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Eni: espropria e distrugge

Eni dal 2008 è sponsor di Festivaletteratura: è legge del mercato cercare finanziamenti a iniziative di tanta risonanza internazionale.
Ma Eni sponsorizza direttamente iniziative e mostre sull’Africa e questo non può però lasciare tranquille le coscienze dei cittadini e delle cittadine, italiani e migranti, che ogni giorno si battono contro i pregiudizi, le discriminazioni, le persecuzioni mediatiche che colpiscono le persone che dall’Africa sono costrette ad andarsene a causa dei disastri ambientali, della corruzione, della violenza fatta sistema, dei lasciti del colonialismo, guerre comprese.
Sarebbe interessante che Eni raccontasse al pubblico del festival come risponde alle inchieste internazionali di magistrati, giornalisti, studiosi dell’ambiente, attivisti dei diritti umani, magari avendoli come interlocutori diretti. Ma sarebbe un dibattito troppo lungo e complesso.
Il grande scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa fu condannato a morte dal governo del suo paese nel 1995, insieme a otto altri attivisti, per la sua incessante lotta contro la devastazione del Delta del Niger causata dalla Shell. A più di vent’anni di distanza la situazione non è cambiata: terreno, fiumi e acqua sono tanto contaminati che è quasi impossibile praticare l’agricoltura e la pesca, da sempre mezzi di sostentamento della popolazione. Le conseguenze sono evidenti: disoccupazione e disperazione, specialmente tra i giovani, esodo di massa, tasso di criminalità elevato e prostituzione forzata. In Nigeria non si prevede la fine di questo orrore ecologico. Nel ’95 Saro Wiwa combattè contro la Shell, oggi Eni è una delle principali multinazionali del petrolio in Nigeria; dai suoi impianti nel solo 2014 ci sono state 550 fuoriuscite di greggio. Più che da quelli di Shell. Amnesty International ha ritenuto “del tutto inattendibili le dichiarazioni Eni secondo cui gli sversamenti sarebbero l’effetto di sabotaggi e furti”. Inoltre Eni è stata protagonista, indagata dalla magistratura, per tangenti a esponenti di governi corrotti che garantivano diritti estrattivi. Situazioni analoghe sono denunciate per Congo Brazzaville, Kenya, Mozambico, Ghana e Angola. Mentre altri paesi africani, come il Senegal, stanno stipulando accordi al ribasso per lo sfruttamento degli idrocarburi recentemente scoperti nel paese.
Oltre a questo va ricordata la forte presenza di Eni in Libia, dove, secondo il Wall Street Journal, Eni si è assicurata “accordi” con milizie rivali fra loro che le consentono di operare in siti insicuri.
Sempre in Libia la società Mellitah Oil and Gas (joint venture fra Eni e la compagnia petrolifera nazionale libica Noc) che gestisce il terminal petrolifero di Mellitah, a Ovest di Tripoli, ha siglato un accordo riservato di protezione esterna dell’impianto con la principale milizia di Sabrata, il Battaglione Anas Dabbashi. Questa milizia comandata da Ahmed Dabbashi (detto ‘lo Zio’), oltre a trafficare in armi, contrabbandare greggio in Sicilia in accordo con Cosa Nostra e coltivare rapporti con l’Isis, ha il suo business principale nel traffico dei migranti. A raccontarci le conseguenze di questi accordi sono molti richiedenti asilo che arrivano sul nostro territorio. Per Gabriele Iacovino, analista del Centro di studi internazionali (Cesi) esperto di Libia, “in un Paese diviso in potentati locali spesso coinvolti in attività criminali è inevitabile che un’azienda che ha interessi da proteggere debba scendere a compromessi con chi ha il coltello dalla parte del manico. Lo stesso vale se si danno soldi e mezzi alla Guardia costiera, che risponde a quegli stessi clan e milizie locali.”
A chi dice “aiutiamoli a casa loro” chiediamo di riflettere sulle ‘nostre’ responsabilità nella distruzione di un continente che è stato ed è letteralmente invaso e devastato dall’economia e dalla politica delle potenze mondiali, Europa in primo luogo. Che ognuno si prenda le proprie responsabilità e non si lavi la coscienza salvando la propria immagine con la Cultura.

A cura di Rete Antirazzista Mantova

LIBERARSI DAI CONFINI

Appello della RETE ANTIRAZZISTA MANTOVA per manifestare il 25 aprile contro le guerre, il terrorismo e la chiusura delle frontiere.

Le terribili immagini della metropolitana di Bruxelles lacerata dalle bombe assomigliano non solo a quelle degli attentati del fondamentalismo dell’ISIS in Africa e Pakistan, ma anche a quelle sulle conseguenze dei bombardamenti occidentali (e dei suoi regimi alleati) sulle città della Siria.
Quelle bombe aiutano tanto Daesh a reclutare tra la frustrazione degli islamici che vivono in Europa, tra la marginalità e l’assenza generale di programmi di solidarietà sociale, quanto la destra nazionalista e razzista che, chiedendo la chiusura delle frontiere e “welfare patriottici”, non fa altro che sostenere i programmi di riduzione generalizzata della spesa pubblica pretesa dalla grande finanza.
Le domande dei migranti fermati dai confini di filo spinato che stanno moltiplicandosi, non interrogano semplicemente un senso di solidarietà sociale europeo ormai sovrastatato dalla precarizzazione di milioni di poveri europei, ma sul ruolo dell’occidente nel mantenere i propri privilegi devastando un mondo stravolto dalle disuguaglianze economiche e dalle crisi ambientali.
L’accordo con il criminale governo della Turchia, che riceverà 6 miliardi di euro in due anni dall’UE, per segregare i migranti nei paesi confinanti e i frequenti scambi commerciali con l’Arabia Saudita (epicentro delle letture ortodosse dell’Islam), sono solo le ultime dimostrazioni di come i governanti europei siano totalmente responsabili di questo clima di terrore.
Cosa c’è meglio del terrore e delle leggi speciali per governare un’Europa in cui aumentano i licenziamenti, si eliminano diritti sociali ottenuti con decenni di lotte e si privatizzano la scuola e la sanità, rendendole meno accessibili ?
Non esiste nessuna separazione tra NOI e LORO basata sul colore della pelle, sulla religione o sulla cittadinanza. Esiste invece una separazione netta tra chi sostiene guerre e disuguaglianze, come i governi europei, l’ISIS e la destra, e chi, impoverito e marginalizzato, migrante o nativo, lotta per redistribuire la ricchezza che pochi stanno accumulando e la libertà di muoversi liberamente nel mondo.

Non possiamo più pensare che la chiusura delle frontiere e la riduzione dei diritti di tutti, siano questioni secondarie e sconnesse. Anzi sono l’asse centrale per i potenti per costruire una lotta tra poveri che gli permette di accrescere tranquillamente, sulla nostra pelle, le loro ricchezze.

