotta salariale di un lavoratore che non sempre è più povero di tanti altri, pur intellettualmente preparati?

Quel che è mancata è stata un’idea progettuale di rinnovamento radicale dell’istituzione scolastica. Questo grande assente, pur se da molti rincorso, non è stato mai al centro delle discussioni. Sta probabilmente qui la grande differenza con le mobilitazioni del passato (che non sono partite dagli insegnanti) e, oggi, si paga totalmente il conto di questa situazione.

Di fatto il modello si scuola neo-liberista, che Renzi media dal modello anglosassone del suo idolo Tony Blair non ha trovato nessun reale ostacolo al suo affermarsi. La scuola che oggi si disegna è una scuola prettamente classista, (non priva di elementi razzisti e xenofobi) in cui viene presentato alle generazioni in formazione un modello basato sul concetto di lavoro=concessione. Come spiegare, infatti l’isterico riferimento agli stage formativi in azienda che coinvolgono anche per 600 h. Gli studenti e le studentesse? (200 facoltative per i licei, 400 per i tecnici, 400+200 facoltative per i professionali).

Quale altro motivo se non l’appropriazione della ricchezza prodotta dal lavoro è alla base di una pianificazione in cui i giovani sono portati ad interiorizzare l’obbligatorietà di essere solo ed esclusivamente lavoratori dipendenti?

La buona scuola sta marciando a ritmi veloci, ma ancora più rapido è il tentavo del “partito della nazione” di mutare il carattere ed il volto della società, a partire proprio dalla scuola, il nuovo e più pericoloso laboratorio del dogmatismo neo-liberista.

OXI LIBERA TUTTE E TUTTI

 

DA PIAZZA SYNTAGMA RINASCE LA NUOVA AGORÀ DEI POPOLI

Nel 2011, e anche prima, da piazza Syntagma si alzavano scure nubi, frutto della esplosione rabbiosa di un popolo che diceva chiaramente di non volersi piegare ai diktat della troika. Oggi quella rabbia si è organizzata in una coalizione come syriza che, pur con le sue contraddizioni, non ha voltato le spalle a quella piazza in fiamme ma, al contrario, le ha dato dignità e protagonismo politico.

Chi come noi ha condiviso dal primo momento quella rabbia, sapeva che si sarebbe arrivati a questo momento, il giorno in cui il capitalismo e le politiche neo-liberali hanno rivelato il loro vero aspetto: una maschera di opressione, odio, egoismo ed ingiustizia!

In queste ore difficili in cui l’assalto alla democrazia in Europa si fa sempre più duro, c’è bisogno della presa di parola e di posizione di tutte e tutti noi!

Saranno i nostri gesti a cambiare il corso degli eventi, ce lo insegna la Grecia, ce lo impongono le nostre vite, sempre più bisognose di un cambiamento, sempre più soffocate da un regime tecnocratico che con il ricatto del debito sta cercando di prendere il controllo politico dei popoli europei.

C’è bisogno di tutti noi, di tutti quelli a cui le politiche di austerità hanno tolto il diritto alla salute, alla pensione, all’istruzione, al lavoro, alla dignità, di tutti quelli rimasti soli nella crisi, segregati fuori dai confini della fortezza europea.

Nelle ore in cui cadono le maschere e si rivela con chiarezza il terreno dello scontro c’è la necessità di scavalcare la paura e respingere i ricatti e andare dall’altra parte, di dare voce alla maggioranza delle persone fino oggi rimasta invisibile e senza diritto di parola, per popolare insieme una grande agorà europea; uno spazio allargato di ricostruzione, di coalizione, di solidarietà, di giustizia sociale, di democrazia e di pace costruito dal basso che abbia a cuore le sorti delle persone dove abiti il meglio di noi. Abbiamo bisogno di una lotta popolare in cui far nascere una nuova Europa.

Questo è il momento della speranza, questo è il momento del coraggio: la democrazia comincia da noi.

OMNIA SUNT COMMUNIA

FAVILLA-COMMUNIA/SPAZIO SOCIALLE LA BOJE!

Liberi di solcare il mare

Un contributo verso la manifestazione dei migranti del #13g

Distribuito durante il presidio MaiConSalvini del 22 maggio come foglio di controinformazione “Favilla”.

Nel testo abbiamo provato a smontare i punti principali su cui si costruisce la retorica razzista dei partiti che costruiscono consenso sulla pelle dei migranti. In conclusione abbiamo provato a riassumere su quali fronti le migrazioni pongono sfide ai movimenti e alle istituzioni rispetto l’estensione della cittadinanza e la partecipazione dei territori.

a cura di Favilla – CommuniaMantova

 

due

La migrazione è spesso oggetto di speculazioni ideologiche che quasi sempre pagano bene elettoralmente. Di fronte a qualsiasi fatto di ordinaria cronaca che riguardi i migranti, eserciti di giornalisti e addetti ai lavori dalla Lega al Pd fanno gara a chi riesce a piazzare la provocazione più roboante o la dichiarazione più socialmente spendibile per cercare di raggranellare facili consensi.
Il gioco è facile , partecipato da tutte le forze politiche che governano e che hanno governato e ha assunto molteplici forme da tanti anni. Basta spingere sugli istinti di pancia di lavoratori e disoccupati che stanno pagando di tasca propria il debito dei colossi finanziari europei per fornire elementari quanto false risposte al disagio economico che stiamo vivendo. Il meccanismo diventa semplice se supportato da  narrazione nazionale a reti unificate e a flusso continuo, che sciupa litri di inchiostro per esaltare l’incompatibilità dei migranti con i presunti crismi della cultura occidentale. Un motore a tamburo battente alimentato da tante organizzazioni politiche che spara a cadenze regolari aggiornamenti di cronaca nera sui migranti che colpo dopo colpo hanno costruito solidi immaginari in grado di stordire e disorientare un intero paese. Nella maggior parte dei casi supposizioni e disinformazione di parte erigono inossidabili certezze la dove non esistono fatti concreti, ma soltanto storture della realtà o suggestioni malevole di episodi.  In tal modo  illazioni elevate al rango di notizie ufficiali sedimentano in larghi strati sociali incrostazioni di paura. Il possesso e il controllo della comunicazione peraltro è di ricchi bianchi indirizzata a bianchi non ricchi. Non esiste mai a pensarci bene una versione, almeno per rendere un minimo di onore a al codice deontologico del giornalismo, un racconto seppur parziale dei migranti stessi.
Sentiamo la necessità di dover ricostruire pezzi di verità prima di poter esprimere una valutazione su chi asserisce di voler affondare le carrette del mare, piuttosto che sciorinare un insopportabile pietismo radical-chic in grado di produrre  solo effetti indesiderati di intolleranza sociale.
Tanto per cominciare vediamo di partire dall’aspetto recentemente più mediatizzato del problema. Gli sbarchi clandestini.
Nessun essere al mondo attraversa il deserto rischiando di morire di fame e sete, abbandona la propria famiglia e la propria casa, si consegna a trafficanti di schiavi pagando una somma che potrebbe equivalere a tutti gli averi a disposizione di amici e parenti per rischiare la vita su una carretta del mare o di morire soffocato dentro un container al solo scopo di perseguire il puro piacere di venire a rompere i coglioni al lavoratore italiano già afflitto dalla crisi. Si ipotizza con ogni probabilità che la fuga verso un mondo dove si produce ricchezza risponda alla necessità di dover scappare da guerre e carestie e cercare di poter inviare aiuti ai propri cari che si sono svenati per tentare la fortuna di un attraversamento verso l’Europa. Il movente è approssimativamente lo stesso che costrinse milioni di italiani a emigrare in America Latina e nelle miniere in Belgio per scappare dalla fame e dalle persecuzioni fasciste .

