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Le briciole della giustizia e il filo di una memoria interrotta

Marghera 1998. Inizia il processo Montedison. Il pm Felice Casson deposita una richiesta di condanna per 185 anni  ai danni dei dirigenti del colosso della Chimica. Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM (Cloruro di vinile Monomero),  le aziende proposero un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsarono circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo servì a fare in modo che alle udienze non vi fosse più pubblico perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Il processo proseguì perché alcuni lavoratori , tutte le associazioni e i sindacati e gli enti pubblici ( Stato,Regione,Provincia,Comune) non accettarono indennizzi, purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuotò e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo (dal sito ass. Gabriele Bortolozzo).

Mantova 2016

Apprendiamo dal giornale la notizia della decurtazione della pena per gli imputati delle morti al petrolchimico di Mantova. Dimezzamento delle pene e non è ancora finita. 72 morti di questa città, in realtà molti di più perché 72 sono solo quelli che si sono costituiti parte civile nel processo. 72 morti per esposizione a stireni e benzeni, fenoli e cloruri con conseguente insorgenza di mesotelioma, malattie cancerogene e tumorali che hanno ucciso forse centinaia di cittadini. Per la prima volta nella storia, si felicitava il pm Condorelli, nella sentenza del 2015, è stata riconosciuta la correlazione tra i tumori del sangue e l’esposizione al benzene, motivo per cui sarebbero state risarcite le parti sociali e alcune delle famiglie colpite. Non è mai stato però riconosciuta la rimozione dolosa dei sistemi di protezione per la salute.

Più o meno suona così: 40 anni fa Montedison lucrava giganteschi profitti facendo lavorare per circa vent’anni (dalla fine degli anni 70 alla fine degli anni 90) migliaia di operai in condizioni di estremo pericolo per la salute, a contatto con sostanze mortali e senza alcuna protezione. L’hanno fatto coscientemente, tacendo i rischi e omettendo precauzioni, perché i dirigenti di Eni sapevano, ma siccome non ne era comprovato il pericolo, hanno agito intascando montagne di miliardi di vecchie lire, sprezzanti delle conseguenze legali. E questa città ha subito le morti perché tante e tanti di noi hanno assistito a familiari, amici o conoscenti che hanno esalato l’ultimo respiro nel reparto di oncologia o  in altri  in cui l’insorgenza tumorale ha semplicemente accorciato la vita strappandoceli via prima.

A distanza di vent’anni, dopo minuziose ricostruzioni e inchieste la giustizia è capace di attribuire una parziale colpa ai dirigenti di Eni, di riconoscere formalmente quanto era ovvio e di sentenziare pene alle parti accusate passando in media dai dieci anni richiesti dall’accusa ai due sentenziati oggi, in un processo che ancora si deve chiudere. Il quadro è frustrante e potrebbe tranquillamente essere un argomento per imprecare al bar su quanto sia corrotto il mondo in cui viviamo.

C’è però un aspetto che lascia sgomenti più di altri, che fa sentire impotenti di fronte a quella che tutti noi chiamiamo INGIUSTIZIA. Delegare a una giustizia che si muove solo sulla monetizzazione degli interessi (e la supercorazzata Montedison di difensori ha agito bene) e rimanere spettatori passivi di sentenze. Talmente passivi che in venti anni di processo ci si dimentica di chi e di cosa si sta parlando, l’argomento non si tramanda tra generazioni e siamo rimasti schiacciati tra l’impotenza e l’omertà. Come se a forza di tirarlo avessimo spezzato un filo di memoria sicuramente doloroso, ma pur sempre un filo che ci appartiene. Forse è il caso di ammetterlo. E’ anche un po’ colpa nostra, di non aver affollato le aule durante i processi, di non aver presidiato e difeso ciò che noi chiamiamo  giustizia sociale, di non essere stati capaci di mantenere viva la tensione necessaria perché il dibattito rimanesse di dominio pubblico e di rivendicare i diritti e le vite calpestate. La storia e l’Italia sono piene di morti per amianto, benzeni e persino morti per uranio impoverito. Tuttavia solo quando la rabbia si organizza, l’ingiustizia prende la forma dell’istanza sociale e diventa collettiva, quando cioè ritorna protagonista la politica, allora la giustizia ha il giusto contrappeso. Perché dobbiamo smetterla di illuderci che un’entità sovra-determinata, basata su una costituzione scritta quattro generazioni fa, possa garantire una democrazia vera. Quell’entità viene alimentata con i soldi, è composta e diretta da persone appartenenti ai ceti più elevati, è onerosa e solo chi ha ingenti disponibilità finanziarie può permettersi di comprare le migliori garanzie di tutela dei propri interessi: la magistratura non è mai stata di sinistra.