Per questo pensiamo che non ci possa essere LIBERAZIONE senza una forte mobilitazione che chieda, insieme ai migranti e ai richiedenti asilo, l’apertura delle frontiere, un nuovo sistema di solidarietà sociale europeo e l’opposizione ad ogni guerra e terrorismo.

UN INVITO INFORMALE A PARLARE DI GENUINO CLANDESTINO E SOVRANITÁ ALIMENTARE

Rivolto a contadini e consumatori ribelli alla Grande Distribuzione Organizzata

È da un pò di mesi che parliamo di diritto alla terra e sovranità alimentare. In qualche modo è un tema che è sempre stato nelle nostre corde, dato che molti di noi hanno iniziato ad interessarsi dei problemi globali ai tempi dei social forum, fortemente composti dai movimenti contadini del sud del mondo.

Siamo partiti un po’ da lontano, e da una campagna profondamente diversa da quella di oggi, con il seminario storico sui 130 anni del movimento contadino de La Boje! che, sviluppatosi nel nostro territorio tra società di mutuo soccorso e contadini salariati alla fame, rivendicava in qualche modo “la terra a chi la lavora”.

La campagna ha mantenuto una sua centralità nella nostra provincia non solo in termini di produttività, ma anche su un livello socio-culturale e soprattutto di definizione dell’ambiente.

Da lì, ricordandoci della lettera della Deutsche Bank del 2012 che suggeriva di alienare e cambiare uso ai terreni agricoli, abbiamo incominciato a chiederci di chi fossero e che uso se ne facesse.

Non potendo avere una risposta immediata e convincente alle improvvise cementate o alla sovrabbondanza di mais, abbiamo incominciato ad entrare in contatto con reti e soggetti che approcciavano la manifestazione contro EXPO del primo maggio, andando a mettere l’accento sul fatto che le multinazionali presenti all’esposizione stavano ammazzando (e non nutrendo il pianeta).

All’epoca del bio, del tipico e di Farinetti ( almeno per chi ha capitali e strumenti culturali per non cibarsi solo nella GDO ) l’industria alimentare (quella della carne in particolare) causa più del 50% delle cause del surriscaldamento del pianeta.
Lo stesso processo, guidato dagli stili alimentari occidentali formati sulle pubblicità degli ipermercato, porta all’impoverimento della bio-diversività, alla trasformazione dei contadini in imprenditori e allo sfruttamento (e ai morti) nelle campagne.

Chi beneficia di ciò sono i grandi gruppi agricoli imprenditoriali (che sicuramente fremono in attesa del TTIP, il trattato di mercato unificato tra Europa e Usa), le case farmaceutiche che guadagnano sulle malattie causate da de-nutrizione e sovra/mala -nutrizione e la Grande Distribuzione Organizzata, ultimo anello di una catena che parte con il caporalato nelle campagne.

Nel mentre abbiamo conosciuto: l’esperienza di Mondeggi, fattoria in abbandono sotto speculazione finanziaria oggi autogestita e in salute; lo spazio FUORIMERCATO nella fabbrica autogestita Ri_Maflow, che raccoglie tutti i prodotti legati a progetti che parlano di solidarietà, campagna e mutuo soccorso.

Abbiamo visto come a Bari, e in altre zone d’Italia, i terreni abbandonati possono essere non solo il luogo dello sfruttamento e delle baraccopoli per i lavoratori stagionali, ma anche il posto dove migranti e precari ri-affermano i propri diritti, producendo salsa di pomodoro al giusto prezzo, quello che può dare un reddito.
Oppure di come le mense popolari possano dimostrare che insieme si può essere più forti di qualsiasi patto di stabilità, sfratto, frontiera filospinata o piano di licenziamenti.

Diverse di queste esperienze sono tenute insieme dalla rete informale chiamata “Genuino Clandestino”, che dal 2010 mette insieme i coltivatori che non possono (e rifiutano) rispettare i certificati europei progettati dalla grande industria alimentare. La stessa che affama il mondo e sostiene leggi come quella di “orientamento in agricoltura” (D.Lgs 228/01) che ha perfezionato la trasformazione dell’imprenditore agricolo (ex contadino) in una vera e propria impresa di mercato.

Oltre ad informarci e promuovere la salsa “Sfruttazero” nelle ultime settimane abbiamo partecipato al corteo in difesa dell’esperienza di Mondeggi Bene Comune a Firenze e approfondito i legami tra industria della carne e distruzione dell’ ecosistema terrestre ( con la de-forestazione e l’inquinamento prodotto) con la proiezione del documentario “Cowspiracy”, abbiamo pensato cosa si potesse fare a livello locale.

La migliore sintesi di quello che vorremmo fare l’abbiamo trovata nella presentazione dello Spazio FuoriMercato della Ri-Maflow:

“Superando la dicotomia tra città e campagna, tra produttori e consumatori, dobbiamo ricomporre le molteplici lotte e costruire insieme una comunità che vada al di là del buon cibo e della tutela dell’ambiente per affrontare i temi dei diritti di chi lavora, dei prezzi ‘sorgenti’ di produzione e dei prezzi al momento del ‘consumo”.

Ci piacerebbe in primo luogo conoscere contadini e attivisti che condividono con noi questi temi per strutturare una continuità di ragionamento sul territorio.
Capire con loro se fosse possibile strutturare reti di consumo critico e mutualistico ( ricordiamoci che oggi molti faticano a fare una spesa decente in termini di qualità e quantità) e mercatini autogestiti in cui scambiare prodotti non certificati (clandestini per la GDO).
Oppure se qualcuno è interessato ad estendere e aderire alla rete Genuino Clandestino o a supportare progetti di mutuo soccorso con esperienze esemplari di lotta ed autoproduzione.

Vi aspettiamo,
La Boje!