Aiutiamoli a casa loro. Di solito è il refrain utilizzato quando numerosi esponenti politici vogliono premiare il loro profilo umanitario per non intaccare il consenso patriottardo costruito sulla condanna e sull’intolleranza dei migranti. Rimane scontato che se una persona non trova miglior soluzione al proprio presente se non quella di recidere definitivamente i propri affetti e scappare verso un incognito futuro dove è facile trovare solo umiliazione e morte una qualche ragione razionale riconoscibile dal nord e dal sud del mondo ci potrebbe anche essere. Potremmo introdurre a questo punto l’importante elemento di sovranità dei popoli sulla gestione e sul possesso delle proprie risorse naturali. E’ semplice e imbarazzante segnalare che un efficace modo per aiutare un migrante a casa sua è di riconsegnare le ricchezze del sottosuolo al dominio pubblico di quel paese invece di far lucrare profitti postcoloniali alle occidentalissime e cinesi aziende multinazionali del petrolio, del gas, del farmaco e della filiera agricola. Tradotto per gli italiani sarebbe necessario che se Salvini se la sentisse di ripetere una dichiarazione di convinto sostegno ai popoli del sud del mondo per evitare che emigrino dovrebbe semplicemente ripubblicizzare Eni e con una moratoria sui profitti restituire tutte le privazioni di importanti energie del suolo ai legittimi governi dal medio Oriente all’Africa. Ma siccome  soprattutto nei teatri di conlitti bellici i primi a intervenire (così è successo sia in Afghanistan che in Iraq) e ad anticipare l’intervento militare dell’esercito italiano sono proprio gli ingengneri di Eni,  Salvini entrerebbe in  contraddizione con i poteri partecipati dal capitalismo italiano. Ovvio che risulta più semplice raccontare che per evitare stragi in mare è meglio prevenire consegnando merendine e bottigliette d’acqua ai popoli affamati dai profitti del capitalismo e fare leva magari sul pietismo umanitario cattolico.
Un altro efficacissimo sistema per “aiutare un migrante a casa” sarebbe quello di non regalare armi alle fanatiche falangi armate islamiche che tengono sotto scacco milioni di persone sotto le effigi della fede ma che in realtà spesso sono solo mercenari al soldo dei ricchi africani a loro volta in busta paga degli investitori occidentali. Mantenere instabili le strutture sociali di paesi afflitti dal colonialismo è un efficacissima garanzia di farsi i propri profitti senza dover pagar altro dazio che qualche favore ai potentati locali.
Un terzo suggerimento, senza scomodare le poco digeribili teorie sull’imperialismo potrebbe essere quello di respingere a furor di popolo le risoluzioni Onu che legittimano le opzioni belliche e ideologiche dei regimi che godono dell’appoggio e del rifornimento balistico dei paesi Occidentali come Israele e i ricchi sceicchi Sauditi. Potrebbe incredibilmente stabilizzarsi il quadro geopolico ed evitare gli esodi di milioni di persone.

tre
Il capitalismo europeo necessita di forza lavoro a basso costo. Esattamente come la produzione negli Stati Uniti si avvale di forza lavoro di Latinos provenienti dal Messico e di Maquilladoras oltreconfine, in Cina di lavoratori che emigrano dalla campagna con forti similitudini allo schiavismo, in Europa occorre, per garantire gli enormi profitti delle multinazionale massacrare salari e diritti di lavoratori indigeni e avvalersi di forza lavoro ricattabile e immediatamente disponibile. Questa nutrita schiera di disoccupati e sottoccupati alcuni decenni or sono veniva anche descritta da un signore con la lunga barba bianca esercito industriale di riserva. La conflittualità tra lavoratori migranti e indigeni per chi accetta di lavorare alla minore paga possibile per poter permettere al ricco padrone la quinta casa si nutre solo ed esclusivamente grazie al razzismo.

Il flusso costante di persone in cerca di lavoro in Europa è un dato strutturale un solido elemento non governabile dettato dalle condizioni economiche, politiche e sociali in cui il capitalismo occidentale è parte del problema. Il modello della fortezza Europa è costruito a partire dalle esigenze di creare una sacca di manodopera ricattabile che possa contribuire alla crescita delle marginalità di profitto della aziende Europee.
Il meccanismo è semplice. Milioni di persone arrivano in Europa quindi è bastato introdurre un principio in base al quale un individuo può rimanere a tempo determinato a lavorare entro i confini Ue mentre un altro anche se è già arrivato deve rimanere nel silenzio, in clandestinità a lavorare in nero, per contribuire ai profitti e allo sviluppo economico senza poter rivendicare alcun diritto e alcuna paga.  In questo modo hanno utilizzato una leva di scardinamento delle cosiddette rigidità che garantiscono un reddito e l’esercizio dei diritti conquistati con le lotte del secolo scorso che hanno liberato i lavoratori dello schiavismo dell’ottocento. Ecco quindi che viene regolarizzata  una parte di migranti mentre l’altra rimane consegnata a vivere nella paura di essere espulsa. La partitura per quote di un flusso costante di migranti è stata scientificamente progettata per essere inferiore alle reali necessità persino quando non stavamo attraversando la crisi economica che oggi viviamo. In pratica alcuni anni fa se a Confindustria occorreva introdurre una forza lavoro di un milione di migranti le quote formali per rientrare in possesso del permesso di soggiorno regolare veniva fissata a 500 mila unità in modo da avere mezzo milione di migranti clandestini. Per mantenere funzionale questa architettura politica occorrono strutture propedeutiche all’espulsione della manodopera in eccesso (i c.i.e.) e un esercito (Frontex) che respinga le eccedenze del sistema produttivo prima che arrivino e un pacchetto di leggi varate dai governi nazionali che possano legiferare l’incipt delle poliche migratorie europee. In Italia la Turco-Napolitano per prima ha introdotto e reso esecutivo il principio di vincolare la presenza di un migrante a un regolare permesso di soggiorno relegando milioni di persone nella paura e nel ricatto. Ci ha pensato poi la Bossi-Fini a inzuppare di razzismo istituzionale con decentramento dei poteri alle questure un ossatura legislativa razzista che ha per anni fatto lucrare ai capitalisti europei.