Il resto lo fa la politica e la lotta sociale. E’ un insegnamento della storia: sono i rapporti di forza ad interpretare le leggi. Purtroppo da alcuni decenni vincono solo i più forti, sia perché la sinistra è diventata complice dei poteri forti, sia perché due generazioni hanno fatto buon viso a cattivo gioco per qualche spiccio che gli è stato infilato in tasca.           

Pensiamo che le parti sociali e le organizzazioni politiche avrebbero dovuto e potuto giocare quel ruolo importante di  saper trasmettere una storia ai giovani, di identificare un abuso, delimitarne i soggetti che l’hanno provocato, difendere gli interessi collettivi (la salute e l’ambiente in cui viviamo per esempio) e la tutela di chi è stato colpito da vicino da un lutto. Invece possiamo solo limitarci a constatare la loro totale complicità e responsabilità quando non si affonda piuttosto nel buio dell’ignoranza.
Un indignazione che speriamo possa almeno innescare un rigurgito di critica e distanza da chi ancora oggi, nonostante tutto, insiste sul barattare la salute per un piatto di lenticchie.
Non bastavano le sostanze aromatiche che abbiamo  inalato, i rifiuti di Seveso arrivati a Mantova e mai ripartiti, i cloruri della ex-Burgo, le micro polveri dei Turbogas di Burchiellaro, etc..       No oggi abbiamo una Versalis (gruppo ENI) in cui solo pochi giorni fa è andato a fuoco un reparto e oggi minaccia un’uscita di scena indenne con una cessione al fondo americano Sk Capital Partners.

Questo scenario prelude al trasferimento altrove dei propri profitti e un’ equazione in cui per cinquant’anni hanno macinato cifre astronomiche, hanno ucciso dei nostri cittadini, intossicato acqua e terra e un piano di riparazione del danno ambientale a carico della fiscalità pubblica.

Quattro chilometri più in là c’è l’ipotesi di una riapertura della ex-Burgo, con il nuovo inceneritore preteso dal gruppo Pro-Gest e il conseguente aumento di emissioni di micro polveri, in un’aria già satura di sostanze inquinanti. Ancora oggi, nonostante una storia macabra abbia permeato intimamente la nostra città, sono in tanti a sostenere un capitalismo che massacra ambiente e vite umane in cambio di pochi denari. E’ stomachevole trovare in quella schiera alcuni soggetti che rappresentavano l’opposizione al turbogas 15 anni fa. Oppure da chi fa sindacato a targhe alterne, solo quando deve riaffermare il suo ruolo nelle sedi della concertazione, in questo caso totalmente dipendenti dagli interessi dell’imprenditore della carta Zago.

Le nostre vite valgono più dei loro profitti.

UN INVITO INFORMALE A PARLARE DI GENUINO CLANDESTINO E SOVRANITÁ ALIMENTARE

Rivolto a contadini e consumatori ribelli alla Grande Distribuzione Organizzata

È da un pò di mesi che parliamo di diritto alla terra e sovranità alimentare. In qualche modo è un tema che è sempre stato nelle nostre corde, dato che molti di noi hanno iniziato ad interessarsi dei problemi globali ai tempi dei social forum, fortemente composti dai movimenti contadini del sud del mondo.

Siamo partiti un po’ da lontano, e da una campagna profondamente diversa da quella di oggi, con il seminario storico sui 130 anni del movimento contadino de La Boje! che, sviluppatosi nel nostro territorio tra società di mutuo soccorso e contadini salariati alla fame, rivendicava in qualche modo “la terra a chi la lavora”.

La campagna ha mantenuto una sua centralità nella nostra provincia non solo in termini di produttività, ma anche su un livello socio-culturale e soprattutto di definizione dell’ambiente.

Da lì, ricordandoci della lettera della Deutsche Bank del 2012 che suggeriva di alienare e cambiare uso ai terreni agricoli, abbiamo incominciato a chiederci di chi fossero e che uso se ne facesse.