  1. http://www.communianet.org/il-network/130-anni-da-la-boje
  2. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=21034
  3. tbcfirenzemondeggi.noblogs.org
  4.  http://www.fuorimercato.com/new/
  5. www.rimaflow.it
  6.  https://www.produzionidalbasso.com/project/sfruttazero-autoproduzioni-fuori-mercato/
  7.  http://www.cowspiracy.com/

 

 

Solidarietà Antifascista agli attivisti della Casbah

In seguito ai fatti dell’aggressione di stampo neofascista ,avvenuti lo scorso martedì 4 agosto, vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà al nostro compagno e a tutti gli attivisti dell’arci Casbah.
L’ episodio non è isolato ma è il più grave di una lunga serie di provocazioni a realtà fisiche che portano avanti una radicata politica antifascista.
Nel mantovano, queste aggregazioni neofasciste oltre ad essere piccole sono socialmente emarginate, difficilmente individuabili e poco conosciute ma praticano una strategia fatta tutta di istigazione e sfida, ponendo come unico obbiettivo lo scontro fisico violento.
Agendo nell’ombra non vengono riconosciuti come minaccia reale ma cavalcano astutamente l’onda incalzante di una retorica xenofoba e sempre più razzista e sessista su cui, scaltri leader dell’ultimo minuto, hanno costruito una politica di soppraffazione.
Partiti istituzionali come la lega nord, promotrice di innumerevoli campagne per la sicurezza e la legalità, si schiera in piazza con nuovi movimenti di estrema destra come Casapound che più organizzati e politicizzati non differiscono dai piccoli gruppetti di “neonazisti da paese”, nelle modalità di azione violenta.
Poniamo, dunque, uno spunto di riflessione per quanto riguarda l’ambiguità di alcuni temi come legittimità e giustizia, facendo riferimento alla legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione”), detta anche Legge Scelba, all’art. 4 che sancisce il reato commesso da  « un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. ».
Non tutti rispettano le leggi e non tutte le leggi vengono rispettate ma episodi di aggressioni come quello avvenuto martedì non avevano solo scopi intimidatori, a questo proposito la solidarietà, l’informazione e la partecipazione sono le uniche risorse con cui contrastare questa bieca tradizione fatta di violenza, ignoranza ed attacco ai movimenti sociali.
La storia ci ha insegnato e ci insegna che la lotta è un esercizio quotidiano e che l’antifascismo è un valore che deve vivere ogni giorno.

Favilla_CommuniaMantova

Spazio Sociale La Boje!

Atletico Langafia : partecipazione dalle periferie contro razzismo & speculazione

Fin da bambini lo sport è uno dei migliori strumenti per socializzare con persone che non si conoscono e per ridare significato a luoghi abbandonati in cui vengono improvvisati campi da gioco.La cronaca degli ultimi giorni ci parla del crollo della maschera democratica dell’Europa. L’aumento degli sbarchi nel Mediterraneo ha creato reazioni scomposte da parte di istituzioni e cordate politiche che hanno più di qualche responsabilità nell’aver contribuito a sostenere le cause dei processi migratori.

I tavoli europei discutono di “rimpatri” rinforzando la politica della Fortezza Europa, Germania e Francia chiudono le frontiere, il governatore della Lombardia Maroni (creatore del sistema accoglienza da ministro dell’interno nel 2011) minaccia di sospendere i finanziamenti ai sindaci che accolgono i migranti, a Roma decine di arresti sono avvenuti nel mondo politico e criminale per la speculazione nella gestione dei centri di accoglienza.In questo clima in cui i partiti razzisti provano a guadagnare qualche voto e i giornali a vendere qualche copia in più, sembra che i codici per leggere il problema siano il “realismo” di chi denuncia la situazione e il “buonismo” di chi si mostra solidale.

Noi pensiamo che siano entrambi sbagliati e che si debbano sottolineare le cause ambientali, politiche ed economiche delle migrazioni in un mondo in cui i livelli di vita occidentali sono garantiti dalla sofferenze del resto del pianeta. Allo stesso tempo dobbiamo eliminare dal discorso la separazione tra “noi” e “loro”: la risposta autoritaria alla mancanza di politiche sociali coinvolge ormai tutti. La colpa dei migranti è solo quella di rendere manifeste le crepe nei diritti di cittadinanza che molti di noi pensano di avere ancora garantiti.

Partendo da questi due punti possiamo incominciare a guardare alle migrazioni come processi attraverso i quali i territori si devono attivare direttamente dal basso, scavalcando il sistema degli appalti e delle cooperative.Negli ultimi mesi abbiamo incominciato ad interrogarci sulle modalità di accoglienza nel nostro territorio e abbiamo provato a coinvolgere i migranti in attività che li emancipassero dal “parcheggio” esistenziale a cui li costringe il Regolamento di Dublino (il testo che regola le politiche UE in materia di asilo).

Da marzo un gruppo di antirazzisti che frequentano i collettivi de La Boje! e alcuni giovani rifugiati provenienti dal Mali, ospitati in una struttura d’accoglienza a Borgoforte, hanno dato via a una squadra di calcio, chiamata ATLETICO LANGAFIA (“libertà” in maliano).Abbiamo incominciato a fare partitelle ogni mercoledì nel campetto della Cinciana, nel quartiere dello Spazio Sociale (Borgochiesanuova), incontrando l’interesse degli adolescenti della zona, con l’obiettivo di fare una squadra che partecipasse ai Mondiali Antirazzisti (una manifestazione sportiva e culturale che da quasi 20anni raccoglie realtà antirazziste e ultras da tutto il mondo).

L’obiettivo è quello di dimostrare quanto sia semplice attivare, senza spese, percorsi di accoglienza e solidarietà, soprattutto in quei contesti periferici che in questi anni di crisi delle politiche pubbliche soffrono maggiormente la mancanza di servizi e di pianificazione urbanistica.Domenica 28 giugno, prima dei Mondiali Antirazzisti (1-5 luglio), organizzeremo un torneo di calcio a 5 antirazzista cittadino nello stesso campo che frequentiamo settimanalmente ai giardini della Cinciana. Invitiamo tutta la città a partecipare al torneo e alla cena sociale portando qualcosa da mangiare, in modo da contribuire ad una giornata di solidarietà e rivendicazione dei diritti dei migranti. Sarà una buona occasione per dimostrare non solo che è possibile vivere in uno spazio davvero condiviso e multietnico, ma anche che la collaborazione e lo scambio tra le diverse culture che vivono nel paese è l’unica soluzione sensata alla questione migratoria.

Per chi è interessato a partecipare al torneo di calcio, scrivere a: Fabio (3496531281)

Per chi volesse fare una donazione alla squadra dell’Atletico Langafia in vista della partecipazione ai Mondiali Antirazzisti, contattare:

Scrivere un post su questo evento facebook  (https://www.facebook.com/events/722454881197870/)
oppure a
spaziosocialelaboje@gmail.com