Quindi sarebbe il caso di iniziare a chiamare le cose con il loro nome. La Lega e tutta la destra sono servi dei capitalisti. Sono autori e complici di un sistema economico che ha smantellato i diritti conquistati e lo stato sociale per come lo abbiamo conosciuto e conquistato come sinistra rivoluzionaria e conflittuale. Hanno stabilizzato meccanismi di ricatto e sfruttamento per garantire profitti a chi ha già i milioni e si ergono a paladini dei diritti di quelli a cui li hanno privati fomentando odio e razzismo. Un razzismo necessario a giustificare una guerra tra poveri, come già detto, in cui quella che abbiamo conosciuto come lotta di classe si è spostata su un piano di lotta razziale a bassa intensità, in cui i confini geografici accomunano Marchionne a un lavoratore italiano che lavora a 3 euro all’ora per Expo da una parte e dall’altra lo sceicco che si compra Alitalia e sostiene l’Isis accomunato con il magrebino che non sa come portare a casa il pane e si affida all’intervento sociale degli estremisti islamici. Una relazione di potere già vissuta nel nostro paese durante il ventennio.

Le esternazioni sui profughi e sui migranti dalla Lega a Sel, rientrano in un quadro di stabilizzazione di un sistema che opprime, sfrutta e produce ineguaglianze e ingiustizie. Non passa alcuna distinzione di contenuto tra chi dichiara di respingere i barconi con un blocco navale e di cacciare gli immigrati e chi invece propone un accompagnamento dei barconi a trenta chilometri dalla costa Italiana, seguendo le direttive del progetto Triton, per essere poi congelati in un Cara o in un Cie in attesa di una imminente espulsione.
Sono solo modificazioni formali di una prassi politica che non si vuole in alcun modo mettere in discussione. Alcune risultano indigeste e cariche di odio, altre più umanitarie e tolleranti, in base agli appetiti elettorali cui si rivolgono, ma entrambe non modificano di una virgola la sostanza, perché modificare la sostanza presupporrebbe scontrarsi con gli interessi di chi detiene l’economia europea.

Occorre pertanto per far fronte sicuramente all’emergenza di una condizione di fuga di civili da conflitti ma occorre dire con altrettanta chiarezza che se non si cancella il vincolo giuridico che relega un cittadino del mondo allo stato di regolarità non si risolve. Per questo sosteniamo che una moratoria legislativa che ponga una sanatoria per tutte e per tutti subito e  la possibilità di permanere nel suolo europeo con un permesso incondizionato di alcuni anni sia l’unica soluzione possibile per affrontare un dramma umanitario, un problema sociale esplosivo e per zittire lo sciacallaggio politico che si è prodotto sui fondi dell’Ue dedicati all’accoglienza. Occorre recuperare e mettere a valore una solidarietà internazionale con tutte le organizzazioni, piccole o grandi che siano che lottano contro i sorprusi, anche in occidente per la restituzione del diritto ad autodeterminarsi.
Occorre diffondere riprodurre a livello sociale una lettura di classe di un problema spacciato come razziale. E’ un compito arduo perché giocato senza armi pari, ma che può avere imprevedibili accelerate nelle conflittualità autorganizzate dai migranti (la gru di Brescia, la rivolta di Rosarno, eccetera)
Il percorso riavviato dalla call di bologna per una mobilitazione nazionale rimane un buon punto di partenza così come va proseguito un percorso coraggioso da affrontare senza paure su terrorismo e culture dopo l’attentato di Parigi. Non dobbiamo ergerci a paladini della verità con lenti occidentali, ma impegnarci per restituire il protagonismo a chi sta compiendo eroiche lotte di emancipazione contro sistemi opprimenti.

 

 

 

Contestare Salvini genera connessioni!

Riflessioni a margine della giornata MantovaMaiConSalvini del 22 maggio.

Venerdì  22 maggio siamo stati tra i principali organizzatori del presidio “Mai Con Salvini” a Mantova.
Per due ore si sono susseguiti interventi sulle politiche migratorie e sulle discriminazioni alle minoranze alternati a performance artistiche e musicali.
La piazza che si è riempita fino a più di 100 persone ha messo insieme associazioni antirazziste, organizzazioni di sinistra, artisti, migranti, Sinti e singoli cittadini che non sopportano il becero razzismo con cui Salvini prova a costruirsi come nuovo riferimento della destra radicale in Italia.

All’indomani della vittoria di Podemos a Madrid e Barcellona, ci interessa raccontare questo evento in relazione ad alcune dinamiche interne ed esterne che possono riguardare il possibile spazio politico di chi si muove contro la privatizzazione della ricchezza e delle istituzioni e per un’estensione dei diritti.

Per quanto riguarda la dialettica interna ai soggetti che hanno costruito la mobilitazione, abbiamo proposto qualcosa che sembrerebbe banale, ma è raro nei contesti di provincia, un’assemblea aperta introdotta da un appello.
Inutile lamentarsi della mancanza di una sinistra politica o provare a costruirne un’allegoria elettorale se poi nella lotta quotidiana sui singoli temi si fatica creare luoghi comuni in cui organizzarsi socialmente e dibattere sulle sfumature interpretative.
Se vogliamo dare continuità alle resistenze e alle alternative sociali che si muovono sul territorio dobbiamo saper utilizzare al meglio lo strumento del comitato e dell’assemblea aperta. Questo non vale in termini di mero ottenimento del risultato politico su singole vertenze (che già sarebbe qualcosa), ma anche rispetto i canali di partecipazione, che sono tanto più aperti e coinvolgenti negli ambiti sociali e composti da una pluralità di soggetti.