Non potendo avere una risposta immediata e convincente alle improvvise cementate o alla sovrabbondanza di mais, abbiamo incominciato ad entrare in contatto con reti e soggetti che approcciavano la manifestazione contro EXPO del primo maggio, andando a mettere l’accento sul fatto che le multinazionali presenti all’esposizione stavano ammazzando (e non nutrendo il pianeta).

All’epoca del bio, del tipico e di Farinetti ( almeno per chi ha capitali e strumenti culturali per non cibarsi solo nella GDO ) l’industria alimentare (quella della carne in particolare) causa più del 50% delle cause del surriscaldamento del pianeta.
Lo stesso processo, guidato dagli stili alimentari occidentali formati sulle pubblicità degli ipermercato, porta all’impoverimento della bio-diversività, alla trasformazione dei contadini in imprenditori e allo sfruttamento (e ai morti) nelle campagne.

Chi beneficia di ciò sono i grandi gruppi agricoli imprenditoriali (che sicuramente fremono in attesa del TTIP, il trattato di mercato unificato tra Europa e Usa), le case farmaceutiche che guadagnano sulle malattie causate da de-nutrizione e sovra/mala -nutrizione e la Grande Distribuzione Organizzata, ultimo anello di una catena che parte con il caporalato nelle campagne.

Nel mentre abbiamo conosciuto: l’esperienza di Mondeggi, fattoria in abbandono sotto speculazione finanziaria oggi autogestita e in salute; lo spazio FUORIMERCATO nella fabbrica autogestita Ri_Maflow, che raccoglie tutti i prodotti legati a progetti che parlano di solidarietà, campagna e mutuo soccorso.

Abbiamo visto come a Bari, e in altre zone d’Italia, i terreni abbandonati possono essere non solo il luogo dello sfruttamento e delle baraccopoli per i lavoratori stagionali, ma anche il posto dove migranti e precari ri-affermano i propri diritti, producendo salsa di pomodoro al giusto prezzo, quello che può dare un reddito.
Oppure di come le mense popolari possano dimostrare che insieme si può essere più forti di qualsiasi patto di stabilità, sfratto, frontiera filospinata o piano di licenziamenti.

Diverse di queste esperienze sono tenute insieme dalla rete informale chiamata “Genuino Clandestino”, che dal 2010 mette insieme i coltivatori che non possono (e rifiutano) rispettare i certificati europei progettati dalla grande industria alimentare. La stessa che affama il mondo e sostiene leggi come quella di “orientamento in agricoltura” (D.Lgs 228/01) che ha perfezionato la trasformazione dell’imprenditore agricolo (ex contadino) in una vera e propria impresa di mercato.

Oltre ad informarci e promuovere la salsa “Sfruttazero” nelle ultime settimane abbiamo partecipato al corteo in difesa dell’esperienza di Mondeggi Bene Comune a Firenze e approfondito i legami tra industria della carne e distruzione dell’ ecosistema terrestre ( con la de-forestazione e l’inquinamento prodotto) con la proiezione del documentario “Cowspiracy”, abbiamo pensato cosa si potesse fare a livello locale.

La migliore sintesi di quello che vorremmo fare l’abbiamo trovata nella presentazione dello Spazio FuoriMercato della Ri-Maflow:

“Superando la dicotomia tra città e campagna, tra produttori e consumatori, dobbiamo ricomporre le molteplici lotte e costruire insieme una comunità che vada al di là del buon cibo e della tutela dell’ambiente per affrontare i temi dei diritti di chi lavora, dei prezzi ‘sorgenti’ di produzione e dei prezzi al momento del ‘consumo”.

Ci piacerebbe in primo luogo conoscere contadini e attivisti che condividono con noi questi temi per strutturare una continuità di ragionamento sul territorio.
Capire con loro se fosse possibile strutturare reti di consumo critico e mutualistico ( ricordiamoci che oggi molti faticano a fare una spesa decente in termini di qualità e quantità) e mercatini autogestiti in cui scambiare prodotti non certificati (clandestini per la GDO).
Oppure se qualcuno è interessato ad estendere e aderire alla rete Genuino Clandestino o a supportare progetti di mutuo soccorso con esperienze esemplari di lotta ed autoproduzione.

Vi aspettiamo,
La Boje!