Frittatona e marmellate: sulla giornata No Renzi e No Expo di domenica

In merito all’articolo del 20 Aprile sul presidio contro l’arrivo di Renzi a Mantova, a sostegno della campagna elettorale di Mattia Palazzi, riteniamo doveroso fare delle precisazioni. Pur non dichiarando che lo spazio sociale La Boje sia stato il responsabile del lancio di uova contro la sede elettorale di Palazzi, una lettura disattenta dell’articolo poteva far intendere ciò. Lo spazio sociale La Boje!, non solo non è responsabile di tale atto, ma prende le distanze da queste pratiche. Noi crediamo che il conflitto politico sia inevitabile nell’attuale sistema socio-politico; allo stesso tempo non crediamo che “un lancio di uova” sia un’azione rilevante, anzi, la riteniamo una sterile manifestazione di rabbia, magari legittima; ma che deve veicolarsi in ben altri piani; con metodologie e prassi che coinvolgano chi, che dal basso della piramide economica e sociale, intenda costruire una società egualitaria, orizzontale e giusta. Nel relativo successo dell’iniziativa contro Renzi, questa visione è tuttavia mancata. Da tempo, sosteniamo la necessità di una costruzione politica includente, che non debba risolversi nella sommatoria di etichette politiche o singole sensibilità; ma che riveli, piuttosto, le contraddizioni del sistema neo-liberale e riconosca il protagonismo di soggetti sociali nuovi rispetto agli schemi del XX secolo. Proprio in virtù di questa analisi, il pomeriggio dello stesso giorno, abbiamo organizzato il primo torneo di basket NO EXPO al campo pubblico di te Brunetti. Tale iniziativa ha visto la partecipazione di oltre 60 giovani, in buona parte figli di migranti, che si sono incontrati per creare spazi di socialità dal basso; rivitalizzare la periferia; autoriconoscersi attraverso lo sport come solidali e rifiutare il disegno di una società basata sul profitto e la mercificazione delle vite. A fine torneo sono state offerte a tutti i partecipanti panini con marmellata autoporodotta…..molto meglio della frittatona rituale della mattinata!

Favilla – CommuniaMantova

4 BUONI MOTIVI per svegliarsi domenica mattina e contestare RENZI

 

Matteo Renzi, l’ennesimo premier non eletto, passerà da Mantova domenica mattina per sostenere il candidato del PD e SEL Mattia Palazzi. Questo per ora è stato messo maggiormente in difficoltà dalla distanza tra quanto dichiarato dal suo programma locale e le politiche messe in campo a livello nazionale dal suo partito.

Perché svegliarsi domenica?

1- Le politiche messe in campo dal governo Renzi seguono le logiche neoliberiste che hanno portato alla crisi, ovvero allargare gli spazi della società governati dal mercato e aumentare la competitività in questi. Territorio, servizi pubblici come la scuole e la relazione lavorativa subiscono un’espropriazione da parte dei privati.
I petrolieri bucano valli in cerca di petrolio senza il rispetto delle comunità territoriali, le scuole sono “occupate” non dagli studenti ma dalle imprese che impongono stage gratuiti estivi nei piani didattici, la disoccupazione giovanile aumenta le file di una forza di lavoro di riserva utile per lavori pagati sempre meno.

2- Perché la politica determina il tuo futuro ed è sempre più distante da te. Renzi nel solco di Berlusconi, con l’approvazione dell’Italicum supporta un’idea di democrazia poco partecipativa e molto rappresentata (non rappresentativa). Renzi promuove una visione di governo forte, pronto a tutto per raggiungere i propri obiettivi, esautora la discussione parlamentare e l’unica dialettica con le parti sociali è rappresentata dai manganelli della polizia. Il “si vota ogni 5 anni e poi comando io” Berlusconiano è impreziosito da strumenti mediatici che nascondono il reale annichilimento della dialettica socio-politica per costruire finti panorami partecipativi, ad esempio la discussione on-line delle proposte della “buona scuola”.

3- Perché anche tu pensi che serva un cambiamento forte, ma non pensi che il “rottamatore” possa portare ad alcun rinnovamento. Renzi fin dai primi passi in politica, pur provenendo dalla “balena bianca” democristiana, si autodefinisce come colui che rottamerà, che faciliterà e che semplificarà gli assetti istituzionali e di potere della vecchia politica.
In realtà la bandiera del “nuovo” per Renzi è solo uno strumento per creare una politica dell’eccezione che trasformi in legge le volontà dei poteri economico finanziari e cancelli le possibilità delle classi più povere di far valere le proprie ragioni.
Il nostro nuovo è qualcosa invece che parte dagli esclusi dalla politica istituzionale, dai rapporti di potere che governano l’Italia, dai baroni che occupano da anni i centri nevralgici delle istituzioni (ricordiamo De Gennaro responsabile delle torture di Genova nel 2001, oggi a capo di Finmeccanica) e dai diktat di Francoforte che persistono nella direzione dei tagli alla spesa pubblica.

4- Perché stando a letto domenica mattina gli dimostreresti che come dice lui “non c’è altra soluzione” al governo della casta politica-economica, di quell’ 1% che Renzi rappresenta e che si è arricchito esponenzialmente a partire dai piani anti-crisi della FMI e della BCE.
La piazza di domenica oltretutto può essere il seme di una coesione politica di quel 99% impoverito di diritti, reddito e democrazia reale. Da questo presidio può inoltre germogliare una discussione che non abbia paura di affrontare temi come la limitazione della proprietà privata, l’audit sul debito, la difesa dei servizi pubblici e dei beni comuni, il contrasto al razzismo e l’estensione dei diritti di cittadinanza, il rispetto dei territori e la critica dell’industria alimentare per riacquistare sovranità sul cibo.

La Boje!

8-13 novembre: 2 giorni per Helleniko, ospedale autogestito greco

 

Volantinomaledonne

Collettivo MaLe_Donne

 

LA SALUTE E’ UN DIRITTO UNIVERSALE

NO AI TAGLI ALLA SANITA’ PUBBLICA

UNISCITI AL CAMPER PER HELLENIKO

Nel marzo di quest’anno è iniziata una campagna di mutuo soccorso tra femministe italiane e greche, promossa nel nostro paese dalla rete “Donne nella crisi”.

La campagna è iniziata con una serie di incontri in varie città alla presenza di compagne greche che hanno relazionato circa la situazione economica del loro paese, dove per effetto della terapia imposta dalla troika la disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti, i salari e gli stipendi sono stati drasticamente ridotti e tagli enormi hanno riguardato tutti i servizi, in particolar modo il sistema sanitario pubblico.

Durante gli incontri non si è parlato solo delle conseguenze della perdita per molte donne dell’assistenza al parto e di che cosa significa un cesareo a costi proibitivi in un contesto di disoccupazione e miseria, ma le discussioni si sono focalizzate soprattutto sugli effetti della crisi sulle donne, che non sono solo materiali ma anche politici, culturali e simbolici.

La crisi ha prodotto una regressione dei rapporti di genere sia sul piano privato che su quello politico.

In ottobre è iniziata la seconda fase della campagna, il cui obiettivo è la raccolta di medicinali per Helleniko, ambulatorio sociale metropolitano che opera in uno spazio occupato e che grazie al lavoro volontario di medici/mediche e personale sanitario, cura tutte le persone che non hanno più accesso all’assistenza sanitaria. Nei mesi di ottobre e novembre un camper con una mostra itinerante attravererà l’Italia, fermandosi in piazze, davanti a ospedali e altri luoghi raccogliendo contemporaneamente quanto richiesto dai medici e dalle mediche di Atene.
Anche in Italia ci stiamo avvicinando alla condizione della Grecia, una misura del governo particolarmente grave è la riduzione della spesa sanitaria dal 7,1% al 6% entro il 2017. La sanità pubblica ha già subito numerosi tagli, con le conseguenze che conosciamo: licenziamenti di lavoratrici e lavoratori, chiusura di reparti o di interi ospedali, allungamento delle liste d’attesa, abbassamento della qualità delle cure, aumento dei ticket.