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Nei giorni precedenti al presidio e durante la stessa assemblea di costruzione dell’iniziativa #MaiConSalvini è tornato più volte il tema sull’opportunità o meno di contestarlo. Da un lato sembrava fosse obbligatorio “fare quello che fanno nelle altre città”, dall’altro è tornato più volte il frame che dice che “se li contesti direttamente gli dai visibilità”.
Rispetto la prima ipotesi pensiamo che in questa fase i movimenti di opposizione devono scegliere cosa fare in relazione ad un rafforzamento dell’insediamento nei territori e delle relazione tra i soggetti che li compongono.  Se in parti d’Italia dove la lega è storicamente meno presente, l’opposizione diretta a Salvini ha coagulato non solo attivisti antirazzisti, ma anche cittadini indignati dall’opportunismo leghista nel progetto nazionalista “noi con Salvini”. Da noi si sarebbe tradotta in un aziona avanguardista, che pur strappando diversi apprezzamenti, poco avrebbe impattato su un rafforzamento del lavoro antirazzista nel territorio.

Allo stesso tempo però vogliamo intervenire rispetto all’associazione diretta, che molti a sinistra fanno, tra la contestazione a Salvini e la sua crescita mediatica ed elettorale.
Il leader leghista ha avuto una copertura televisiva tra le più alte del circo mediatico della politica italiana, arrivando a 73 presenze televisive in poco più di 50 giorni. L’operazione di trasformazione in senso nazionalista della Lega Nord trova spazio in una destra orfana di Berlusconi, in cui è facile trovare alleanze (Casa Pound e Fratelli d’Italia) e dettare tempi e temi del discorso. Salvini trova spazio mediatico indipendentemente dalle contestazione perché potrebbe essere la migliore (se non l’unica) marionetta che la classe imprenditoriale ha tra le mani nel caso in cui calasse il consenso verso Renzi e fosse necessaria un’ipotesi autoritaria per approvare le riforme di privatizzazione della ricchezza.
Anzi di fronte questa prospettiva, contrastare anticipatamente Salvini e mostrarne le contraddizioni,  scardina la narrazione omogenea dei media e fa sapere che c’è anche chi pensa che opzioni politiche escludenti non debbano trovare spazio per costruirsi e crescere.

Sacrificare un percorso ricompositivo attorno alle alternative alle false soluzioni leghiste, per paura di far vibrare eccessivamente il termometro del consenso, ci pare un’inutile premura in un momento in cui a sinistra ci sembra sia necessario non tanto un adesione virtuale o una “simpatia”, ma un concreto attivismo materiale, spalla a spalla, sui temi sociali.
La lotta al costituente partito nazionalista di “Noi con Salvini” non è da intendere secondo noi come un’occasione di visibilità “di riflesso” o per rimarcare un’identità antifascista, ma perché consideriamo l’antirazzismo come uno dei pilastri su cui ragionare una possibile nuova sinistra.
Le migrazioni infatti, aldilà dei temi umanistici e umanitari, sollevano delle fortissime questioni di politica economica mondiale che a più livelli riguardano la classe degli sfruttati.
Oltre a contribuire ulteriormente alla scomposizione dell’identità di classe in Europa e ad occupare contemporaneamente le peggiori situazioni lavorative dall’agricoltura ai servivi, i migranti mettono in discussione la struttura della cittadinanza e dei diritti garantiti da questa, la relazione tra stato e cittadino. Le migrazioni sono la più tangibile forma di lotta ad una globalizzazione capitalistica che ogni anno ci lascia con un mondo sempre più diseguale e divaricato tra parti ricche e parti povere.

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In conclusione potremmo affermare che la trasformazione della Lega Nord è pienamente in atto.
Il comizio padano, a detta degli stessi giornali cittadini, ha confermato gli scarsi numeri che storicamente hanno avuto nel capoluogo virgiliano (meno di 150 persone con delegazioni da Parma e Brescia hanno assistito al comizio) presentava una composizione meno popolare e più “da Mantova bene”.
Il partito nazionalista anti-invasione che ha in testa Salvini ha conquistato i cuori della destra Mantovana. Dopo l’implosione della leadership berlusconiana e gli scandali dei diamanti in Tanzania che hanno coinvolto i membri del cerchio magico di Bossi, sembra che l’opzione autoritaria nel nostro paese possa ricostruirsi attorno al polo di “noi con Salvini”.

Favilla – CommuniaMantova

RICONVERTIRE UN PETROLCHIMICO? INTERVISTA AD UN LAVORATORE DELLA IES

RICONVERTIRE UN PETROLCHIMICO?
INTERVISTA AD UN LAVORATORE DELLA IES

[intro e intervista a cura di Favilla-CommuniaMantova]

Si avvicina il primo maggio e la data di mobilitazione nazionale contro il grande evento di EXPO2015 denominato “nutrire il pianeta”. Ci sembra il contesto più adatto per pubblicare l’intervista fatta a fine febbraio a Stefano Lodi Rizzini (lavoratore della raffineria e iscritto CGIL) della RSU della IES. L’ anno scorso la raffineria, da qualche tempo sotto la gestione del gruppo multinazionale IES-MOL, ha deciso di chiudere la raffinazione di idrocarburi per divenire mero centro di stoccaggio. Mantova nel secondo dopoguerra ha legato il suo destino al distretto chimico-industriale definendo uno skyline di tubature e camini parallelo a quello risorgimentale. Allo stesso tempo sono stati inquinati irreparabilmente quei laghi che la circondano e che per secoli l’hanno protetta definendone clima e morfologia. Questa intervista a cura del collettivo Favilla – CommuniaMantova tocca tutti i passaggi della lotta per la difesa del posto di lavoro, le relazioni con il mercato mondiale degli idrocarburi e le alternative che si potrebbero mettere in campo. I lavoratori infatti si sono trovati tra le mani un’ipotesi seria di riconversione ambientale che permetterebbe a diversi di loro di tornare occupati e ai cittadini di Mantova di riappropriarsi dell’ambiente. Negli ultimi mesi il nostro collettivo ha insistito sul tema delle fabbriche recuperate. Non si è trattato solamente di solidarizzare con l’esperienza milanese di Ri-Maflow, il più avanzato esperimento nazionale di occupazione e recupero della produzione da parte dei lavoratori (in rete con altre esperienze internazionali su workerscontrol.net), ma anche di ragionare di una strategia di lotta che sembra dare qualche frutto. Per quanto siamo consci della distanza tra queste esperienze e le officine Putilov di San Pietroburgo (…e per fortuna), la riappropriazione del lavoro ci sembra in diversi casi l’unica soluzione per vincere e non tornare a casa con la cassa integrazione e qualche promessa. Mancando la forza sinergica del movimento operaio, riappropriarsi del lavoro può essere un primo passo non solo per cambiare la concezione del lavoro, ma anche per riconoscersi e ottenere dei risultati di fronte la burocratizzazione e l’indebolimento dei sindacati nelle vertenze. Se la giustificazione dei capitalisti è quella dell’opportunità di delocalizzare il lavoro dove costa meno, o scorpolarlo in cooperative esternalizzate, riprendersi il proprio luogo di lavoro e prodursi un reddito può essere una risposta sensata. Generata non tanto dallo spirito rivoluzionario, quanto dalla ricerca di alternative ad un sistema capitalista che sempre più fatica a nascondere la sua logica distruttiva, impattando i territori e le vite delle persone come se fossero materiali “usa e getta” con cui produrre profitto. I lavoratori della IES non devono essere lasciati soli in questo anno che li porta alla fine della cassa integrazione, ma andrebbero appoggiati con una rete dal basso che supporti questo tipo di riconversione ecologica. Il rischio è quello di lasciarli nelle mani del prossimo miglior offerente e di perdere l’ennesima occasione di riprendersi i laghi e le sponde e far partire le bonifiche delle falde e dei terreni.