  1. http://www.communianet.org/il-network/130-anni-da-la-boje
  2. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=21034
  3. tbcfirenzemondeggi.noblogs.org
  4.  http://www.fuorimercato.com/new/
  5. www.rimaflow.it
  6.  https://www.produzionidalbasso.com/project/sfruttazero-autoproduzioni-fuori-mercato/
  7.  http://www.cowspiracy.com/

 

 

Le marce contro il clima e la necessità di una rivoluzione eco socialista

In una lettera pubblicata sulla Gazzetta Bassoli (consigliere di Sel) riprende la manifestazione del climate march che si è svolta anche nella nostra città sintetizzando una posizione largamente diffusa da alcune associazioni ambientaliste ad altre ambigue come Avaaz che coopera direttamente con le segreterie di Ban-Ki-Moon.  Il ragionamento più o meno è il seguente: milioni di persone hanno manifestato la propria preoccupazione (Papa incluso) per l’innalzamento climatico globale nell’auspicio le preoccupazioni collettive sui disastri ambientali riescano a infondere un’etica ai responsabili di  multinazionali e governi nel Cop21. Un copione difficilmente digeribile anche per un cinepanettone. Vediamo perché

Duecento anni di produttivismo hanno portato il sistema climatico al collasso. Le condizioni ambientali disastrose hanno portato alla scomparsa di  interi ecosistemi, catastrofi ambientali che milioni di persone, specialmente i più poveri,  pagano con la propria vita. La responsabilità delle emissioni incontrollate è per l’80% dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, mentre a pagarne quasi sempre le spese sono i Paesi del Sud del Mondo.  Secondo le dottrine liberiste la sola economia di mercato, sarebbe in grado di risolvere la stabilizzazione del clima con il diritto allo sviluppo all’espansione produttiva. Per questo ancora oggi assistiamo alle convention sul clima dell’Onu su cui i media enfatizzano speranze e buoni propositi.  Occorre però dare una spiegazione del motivo per cui i propositi vengono costantemente disattesi da Kyoto a Copenaghen a Cancun e avranno i medesimi esiti a Parigi. Il riscaldamento globale è un dato di fatto e nella migliore delle ipotesi è solo possibile mitigarne al massimo gli effetti e costruire percorsi di adattamento e transizione. Una frase così moderata e condivisibile però presuppone draconiane misure di riduzione delle emissioni e l’utilizzo di tutta la tecnologia disponibile per sostituire un energia fossile con una rinnovabile, a prescindere dai costi.  Le necessità di crescita produttiva e di miglioramento del rapporto costi/efficienza non sono in nessun modo compatibili con un impegno a una riduzione dell’abbassamento delle emissioni. L’energia pulita senza emissioni ha un costo enormemente superiore a quella fossile estratta. Ha un valore sociale crea benefici collettivi, ma un costo di infrastrutture sicuramente più alto. Le lobby delle energie fossili e i settori che da esse dipendono si rifiutano di pagare il conto e perseguono il solo scopo  proteggere i propri sovraprofitti , hanno determinanti partecipazioni ai governi e agli organismi internazionali di monitoraggio (il Cop21 appunto) e  non hanno alcun interesse economico a sostituire le energie pulite e rinnovabili con quelle fossili. Al massimo possono ritenere redditizia l’introduzione di una nuova fascia di mercato per l’utenza che ne ha le possibilità e cerca di contribuire come singolo consumatore optando per una scelta ecosostenibile, ma la risibile energia pulita andrebbe a sommarsi a quella estratta, non a sostituirla.  Quindi occorre chiarire che per  salvare il mondo dalle catastrofi ambientali occorre rivoluzionare il sistema economico e rivoluzionare quello energetico. Questi principi configgono violentemente, senza alcuna mediazione possibile, con le necessità di aumentare rendite e profitti delle multinazionali, che avranno i loro maggiori ricavi intensificando lo sfruttamento intensivo del suolo, l’inquinamento delle acque, il decentramento delle attività produttive dove non esistono controlli (petrolchimici in primis), lo sfruttamento della forza lavoro e ovviamente le emissioni di CO2.  Eppure il potenziale tecnico delle energie rinnovabili consentirebbe di coprire per oltre dieci volte i bisogni dell’umanità. Non si tratta quindi di una impasse fisica, ma sociale. La sostanza di fondo del problema, è politica. In ultima istanza scelta che abbiamo di fronte è drammaticamente semplice:
O si ridimensiona radicalmente la sfera della produzione capitalistica per garantire la transizione verso un altro sistema produttivo ed è allora possibile limitare al massimo i danni del riscaldamento pur garantendo a tutte e a tutti uno sviluppo umano di qualità, basato esclusivamente sulle energie rinnovabili
O si resta nella logica capitalista di un’accumulazione sempre più frenetica, e allora il disordine climatico che ne deriva riduce drasticamente il diritto di esistere per milioni di persone e le generazioni future saranno condannate a fare le spese della rincorsa di energie pericolose: nucleare,Ogm, agro-carburanti e stoccaggio geologico della CO2
Soluzioni intermedie non esistono, o sono solo speculazioni illusorie di chi vuole rabbonire un’opinione pubblica inferocita per i disastri a cui assiste e subisce, che deve tutelare i propri profitti