La campagna non è solo di solidarietà con le donne di un altro paese; serve anche a contribuire alla costruzione in Italia della lotta coordinata di lavoratori, lavoratrici e utenti per la salute come diritto universale.

Il mutuo soccorso accompagna e non sostituisce la lotta per un sistema sanitario pubblico efficace.

Il collettivo femminista Ma_Le_Donne accoglierà il camper per Helliniko a Mantova, saremo mercoledì 13 novembre in piazza Mantegna dalle 15 alle 17 e giovedì 14 novembre davanti all’ingresso dell’ospedale nuovo dalle 10 alle 12.

Mercoledì 13 novembre assemblea pubblica alla Boje con una volontaria di Helleniko (ore 21.00) anche in quest’occasione raccoglieremo fondi.

venerdì 8 novembre dalle ore 19 serata di sottoscrizione con assemblea aperitivo, musica e materiale informativo presso lo spazio sociale la Boje per, vi aspettiamo numeros*!

Per chi non potesse partecipare vi è anche la possibilità di contribuire con un versamento sul conto banco posta 1011822465 a nome di Biancardi Donatella.

Mercoledi 24 luglio Concerto CATARRO HC du Brasil

catarro HC

Concerto

 

 

 

+ CATARRO  from Brasile grind & Violent HC

+ FEED ME MORE  from Milano Crust Core(Italy)

+ RAUCHERS  from Brescia  Hardcore(Italy)

+ IN-SIGHT from Mantova HardCore

ore 22.00 allo Spazio Sociale LaBoje

Strada Chiesanuova n°10

Un concerto/serata  imperdibile per Mantova e per tutti gli appassionati di HARDCORE brasiliano con dei supporti veramente “tosti” che vengono da Milano, Brescia e Mantova, un mix eccezionale di violenza sonora da NON perdere assolutamente!!!!!

AUTOFINANZIARE LO SPAZIO SOCIALE LABOJE, vuol dire costruire tutti assieme una struttura anticapitalista all’interno della città di Mantova, che deve e dovrà sopportare le lotte contro le logiche di questo sistema!!!!

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!!!!!!

 

 

Come ti costruisco il debito pubblico e come lo legittimo

Una rassegna di articoli che analizzano la crisi economica che stiamo attraversando, i postulati del governo delle banche, le spese militari impriscindibili e due letture per una risposta dal basso alla dittatura del debito di Guido Viale e Christian Marrazzi.

 

 

I postulati di Monti

 

di Danilo Corradi e Marco Bertorello

14/1/12

da http://ilmegafonoquotidiano.it

Il pensiero economico mainstream antecedente la crisi vantava una comprensione dei processi dalla precisione pressoché matematica. L’ambizione al superamento del carattere ciclico dell’economia era giustificata dall’affermarsi di sofisticati strumenti di calcolo che consentivano la realizzazione di investimenti sempre più in equilibrio. La finanza risolveva matematicamente i problemi del ciclo. Oggi in Italia sembra l’inverso.

Dall’approccio scientista e lineare si è passati all’opposto: al terreno dell’inspiegabile, all’assenza di nessi tra azione e reazione, tra problemi e provvedimenti. D’altronde non potrebbe essere diversamente per riuscire a dare spiegazione dell’attuale crisi e dell’assenza di prospettive credibili per uscirvi. Il dibattito sui rimedi ai mali italici appare esemplare. Il governo Monti, dopo aver operato in una prima fase di emergenza della finanza pubblica attraverso presunti indiscutibili provvedimenti che mettessero “i conti in salvo”, ora deve passare alla fase due del programma di salvezza nazionale. Come da tempo ci viene spiegato, il rigore di bilancio da solo non può risolvere il buco nei conti pubblici e le difficoltà che l’Italia sta attraversando. Ai sacrifici si deve aggiungere il volano della crescita. Un totem di cui si fa fatica a comprendere il profilo. La crisi sistemica e di ordine perlomeno continentale suggerirebbe soluzioni di ampio respiro, europee per l’appunto, ma per il momento nulla appare all’orizzonte se non proposte sempre di ordine politico-finanziario. Un nuovo ruolo alla Bce, fondo salva Stati, pareggio di bilancio, ecc… Sul versante della crescita nessuno sembra avanzare idee forti capaci di guidare il vecchio continente fuori dalla crisi, ma solo proposte in scala minore e dal carattere incomprensibilmente salvifico. In Italia, per il momento, sembrerebbe che l’impegno profuso sia tutto concentrato su due binari: riforma del mercato del lavoro e liberalizzazioni.

Per quanto attiene la prima i risultati della progressiva flessibilizzazione del lavoro sono sotto gli occhi di tutti. Il tentativo di far aderire domanda e offerta di lavoro al pari di una qualsiasi merce viene da lontano. Le prime sperimentazioni nacquero a partire dalla fine degli anni Settanta, addirittura nel settore pubblico, con i contratti a termine nella scuola. Da lì vi fu una progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro che ha avuto i momenti di maggior sistematizzazione sul piano legislativo con il pacchetto Treu nel 1997 e con la legge 30 nel 2003. Solo le classi dirigenti non vedono come ormai non solo siano state semplificate l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro, ma, fattore più concreto ancora, come siano state destrutturate le relazioni tra impresa e lavoro. La flessibilizzazione mostra i suoi effetti sia sul piano formale quanto soprattutto su quello dei rapporti di forza. Il lavoro è stato reso più debole nel suo complesso, grazie al fiato sul collo tenutogli attraverso la precarizzazione, il suo potere è stato ridimensionato, fino a rendere pressoché impercettibile la vecchia discriminante tra garantiti e non. La definitiva messa al bando del contratto nazionale e l’individualizzazione dei rapporti giuridici di lavoro coniugati con un welfare straccione per i woorking poors e gli esclusi, vuoi perché troppo giovani oppure vecchi, rappresentano gli ultimi tasselli di una trasformazione degli assetti socio-economici che il mercato ha perseguito pervicacemente nel tempo. Risultato: negli ultimi trent’anni ridimensionamento della quota salari sul Pil rispetto a profitti e rendite, minore e più instabile occupazione, in definitiva una vita molto più precaria.