Come inizia la crisi nel settore degli idrocarburi e come si collega con
la notizia del disinvestimento del gruppo IES-Mol sulla raffineria di
Mantova (ovvero dall’attività di raffinazione a quella di semplice
deposito di petrolio e derivati)?

Abbiamo sempre pensato ad una raffineria i cui  padroni  di maggioranza e di minoranza degli ultimi vent’anni Mario Contini e Adolfo Vannucci , figure legate al territorio, potessero garantire da sole una controparte con cui confrontarsi.
Passando invece al un gruppo multinazionale di origine ungherese (MOL) ovviamente ti trovavi con un grande gruppo, con grandi comparti e una struttura molto complessa (tipo l’ENI italiana). Questa grande potenza si pensava potesse far fronte agli investimenti per rinnovare la raffineria, ma ci siamo accorti con il tempo che non è stato così.
Non è sempre corretta la relazione ideale in cui  chi ha più soldi, metta più impegno e risorse su un investimento e rispetto  per la responsabilità sociale dell’impresa su un territorio. Anzi tante volte è l’esatto contrario e le multinazionali estere che si insidiano sui nostri territori lo hanno sempre dimostrato.
Abbiamo conosciuto una crisi improvvisa, nel senso che erano preannunciate contrazioni
nel settore della raffinazione un po’ in Europa, e quindi in Italia , ma queste non giustificavano da sole il fatto che dovesse chiudere in maniera così repentina e massiccia dappertutto.
O almeno, potremmo dire che di fronte ad una contrazione del fossile, della raffinazione tradizionale, a beneficio di altre tecnologie dell’energia rinnovabile, si poteva benissimo immaginare un sistema di riconversione. Cosa che di fatto non è mai avvenuta.
Un grande gruppo che può vedere avanti negli anni, non può aver considerato che cinque anni prima avesse acquistato una raffineria a Mantova che (costatagli centinaia di milioni di euro) senza avere soluzioni alternative o una pianificazione che potesse durare nel tempo con un progetto di riconversione della raffinazione tradizionale.
Ci hanno dato in modo improvviso la notizia della chiusura ormai più di un anno fa. Solo pochi mesi prima ci avevano comunicato che erano pronti a fare degli investimenti sul territorio. Pensavamo di poterci fidare di un grande capitale che invece si è rivelato un gigante con i piedi d’argilla.
Il settore del petrolio sembrava essere indistruttibile e coperto dai pericoli di mercato e invece ci siamo accorti che con una mancanza di un piano energetico nazionale (mancanza che c’è da sempre nel nostro paese), si trova una desertificazione sociale e la disoccupazione.
È  un territorio abbandonato perché la raffineria lascia soli i lavoratori e le loro famiglie, ma anche un ambiente inquinato, un territorio che deve essere bonificato poiché è già a credito di salute e benessere.  Il rischio serio e’ che poi possa essere abbandonato, in quanto sappiamo benissimo che un polo industriale, una volta dismesso, si trova a non avere i fondi necessari per affrontare le bonifiche. Quindi,paradossalmente, una raffineria in attività ha più soldi per rendere operativo un piano di bonifiche. Se  chiudi, è chiaro che nell’abbandono succede come è successo alla Tamoil di Cremona dove, dopo aver chiuso, i materiali pericolosi sono rimasti tutti lì per parecchi anni.
É sicuramente vero che senza la raffineria in attività la città di Mantova è meno investita dall’inquinamento, ma se non si inquina qua, si distribuiscono gli impianti di raffinazione nel sud del mondo. E qui apriamo un altro capito, il fracking americano, l’olio di palma, la deforestazione per il food. Togliamo il food per fare noi le rinnovabili e quindi togliamo gli alimenti alle persone per poi dopo creare energia e questo crea una contraddizione sopra l’altra.
Alla fine noi, che ci troviamo sbattuti fuori dal mondo del lavoro, dobbiamo assistere anche al dramma delle persone che perdono il lavoro con conseguenze gravi dal punto di vista psicologico. A tal proposito abbiamo fatto diverse iniziative su questo asse di intervento, grazie ad una Associazione no-profit  di Firenze  che si chiama ILEX che nella mensa occupata della Cartiera Burgo ha attivato  gruppo d’ascolto per i lavoratori licenziati; laddove si potessero ritrovare quei lavoratori che mostravano i sintomi della depressione, della rabbia e della desolazione.

Sintomi di persone che non volevano credere di aver perso il lavoro e rimuovevano, dicevano “vedrete che domani arrivano i camion a caricare” oppure “maddai sarà una crisi passeggera”.
L’incredulità e la rimozione sono sfociate nella depressione, ci sono state pure delle separazioni familiari che abbiamo dovuto gestire.
Abbiamo anche lanciato l’iniziativa dei post-it, erano bigliettini di sofferenza che venivano attaccati nei punti strategici della città in modo da dare valore al nostro dolore, facendolo uscire dalle mura
familiari. Diventava così un dolore pubblico e condiviso. Abbiamo, cosi’ fatto esperienza anche di quegli strumenti dell’assistenza diretta che si formano nella fasi di crisi e depressione economica.
La IES, seguendo una logica spartitoria basata su produzioni e prezzi con altre multinazionali del petrolio oltre il Confine Nazionale ha dismesso la raffinazione a Mantova.
Ma non si è stati in grado di costruire un programma anche dopo la chiusura, capace di mettere in piedi un piano industriale che prevedesse la costruzione di qualche altra iniziativa,come ad esempio  bio-raffinazione, biocarburanti da bio-masse, joint venture di trading petrolifero ed energie alternative.