Come, Cosa,Dove e per chi produrre. La transizione energetica non è solo necessaria ma dovrà anche essere radicale. Noi optiamo per un modello energetico che richiami una società democratica e una gestione partecipativa e socialmente controllata, in cui i beni comuni siano condivisi collettivamente e non sottoposti alle leggi di valorizzazione del capitale. Per questo cogliamo lo spirito positivo con cui le climate march sono state convocate ma poniamo la necessità di dover intraprendere rivendicazioni altre dal tirare la giacchetta dei potenti per incrementare i propri guadagni avvelenano e uccidono il pianeta.  Sarebbe necessario che tutti ci riappropriassimo della politica e della necessità di determinare le esigenze di vita nostre che non sono quelle delle aziende e delle banche italiane. Peccato che il movimento ambientalista che ha manifestato esattamente tali principi abbia subito la repressione della polizia e la criminalizzazione del governo Hollande.
Per questo solidarizziamo con gli arrestati a Parigi e la repressione della Gendarmerie francese e  oltre a voler confrontarci su un analisi teorica e scientifica siamo impegnati nella costruzione di alternative dal basso.

Vieni a confrontarti con noi:
#martedì8dicembre per il corteo in difesa a Mondeggi-fattoria senza padroni (partenza h11 a La Boje!)
#domenica13dicembre durante la visione di cowspirancy – doc sull’industria della carne e la sovranità alimentare
# verso la fine di dicembre verso il lancio della rete di autoproduzioni di Genuino Clandestino

L’antifascismo non si delega

Alla fine di Agosto la città di Mantova ha assistito alla prima manifestazione importante del comitato, sedicente apartitico, “Mantova ai Virgiliani”. In quella occasione la calata di gruppi neofascisti di Forza Nuova, e l’adesione non trascurabile di cittadini mantovani ha testimoniato un dato lampante: l’unica invasione che vive la nostra città è quella dell’odio!
Chi, come noi dello spazio sociale La boje e Mantova Antifascista e Antirazzista ha compreso fin da subito la gravità dell’episodio, non ha esitato a scendere in piazza, a contrapporsi alla sfilata dell’intolleranza e della violenza questa, sì, realmente odiosa
Il 21 Novembre “Mantova ai Virgiliani” inscenerà le sue menzogne nel cuore stesso della città, quel centro che si appresta a diventare la vetrina della capitale della cultura 2016 ma che, per ora diventerà la kermesse di gruppi neofascisti e razzisti.
Come in Virgiliana abbiamo difeso la periferia, non esiteremo a difendere il centro città! Siamo ben consapevoli che il consenso che questi gruppi sembrano riscontrare è una reale minaccia al progresso civile e sociale della comunità; e se si concederà loro ulteriore spazio, nuovi luoghi di rappresentazione, si alimenterà il loro legame con gruppi politici istituzionale come la Lega e la lista De Marchi; ebbene l’unica cultura che Mantova rappresenterà il prossimo anno sarò quella dell’odio, dell’intolleranza, e della nostalgia fascista.
Per questi motivi invitiamo chiunque, singole e singoli nonché associazioni, gruppi politici veramente antifascisti ed antirazzisti, a costruire una risposta chiara e determinata contro l’ennesima invasione fascista sul suolo mantovano!

Regalare Mantova ai grandi marchi?

Apprendiamo dalla Gazzetta del 9/11 che la giunta mantovana “si è gettata con profusione di grande energia” in una serie di agevolazioni con lo scopo di favorire la presenza di grandi marchi nei locali commerciali rimasti sfitti, in centro e non solo. Il comune di Mantova vuole così rivitalizzare le vie che si apprestano a diventare il salotto della capitale della cultura 2016.