I processi di liberalizzazione sono un poco più recenti e forse meno evidenti nei loro effetti. Anche se il referendum dello scorso anno suggerisce che anch’essi siano stati compresi adeguatamente nella società. Una recente ricerca della CGIA di Mestre (liberalizzazioni? No grazie) ha analizzato gli andamenti dei prezzi nei servizi erogati in undici settori aperti alla concorrenza negli ultimi vent’anni. Si va dall’aumento delle tariffe nel settore delle assicurazioni (184,1% dal 1994) a quello dei servizi bancari (109,2% dal 1994), dai treni (53.2% dal 2000) a quello delle autostrade (50,6% dal 1999), passando per gas (33.5 dal 2003) e trasporti urbani (7.9 dal 2009) ecc… Gli unici settori che hanno visto una effettiva riduzione delle tariffe sono quello della telefonia e dei prodotti farmaceutici. Persino l’andamento dei prezzi dei voli aerei, nonostante l’avvento dei low cost, risulta complessivamente aumentato (48.9% dal 1997).

Come da questi dati si possa avanzare la teoria che le liberalizzazioni di taxi, edicole, e altre più o meno presunte caste (intendiamoci: che notai e avvocati lo siano non c’è alcun dubbio!) possa consentire una crescita del Pil di 1 o 2 punti su base annua è un mistero. Che la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali possa contribuire a fronteggiare la crisi (quasi a dire che i soldi li abbiamo, ma è il tempo per spenderli che manca) è un altro mistero. La fase due del governo Monti sembra incentrata su postulati euclidei, cioè quelle poche regole che in geometria vanno studiate a memoria e dove non vale il ragionamento per giungervi. Così continuiamo a vedere somministrate dosi crescenti del medesimo farmaco che in questi anni non ci ha curato, sarà il caso di cambiare farmaco e magari anche medico.

 

 

 

Il debito e le spese militari

 

da Guerra & Pace del 06/01/12

di Alberto Stefanelli e Piero Maestri

 

In queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).

Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista Guerre&Pace nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.

Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).

Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.

L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘Costano troppo, il governo non li compri’” .

Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d’arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro… e della seconda portaerei, la Cavour, davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo da la senatrice del PD Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: “Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l’acquisto a 40-50”, in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di “sospensione” e “ripensamento””….

Ora, la sen. Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica) dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al «memorandum» del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari…) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.

 

I DATI DELLE SPESE BELLICHE

Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.

Secondo gli ultimi dati disponibili del Sipri, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa – posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati Sipri l’Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.

Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l’approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in 14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell’Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti. Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l’acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l’utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.

Si arriva così a una spesa complessiva – verificata – di oltre 23 miliardi di euro, come riportato da il manifesto.

 

UN BILANCIO PER LE GUERRE

Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.

Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di Sbilanciamoci 2012, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.

La questione va molto oltre.

L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al 5° posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.

Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.

Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8000/8500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il 4° paese per contributi alle operazioni a guida Nato).

Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati (3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).

 

L’ITALIA NELLA DIVISIONE DEL LAVORO BELLICO

In questo ambito l’Italia si occupa anche di quella che, nella divisione internazionale del lavoro militare all’interno della Nato, viene riconosciuta come un’eccellenza italiana, cioè la gestione dell’ordine pubblico attraverso le forze di polizia ad ordinamento militare. Questo attraverso due “centri” collocati a Vicenza e gestiti dall’Arma di Carabinieri: il Comando della Gendarmeria Europea, una forza di pronto intervento formata da diverse polizie militari europee pronta ad intervenire in missioni di “pace” a supporto degli eserciti nelle fasi di occupazione dopo la guerra. E il CoESPU, una scuola di polizia per forze armate del terzo mondo dove viene formato personale per le varie missioni di pace. Non per niente i carabinieri protagonisti di Genova 2001 venivano dalle guerre della Somalia e del Kossovo e oggi gli Alpini passano direttamente dall’Afghanistan alla Val di Susa

Soprattutto di questo dovremo discutere quando parliamo di spesa militare. In questo quadro crediamo sia quindi indispensabile chiedere una riduzione delle spese militari non solo e non principalmente in funzione di eliminare sprechi, spese inutili, o privilegi di casta. Questo è certo necessario ma non sufficiente a definire una diversa politica della difesa improntata alla pace e non più alla guerra.

Già nei precedenti governi di centrosinistra e centrodestra che hanno preceduto l’attuale era ben presente l’insostenibilità economica dell’apparato militare. Pur senza arrivare a nulla di fatto e senza avviare una discussione pubblica, questi governi hanno cercato di operare per arrivare a “forze armate ancora più efficaci e adeguate ai nuovi compiti, razionalizzando i costi, adeguando le risorse e ammodernando la concezione stessa di Forze Armate”, come ha affermato La Russa nell’aprile 2009; o come si era espresso prima di lui il sottosegretario alla difesa Forcieri nel settembre 2006 arrivando a delineare uno strumento militare con meno marescialli e con più strumenti per le missioni militari.

 

IL DEBITO PUBBLICO E LE SPESE MILITARI

L’enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste – come gli articoli pubblicati sul sito www.rivoltaildebito.org hanno già più volte mostrato.

Per l’argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l’aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell’uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall’altra il sostegno pubblico all’industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.

Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l’anno).

L’Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con undebito pubblico di oltre 1900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato – che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.

E’ chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.

L’altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all’industria bellica. L’industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.

Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l’articolo di Marco Panaro (Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica).

Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.

Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro «Banchieri, politici e militari» (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: «Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell’Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità».

Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.

 

UN ALTRO MODELLO PER LA “DIFESA”

Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa” pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili; sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa, prima di lei).

Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.

È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.

Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficenti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.

Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.

Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna Sbilanciamoci, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio, 3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro

Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la ricerca della Brown University (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.

 

Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.

Tra l’altro, come hanno dimostrato più volte la rivista «Alteconomia» e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l’uscita da quel programma – e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.

 

NON PAGARE IL DEBITO, TAGLIARE LE SPESE MILITARI

In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d’Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.

Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni…).

E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending) che sosteneva: «Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all’invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse». La storia di questi anni ci racconta come è andata: la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate – per la gioia dei nostri «alleati» statunitensi – e intanto aumentava il debito pubblico.

La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.

 

 

 

 

 

La nostra spending review

(FONTE: GUIDO VIALE – IL MANIFESTO | 28 DICEMBRE 2011 )

 

Il costo del debito pubblico italiano non è sostenibile: 85 miliardi all’anno di interessi su 1.900 miliardi di debito complessivo, che l’anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all’anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell’eurozona al 60 per cento dei Pil. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce n’è un’altra “nascosta”, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il Tav (treno ad alta velocità) è l’esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica – finora, ma non è finita qui, e Passera ci si è messo di impegno – un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20 mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di “finanze di progetto”, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della Politica? Certamente. Ma soprattutto colpa delle privatizzazioni, che non sono un’alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come beni comuni..