20130918_064009_2918_2_ITM_IMG_BIG_7776Qual è stata l’ultima affermazione di IES-MOL, semplicemente il fatto di tenere  la raffineria di Mantova come deposito o c’è qualcos’altro?

MOL ha dichiarato all’improvviso “basta, stop alla raffinazione”, da 400 persone diventerete 80 e manterremo a Mantova un polo logistico. Importeremo da Marghera attraverso la pipeline il prodotto finito (prodotto e raffinato all’estero con i sistemi americani). Si stoccherà in 5 nostri serbatoi e poi verrà rivenduto, quindi con margini ridotti e minore rischio.

Quindi dalla situazione individuata dall’azienda non ci si è mossi
nonostante le proteste?

No. Ciò è potuto accadere anche per i ritardi cittadini, che hanno contribuito a trasformare Mantova da città in pieno sviluppo e tra le città più ricche d’Italia, alla provincia con la maggiore percentuale di disoccupati della Lombardia. Quindi siamo precipitati.
Ancora adesso l’azienda non vuole, non c’è la volontà di fare imprenditoria e di diversificare la produzione. La RSU inoltre si è trovata in una situazione contraddittoria e paradossale di dover fare lei una proposta che vada nella direzione delle nuove filiere produttive e che superino le catene di produzione tradizionale.
Questa proposta  andrebbe ad inserirsi nelle linee d’azione che le istituzioni europee dettano rispetto alla riconversione della raffinazione tradizionale.
La nostra società, la MOL, ha incaricato un’altra società che si chiama Sofit BPI che sta lavorando per riassorbire la manodopera nel territorio mantovano, finora senza risultati.
Il biocarburante di terza generazione, produzioni di biocarburanti e combustibili da biomasse, produzione di gas da biomassa, featuring remediation e riqualificazione delle aree, attività legate a culture idroponica (quella portata avanti dai lavoratori) e insediamento di un campo solare fotovoltaico, queste erano le azioni che si potevano sviluppare sul territorio, una volta trovato un investimento, per rilanciare il polo industriale !
Ma dietro non vediamo nulla! Mentre anche il biodisel, nonostante abbia quote ancora basse in Italia, che potrebbero essere aumentate per affiancarlo alle benzina; lo sta  già facendo la raffineria di Venezia, anche se la nuova produzione sembrerebbe più garantita dai Fondi Europei che non dettata da una convinta idea di riconversione.
L’apertura di centrali a biomasse ha però forti contraddizioni rispetto la concezione di una produzione agricola indirizzata non a produrre cibo, ma carburanti.
Certo,paesi come Austria e Germania, questi fondi europei li prendono e noi comperiamo da loro i prodotti.
Noi, provocatoriamente, abbiamo portato al tavolo delle trattative il progetto “AGRO THERME” che  è stato proposto alla R.S.U. della Raffineria da un ex direttore , un grande progettista, che aveva studiato altri progetti di riconversione delle raffinerie. Non solo la coltivazione idroponica, ma anche per  alghe e  fotovoltaico.
Questa persona, ci sta aiutando attraverso la progettazione delle serre Idroponiche appunto che lui stava già promuovendo sul territorio nazionale.
Abbiamo, successivamente  chiesto all’azienda se era disposta a concedere parte del terreno ( che si affaccia su uno dei laghi che circondano Mantova)  170mila metri quadri per fare le serre di coltivazione di lattughino di quarta gamma. Significa che tutte le culture di serra sono di seconda gamma; in pratica fanno l’inseminazione, la coltivazione e poi il trasferimento del prodotto ad un impianto di impacchettamento.
Nel nostro progetto invece c’è un ciclo a freddo dove si semina, il prodotto cresce, viene tagliato e impacchettato e spedito in brevissimo tempo via aereo, treno o autostrada,proprio come  fanno le grandi società che sono attive sui mercati internazionali della verdura.
Ma voi chiederete “tutto ciò su un terreno inquinato?”.

No perché lo faremo vicino alla corte ex Bassani che è un terreno fuori dalla raffineria e uindi dal SIN (sito di interesse nazionale). Inoltre,  la coltivazione avverebbe su  bancali sollevati da terra. Questi bancali scorrono a seconda della varie fasi del processo produttivo.
Il vantaggio è che il prodotto non si deteriora in quanto immediatamente impacchettato, non ha inquinamento da trasporto poiché l’autostrada e l’ aeroporto di Villafranca sono vicinissimi e avrebbe tutti i vantaggi  dell’accorciamento dei cicli della coltivazione.
Non seguirà un ciclo naturale, ma sarà massificato.
Questo progetto occuperebbe 92 persone e sarebbe (nell’elenco della società assunta da IES per le proposte di ricollocamento) quello che occupa il maggior numero della precedente forza lavoro.
É stata una grande soddisfazione aver pensato  noi alla migliore soluzione, allorché abbiamo detto a Confindustria “ci stiamo invertendo i ruoli o sbaglio? Stiamo facendo noi i datori di lavoro!”.
Adesso il rischio è di fare la cooperativa dopo aver visto che queste ultime vengono subappaltate e subiscono le leggi del mercato senza aver più nulla dello spirito originario. Ormai negli statuti cooperativistici possono metterci n mezzo di tutto. Se facessimo così, i primi ad andare in malora sarebbero gli operai stessi poiché dovremmo metterci noi i soldi e il rischio di impresa.
Sono quindi contrario alla forma cooperativistica, non siamo stati noi a chiudere la fabbrica!
Vorremmo piuttosto che ci sia un interessamento di qualche imprenditore per il nostro progetto. Sempre che la IES sia disposta a prestargli l’area in comodato d’uso per almeno una ventina d’anni. Può essere anche una compagnia imprenditoriale grossa come lega coop. O imprenditori del melone del mantovano, dove si trovano persone in gamba.
Ci siamo fatti aiutare  anche dall’assessore all’agricoltura della Provincia Maurizio Castelli,che è stato mio professore di Estimo ai Geometri e adesso vediamo come va a finire. La mia impressione è che  dovremo aspettare le prossime elezioni comunali, prima di avere notizie certe sul futuro di IES e dei suoi Lavoratori.
La Provincia allo stesso tempo ha provato a formulare dei progetti in linea con le sovvenzioni europee…
Addirittura c’è uno studio che riguarda la canna fluviale che contiene
molto zucchero e con lo zucchero si produce energia.