Finora gli interessi sul debito pubblico italiano sono stati pagati ogni anno, in tutto o in parte, con nuovo debito (che infatti è in larga parte il prodotto non di veri investimenti, mai fatti, ma di interessi accumulati nel corso del tempo). Ma con il pareggio di bilancio in Costituzione, quegli 85-100 e poi 130-150 miliardi all’anno, dovranno essere ricavati interamente da un taglio ulteriore della spesa pubblica o da maggiori entrate fiscali.

Finché il sistema finanziario globale è stato stabile, il debito italiano (ora al 120 per cento del Pil) non creava problemi: era una cuccagna sia per coloro che incassavano gli interessi, sia, soprattutto, per l’evasione fiscale (120 miliardi di euro all’anno!) e la corruzione (altri 60 miliardi; altro che le pensioni troppo generose!). Quei costi e quegli ammanchi venivano infatti coperti dallo Stato, indebitandosi. Ma da quando il sistema finanziario è diventato turbolento (e nei prossimi anni lo sarà sempre di più) fare fronte a quel debito è sempre più difficile e costoso; e prima o dopo la corda si spezza. È un pò quello che è successo con i mutui subprime; per anni hanno reso bene a chi li concedeva, a chi li rivendeva impacchettati a milioni nei cosiddetti Cdo, e a chi li ricomprava, ripartendo il rischio – come sostiene la teoria economica – su tutto il pianeta: in particolare, per quello che riguarda l’Europa, tra le banche inglesi, francesi e tedesche, che ne sono ancora oggi piene. Ma un debito non può crescere e accumularsi all’infinito; prima o dopo arriva la resa dei conti. Con i mutui subprime la si è in parte attutita e in parte nascosta finanziando a man bassa, con migliaia di miliardi di denaro pubblico, le banche che li detengono perché non fallissero. Con i debiti pubblici dei paesi dell’Europa mediterranea la Bce di Draghi ha deciso di fare la stessa cosa: finanzia le banche a tassi scontati perché riacquistino i debiti pubblici in scadenza, a tassi cinque-sette volte maggiori. E le banche lucrano la differenza. Ma è un gioco che non può durare in eterno; nemmeno se, per miracolo, la Bce fosse autorizzata a comprare quei titoli direttamente (“stampando” – come si dice, ma le cose non stanno proprio così – moneta). Che cosa c’è, allora, alla stazione di arrivo di questo binario? O la “crescita” o il default.
Ecco perché politici ed economisti (e gli economisti-politici) si sbracciano a snocciolare ricette inconsistenti e persino ridicole per la “crescita”. Ma quale crescita? Con il pareggio di bilancio – e in un contesto in cui gli interessi sul debito non vanno a sostenere la domanda, ma volano a gonfiare la bolla finanziaria – per tornare a crescere il Pil italiano dovrebbe aumentare a un tasso superiore all’incidenza del servizio del debito (interessi più ratei di rimborso). Ritmi cinesi (e di una Cina che non c’è più) se lo spread resta ai livelli attuali; ma anche, a partire dal 2015, se tornasse a livelli giudicati “normali”. Ma niente di questo è in vista: invece di crescere, l’Italia è già in recessione; l’Europa sta per entrarci; le economie emergenti non “tirano” più e il mondo intero sta correndo incontro a un disastro ambientale irreversibile. Per questo il default non è fantascienza ma, ahimé, una prospettiva sempre più probabile; non ci siamo abituati, ma non sarebbe né il primo né l’ultimo della storia.
Meglio dunque prepararsi. E prepararsi vuol dire negoziare a livello europeo una ristrutturazione del debito (di molti paesi; e di molte banche; anche di quelle dei paesi più forti). E per ristrutturare i debiti bisogna sapere come si sono formati, chi li detiene, e come isolare le conseguenze più negative di un loro congelamento, di una loro riduzione (il cosiddetto haircut: taglio di capelli) o di un loro annullamento selettivo (larga parte del debito italiano è classificabile come “odioso” o “illegittimo”) a seconda delle categorie coinvolte. È l’audit del debito: un programma di indagine che dovrebbe vederci impegnati per i prossimi mesi e forse anni; ma con cui è possibile costruire in forme condivise una piattaforma alternativa di governo dell’economia. In altri paesi – in Europa, Grecia, Irlanda, Spagna; e in altri in America Latina – questo lavoro è già in corso. Da noi potrebbe assumere dimensioni più vaste e profonde. Non si tratta infatti soltanto di coinvolgere un gruppo di economisti – il più vasto possibile – disposti a impegnarsi in questo esercizio; di rivendicare l’accesso a documenti mai resi pubblici; e di diffondere i risultati della ricerca con una grande campagna di informazione. Per essere esauriente, l’audit dovrebbe ricostruirne non solo il passato – come si è formato il debito – ma scavare nel presente e, per i motivi spiegati prima, anche nel suo futuro. Cioè, portare alla luce come viene gestita la spesa pubblica nella sua dimensione operativa.
Per condurre un audit in questo modo bisognerebbe costituire in ogni città e in ogni ente un nucleo di persone disposte e interessate a rendere pubblico – senza violare per ora alcun obbligo di riservatezza – il modo in cui concretamente si formano le decisioni relative all’erogazione della spesa in cui il loro ufficio o il loro servizio è coinvolto; e di includere in questa disamina una rappresentanza dei cosiddetti stakeholder: gli utenti, siano essi pazienti, fruitori, soggetti di registrazione o controlli, o contribuenti; le imprese che accedono a qualche servizio o che ne sono fornitori; le altre branche, correlate, della pubblica amministrazione.
Chiunque abbia lavorato in o a contatto con organismi pubblici sa che tra le leggi che disciplinano una materia e la loro applicazione operativa c’è un’infinità di passaggi, alcuni normati in forma di regolamento, altri gestiti in modo discrezionale, alcuni del tutto inutili o facilmente semplificabili, e molti sottoposti ai condizionamenti sia di lobby legali che di attività illecite. In più, chiunque abbia lavorato in questo contesto sa che in certi ambiti una parte del personale è veramente superflua, perché l’organico risponde esclusivamente a una logica di potere della gerarchia; mentre in altri è decisamente insufficiente o insufficientemente qualificata; e che anche la mobilità interna potrebbe essere gestita molto meglio, e in modo non vessatorio, con il coinvolgimento non episodico e non condizionato sia di chi il lavoro lo svolge tutti i giorni che di chi ne fruisce o concorre al suo risultato come fornitore o utente. Si tratta di portare tutto questo alla luce, connettendolo, mano a mano che l’analisi procede, al contesto della elaborazione macro sul debito sviluppata dagli economisti. Una riforma democratica della spesa pubblica e del debito non può prescindere da un’operazione del genere. Ma non può prescinderne nemmeno una vera riforma della pubblica amministrazione fondata sui principi della partecipazione. Quella spending review che Brunetta ha varato interpretandola come licenza di bastonare sadicamente i lavoratori e Tremonti come programma di “tagli lineari” a cui sottoporre in modo indiscriminato e devastante tanto gli organici della pubblica amministrazione quanto la dotazione di risorse gestita da ogni servizio, i lavoratori del pubblico impiego la potrebbero prendere nelle loro mani. Per farne la base tanto di una piattaforma rivendicativa per una riorganizzazione dal basso del loro lavoro, quanto di una informazione dirompente del modo in cui si forma giorno per giorno la spesa e giorno per giorno si accumula il debito. È una proposta irrealizzabile o è il complemento irrinunciabile di un programma di conversione ecologica?

 

 

Un orrizonte sovranazionale per rompere la trappola del debito 

di Christian Marrazzi

da IlManifesto 15/12/11
http://rivoltaildebito.globalist.it/news/un-orizzonte-sovranazionale-rompere-la-trappola-del-debito 

 

Le politiche di austerity tendono a occultare la natura violenta del rapporto tra capitale e lavoro.

Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza di François Chesnais è un saggio sulla «geometrica potenza» dei mercati finanziari, un manuale prezioso, rigoroso e molto documentato, per i movimenti di resistenza contro gli effetti devastanti della finanziarizzazione che da trent’anni domina il pianeta, distruggendo l’esistenza di milioni di persone, l’ambiente e la democrazia. L’analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del modello fordista e del sistema monetario di Bretton Woods fino alla crisi dei debiti pubblici e della sovranità politica di oggi, ha al suo centro la divaricazione tra profitti e condizioni di vita, di reddito e di occupazione, che da tempo è all’origine della produzione di rendite finanziarie, del «divenire rendita dei profitti», quel processo che dalla crisi dei subprime del 2007 alla crisi dell’euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a a salvare il potere dei mercati finanziari. Una crisi la cui funzione è esplicitata in un documento del Fmi del 2010: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito», una vera e propria strategia da shock economy, come Naomi Klein ci ha ben spiegato.
Ma il libro di Chenais è anche un programma per la costruzione di un movimento sociale europeo, un movimento che deve porsi la questione della lotta contro i «debiti illegittimi», odiosa conseguenza delle politiche di sgravi fiscali degli ultimi vent’anni, dei piani di salvataggio del sistema bancario e della speculazione finanziaria sui debiti pubblici che sta aggravando pesantemente il servizio sui debiti, ossia gli interessi che gli stati devono pagare sui buoni del tesoro. Il «governo attraverso il debito», dove il debito è il riflesso speculare della polarizzazione della ricchezza e delle misure per ammortizzare il crollo bancario e finanziario, non è accettabile e va rifiutato: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e lacerare quel che resta dei beni comuni e delle spese collettive indispensabili per tenere assieme la società. Come ha scritto Cédric Durant, riassumendo la proposta di Chesnais, «ciò significa interrompere i rimborsi – una moratoria – e stabilire chiaramente chi sono i creditori – attraverso un audit – al fine di stabilire la parte di debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata».
È quanto propone il Comitato greco contro il debito, il primo paese in cui sia stato creato un comitato nazionale che ha consentito la creazione di comitati locali: «Il primo obiettivo di un audit è quello di chiarire il passato. Cosa ne è stato del denaro di quel prestito? A quali condizioni si è concordato quel prestito? Quanti interessi sono stati pagati, a quale tasso, quale quota di capitale è stata rimborsata? Come si è gonfiato il debito senza che questo andasse a vantaggio dei cittadini?». Imponendo di aprire e di verificare i titolari del debito pubblico, il movimento per l’audit civile osa l’impensabile: avanza nella zona rossa, nel sancta sanctorum del sistema capitalistico, lì dove, per definizione, non è tollerato alcun intruso.
A modo suo, ma coerentemente con il principio di trasparenza e di sovranità popolare che sta alla base dello Stato-nazione, Papandreu ci ha provato con la proposta di referendum popolare sulle misure d’austerità imposte dalla Unione europea. Ma la sua idea è durata lo spirare di un giorno, e se ci fosse riuscito è realistico pensare che ci sarebbe stato un colpo di Stato. Il che ci costringe a porre la questione, centrale nella lotta contro la schiavitù del debito, di quale sia il terreno sul quale mobilitarsi. L’idea della moratoria, dell’audit, del diritto all’insolvenza è sacrosanta, ma dove partire?
Nella configurazione odierna del capitalismo finanziario, in particolare nell’Europa dell’euro dominata dai mercati finanziari e da una Banca centrale che ad essi ha delegato la monetizzazione dei debiti pubblici, il diritto all’insolvenza va declinato in modo tale da evitare qualsiasi forma di «sovranismo», di affermazione del primato dello Stato nazionale a fronte della dittatura dei mercati finanziari. E questo per una ragione tanto semplice quanto stringente: la rivendicazione dell’insolvenza su scala nazionale creerebbe una situazione di autarchia economica, di totale chiusura verso il resto del mondo, di non accessibilità alle fonti di finanziamento ma, soprattutto, di impossibilità di generalizzare la mobilitazione sociale al resto dell’Europa. Non è solo una questione pratica, per così dire. Si tratta di capire che la logica della finanziarizzazione, come d’altronde emerge dal libro di Chesnais, la logica del «governo attraverso il debito» ha la sua origine nel rapporto fondamentale tra capitale e lavoro, tra plusvalore e lavoro necessario. Il capitalismo fnanziario ha globalizzato l’imperialismo, il suo modus operandi attraverso la «trappola del debito», dell’indebitamento pubblico e privato, per realizzare-vendere il plusvalore estratto dal lavoro vivo. Il debito, nello schema imperiale, è la faccia monetaria del plusvalore, dello sfruttamento universale della forza-lavoro, ed è una trappola perché impedisce al lavoro vivo di affrancarsi dallo sfruttamento, di autonoimizzarsi dal rapporto di dipendenza e di schiavitù che è proprio del debito.
La lotta contro il debito, il diritto all’insolvenza, deve partire dalla mobilitazione del lavoro vivo contro la natura debitoria del plusvalore, quella stessa che si esercita su scala nazionale nel rapporto diretto tra capitale e lavoro e che oggi vede gli Stati come articolazioni locali di un capitalismo finanziario globale.
Partire da questo livello, dal lavoro vivo contro il capitale, significa ad esempio organizzare gli studenti e le loro famiglie indebitate per affermare il diritto allo studio e alla sua libertà. Significa cioè soggettivare il diritto all’insolvenza, sottraendolo alla trappola del debito come dispositivo di esercizio di un potere globale contro il quale concretamente mobilitarsi indicando soggetti e forme di lotta.