1374058_10201481650437087_1920952119_nPerò è una pianta infestante…

Si è vero che è dichiarata infestante…Mi riferisco alle lamentele dei contadini dei territori in cui sono sorti impianti a biomasse, costretti a chiudere le aziende agricole da mercato per produrre materiale da bruciare per produrre energia…

A noi sembra che la migliore ipotesi per la città sia la vostra, sotto tutti i punti di vista, dall’inquinamento prodotto al recupero occupazionale. Mentre gli enti pubblici e privati sembrano giostrare le altre proposte per provare ad avere un ritorno. Magari non direttamente.

Quindi i lavoratori della raffineria sono stati l’istituzione più lungimirante…robe da mat (ironico)…
Il rischio della centrale a biomasse, oltre agli aspetti ambientali, è che finiti i fondi europei ti ritrovi il problema di una rovina industriale da bonificare.
La lattuga invece si mangerà anche fra sette anni. L’investimento poi è relativamente modesto in quanto si aggira intorno ai 16 milioni, a fronte d centinaia di milioni di buco che ha fatto IES/MOL per comprare un raffineria e dopo qualche anno dismetterla.
Cosa sono 16 milioni per una multinazionale degli idrocarburi?

Ma il loro obiettivo è aumentare la distribuzione di idrocarburi nel mercato italiano?

A Marghera c’è il polo logistico dell’ENI,con la raffineria che si è riconvertita facendo biodisel. A Marghera c’è anche un deposito piccolino dove le navi scaricavano il petrolio, quello è di  IES.
Adesso  le navi con il prodotto già finito scaricano in serbatoi ENI e da lì inviati al Deposito IES, il quale pompa tramite Oleodotto il prodotto finito a Mnatova.  La  abbiamo sempre del personale finchè non arriverà magari un domani lo scarico automatico. Serve solo per scaricare le navi e spedire il materiale fino a Mantova. Poi a Marghera c’è tutto un polo chimico dell’ENI oltre alla Raffineria che raffina l’olio di palma.

E la raffinazione dove si è spostata?

Il mercato asiatico soprattutto Cina e India, ma anche tanta America.
Gli Stati Uniti, con i nuovi sistemi di fracking stanno estraendo talmente tanto petrolio che non sanno più dove metterlo.
Pensa che loro erano un grande paese importatore e nel giro di 4 anni sono diventati esportatori.
Allo stesso tempo sfruttano gli accordi commerciali come quello del TTIP (se si concretizzerà) e sono avanti anche nel settore delle rinnovabili dove beneficiano di un’immensa estensione territoriale e  dove si possono contenere o nascondere più facilmente alcune conseguenze ambientali dell’inquinamento.

Ma come mai stanno chiudendo così tanti poli di raffinazione in Italia? Qual è la tendenza?

La raffineria di Mantova non è l’unica, era piccolina, ma ben
posizionata a livello logistico.
Però è stata chiusa probabilmente perché si è deciso di salvarne altre, come quelle dell’ENI ad esempio  e farne morire altre, attraverso meccanismi commerciali non sempre chiari.
L’ennesima contraddizione è che mentre si chiudono le raffinerie, il
Governo, che possiede Azioni della maggiore Compagnia Petrolifera Italiana, l’ENI,attraverso lo Sblocca Italia rischierebbe di riprende la campagna di perforazione per la ricerca di petrolio e gas metano sui litorali Adriatici e del Mediterraneo giù in Sicilia, per non parlare della Val D’Agri in Basilicata.
E dopo succedono  gli smottamenti . Si giustificano dicendo che se non lo facciamo noi lo faranno altri paesi. Per esempio, arrivano delle navi dal Nord Europa a battere i fondali dell’Adriatico che fanno scappare i pesci fin giù in Sicilia.
Nel tirreno invece abbiamo spagnoli e norvegesi, questi ultimi molto
attivi ovunque.

É molto interessante questa lente che permette di passare dalla piccola Mantova alle ricadute internazionali…

Il Governo, che ripeto,essendo compartecipe in quote ( oltre il 30%) con L’ENI, in qualità di Garante e Responsabile Sociale di chiusure produttive con ricadute occupazionali, magari per interposta persona
avrebbe dovuto intervenire in questa partita Mantovana dai risvolti occupazionali drammatici
Questo lo abbiamo detto chiaramente al ministero dello sviluppo economico durante gli accordi sulla mobilità , poiché ENI ha diverse azioni possedute dallo Stato. . .Alla fin fine siamo ostaggio non solo delle multinazionali, ma  esiste anche un governo che non sa  decidere del proprio piano energetico.
Basta vedere il reddito di Scaroni (AD di ENI) per farsi un’idea.
Se si segue ciò che succede in Val d’Agri, in Basilicata ci si rende conto delle linee politiche energetiche e delle sue ricadute sul territorio. Qui hanno trovato uno dei giacimenti più importanti d’Europa e hanno deturpato le zone circostanti, c’è stato un dumping sociale dato da un’ostilità con gli abitanti di quel territorio che non hanno visto la minima forma di restituzione collettiva.
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A noi sembra che la parola pianificazione manchi alla politica economica di oggi.

Noi manchiamo di un piano energetico non perché non siamo capaci di farlo, ma perché non l’hanno voluto. Perché se conosci le tendenze di un certo piano energetico ti devi muovere in base a quello. Invece il mondo del petrolio, purtroppo, subisce dei capovolgimenti di fronte improvvisi che non permettono una pianificazione; in più sono davvero in pochi che decidono. Questo non va bene perché le ricadute sui territori sono sociali e ambientali….e quindi di tutti!.
L’idea di riconversione nasce nel 2004 quando la proprietà Vanucci-Contini vede una crisi del settore petrolifero e si prepara per sfruttare il terreno attorno alla raffineria di proprietà di quest’ultima.
E da lì avevano elaborato una serie di alternative dal fotovoltaico alle alghe per produrre energia; orti dove potrebbero lavorare anche soggetti con disabilità o problemi di marginalità, in modo da realizzare un progetto di agricoltura sociale.
Poi, non se ne è più fatto niente, avranno pensato altre strade finché ce n’erano e poi vendere (a IES/MOL) dato che c’erano troppi investimenti da fare e movimenti ambientalisti che faticavano ad immaginare alternative alla chiusura tout court.
Questo progetto sta in piedi da solo.

Sarebbe il primo su scala nazionale?

Di quarta gamma farebbe concorrenza alle culture del sud dove ci sono tante serre, ma senza impacchettamento diretto che avviene il più delle volte al nord. Con tutte le conseguenze del caso rispetto
all’inquinamento dato dai trasporti e al deterioramento della merce.

La cassaintegrazione quando finisce?

Il primo aprile 2016 dopo due anni

Scadenze per l’approvazione del progetto?

Questo lo sta visionando la società incaricata dalla IES di valutare i progetti alternativi. E questa è una spesa, come i corsi formativi della regione, che hanno ricollocato zero persone. Allora abbiamo detto al responsabile regionale del ministero “cosa stiamo facendo?”.
L’unico che da risposte al lavoro è il lavoro stesso.

Si tratta di un progetto di riconversione quindi che è in mano ad una società. In base a cosa lo sta valutando?

Fattibilità e finanziamento…. Ma il problema è che dietro alle buone intenzioni di facciata sui progetti alternativi c’è poco e nulla. Ad oggi l’unico progetto fattibile è quello proposto dai lavoratori.

Come si vorrebbe strutturare il discorso della cooperativa?

Eh, metterebbero fuori i soldi i lavoratori… Io rispedirei la proposta al mittente…io non vado da dei lavoratori lasciati a casa a chiedergli i soldi.
Basti pensare che al ministero ora ci sono 150 tavoli di crisi. Cosa facciamo tirare fuori i soldi ai lavoratori?

DOVE STIAMO ANDANDO? 5 punti su trasporto pubblico e diritto alla mobilità

Questo breve contributo a cura di Favilla-CommuniaMantova vuole essere uno strumento orientativo per le studentesse e gli studenti di Mantova che si stanno opponendo al progetto della settimana corta che entrerà in vigore il prossimo anno a causa dei tagli al trasporto pubblico. Seppur in modo un pò scolastico speriamo possa orientare gli studenti nella fitta rete di responsabilità e scelte che, con la privatizzazione dei servizi pubblici, sono sempre meno nette e comprensibili.

Introduzione: il capitalismo è il sistema economico dominante a livello mondiale, si basa sull’investimento di ricchezza in un’arena concorrenziale, per ottenerne un volume maggiore rispetto quella di partenza.
Nel momento in cui si diffuse dall’Inghilterra, a partire dalla metà del ‘700, vennero distrutti diversi legami sociali tradizionali e gli individui divennero forza lavoro da acquistare nel mercato.
Le conseguenze furono il lavoro minorile, lo spostamento dalle campagne alle baraccopoli malsane ai margini delle città, l’eliminazione di qualsiasi forma di solidarietà sociale per i più sfortunati (vecchi, invalidi, donne e bambini). Dalla seconda metà dell’ 800 nascono varie forme di redistribuzione (minima) della ricchezza chiamate WELFARE (pensione) e forme di servizi sociali (scuola, trasporti, sanità) che nel corso del ‘900 saranno estese a tutta la popolazione.
A partire dagli anni ’80 (’90 in Italia) diventano egemone la teoria economica neoliberista, che sollecita un capitalismo libero da qualsiasi obbligo di redistribuzione e la privatizzazione dei servizi sociali (oltre che dei territori e dei beni comuni).

1) APAM nasce nel ’49 per volontà del sindaco Giuseppe Rea che riteneva indispensabile il servizio di trasporto pubblico per una società come Mantova. Nel ’73 le lotte del movimento studentesco ottengono di integrare le agenzie di trasporto private che si muovevano in provincia in APAM. A fine anni ’90 inizia il passaggio da consorzio pubblico a società per azioni.

2) come e chi privatizza? Il decreto Burlando del 1997 (D.lgs. n. 422 del 18 novembre 1997) trasferì la competenza del TPL (trasporto pubblico locale) dal governo nazionale agli enti locali (la provincia è responsabile del trasporto su gomma). L’obiettivo della riforma era quello di passare da una gestione monopolistica del pubblico ad una concorrenziale tra imprese private. Nel 2009 l’ approvazione dell’art.4 del Decreto Legge n. 78/2009 che obbliga l’ente che affida direttamente ad un’impresa (come il nostro caso tra la Provincia di Mantova e APAM) ad appaltare il 10% del servizio oggetto dell’affidamento ad altri soggetti.
Queste leggi obbligano i consorzi che gestivano il trasporto pubblico a trasformarsi in società
di capitali, a creare un mercato in cui il vostro diritto alla mobilità diventa una merce.
 

3) chi decide i tagli? Dal 2008 Apam esercizio Spa è una società per azioni di proprietà di Apam
Spa. Questa è controllata per il 54,92% dalla Provincia e dai 66 Comuni, mentre il 45% lo
detiene NTL Srl  (partecipata al 50% da ATB Mobilità Spa e Brescia Trasporti Spa).
La regione riceve la quota stabilita dal fondo nazionale per il TPL e la gira a ciascuna provincia.
Per il 2015 è stato deciso un taglio di 50 milioni dal fondo del TPL in linea con le richieste della BCE e della Deutsch Bank, poiché nei mercati finanziari dell’economia neoliberista sei affidabile se crei un sistema di concorrenza anche nei servizi pubblici. Più privato = Più punti nei mercati.
In questa situazione la Provincia è allo stesso tempo azionista (detiene delle quote di Apam) e “castrata” da alcune funzioni gestionali che non le competono più in relazione alla legge per l’accorpamento delle province.

4) chi paga? Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un peggioramento dei servizi del trasporto pubblico. Sono aumentate le tariffe e la “razionalizzazione” si è tradotta non in una pianificazione nazionale, quanto in un taglio di tutto ciò che non creava profitto, negando il diritto alla mobilità per chi abita nei posti meno raggiungibili. La Lombardia ha investito (in realtà debito pubblico) 2,4 miliardi di euro per l’autostrada inutile BeBreMi, ma non ha soldi da investire sui servizi socialmente indispensabili come trasporti, scuola e sanità. Paghiamo 2 volte: per l’assenza di servizi sempre meno finanziati e quindi sempre più costosi; per le speculazioni sulle grandi opere infrastrutturali.

5) Quali Alternative? Innanzitutto i servizi pubblici non devono essere considerati merce e l’accordo economico segreto tra Europa e Stati Uniti denominato TTIP/TISA peggiorerà questa mercificazione dei bisogni. Non è possibile che qualcuno faccia l’imprenditore su un bisogno sociale senza il quale non si può vivere nelle società contemporanee (tutti noi beviamo acqua, ci muoviamo per andare a scuola o a lavoro, ci curiamo se stiamo male). L’unica prospettiva intelligente è una gestione dei servizi che sia pubblica e partecipata dai soggetti che la utilizzano e che vi lavorano.