Non possiamo che esprimere perplessità rispetto a tale provvedimento. Modificando i termini del messaggio, si potrebbe tradurre il tutto in altro modo: il comune investe 1 milione di euro per favorire i grandi marchi finanziari che prenderanno i posti lasciati vuoti da piccoli esercenti commerciali impoveriti dalla crisi. È abbastanza chiaro come le politiche neo-liberali non facciano altro che togliere risorse ai poveri e dirottarle verso la ricchezza già esistente.

Chi, se non i grandi marchi escono agevolati dalla crisi in questa faccenda? Perché non si prendono misure uguali per favorire il piccolo e medio commercio o le attività di artigianato che tanto arricchirebbero il tessuto sociale del centro? Quale tipologia di persone si vuole frequentino i luoghi di cui va fiera l’intera città?

Da tempo noi della Boje consideriamo il PD il partito del capitalismo e non ci scandalizziamo, quindi di questi provvedimenti. Quel che ci lascia alquanto meravigliati è la velocità con cui Palazzi rinnega il programma, pur timido, per cui è stato votato da molti mantovani.

Quel che ci separa nettamente dal PD mantovano, che non fatichiamo a definire un partito di destra neo-liberale, è l’idea di città. Alla città del capitale promossa dalla giunta Palazzi noi contrapponiamo la città attraversabile dalla comunità. Alla città securitaria e dell’esclusione, noi contrapponiamo la città dell’integrazione e della condivisione, alla città dell’interesse privato, noi contrapponiamo la città del bene comune.

Una domanda, però, rimane aperta: quale modello preferirebbero gli abitanti di Birmingham?

La partecipazione è l’unica garanzia!

a cura di Favilla – Spazio Sociale La Boje!

Lunedì sera trenta persone si sono incontrate dietro i campi da calcio EX-IACP. L’obiettivo, oltre a formalizzare la nascita del comitato “riqualificare non vuol dire edificare”, era quello di mettere insieme impressioni e critiche  degli abitanti del quartiere al progetto del Palazzetto dello Sport che la nuova giunta comunale vorrebbe costruire nell’area non edificata dietro la zona di BorgoNovo.
Dietro gli stabili della zona commerciale-tecnica che costeggia strada Chiesanuova (la prima ad aggiungersi alle casette che facevano da cintura tra città e campagna), con l’orizzonte occupato dall’edilizia residenziale di DuePini, un cerchio di persone spezzava quello che poteva essere lo scenario abituale di un quartiere povero di relazioni sociali e spazi di comunicazione.
Due settimane fa è arrivata la notizia della trasformazione della palestra complementare ai campi sportivi utilizzati dalla San Lazzaro in un palazzetto da 500 posti, che si è proposto alla regione di ri-collocarlo nell’area dietro via De Andrè, quella che collega i palazzi abbandonati della zona Borgonovo a ridosso della tangenziale.

Molti si chiederanno per quale motivo bisognerebbe fare un comitato, dato che i comportamenti dei rappresentanti politici e le procedure istituzionali sembrano volerci convincere dell’inutilità della partecipazione attiva fuori del periodo elettorale.

Innanzitutto un comitato è uno strumento per smontare alcune narrazioni tossiche sostenute da media e figure istituzionali, che evitano di mettere in discussione lo status quo delle decisioni politiche ed economiche.  Aggirare il processo di critica sociale facendo leva su pensieri largamente condivisi e diffusi (ad esempio “l’opera X porta lavoro”) è la modalità più efficace per sostenere che “non c’è alternativa”, che la giunta non ha responsabilità, al massimo può aggiustare.
Nel caso del nuovo palazzetto, come per l’ipotetico supermercato Esselunga a Porta Cerese, i sindaci delle due differenti amministrazioni hanno utilizzato entrambi gli argomenti: l’utilità dell’opera in modo generico (non si approfondisce per chi, perché, come e con quali conseguenze sul territorio); il ristretto spazio decisionale da parte della giunta rispetto l’opera (perchè inserita in programmi con altri enti pubblici o perché progettata dalla giunta precedente o perché è impotente di fronte ad alcuni diritti di proprietà).

Nonostante questi due appigli retorici molto deboli, il potere politico territoriale si trova di fronte ad un bivio: o accetta le regole del gioco mantenendo lo spazio decisionale ( e le informazioni) tra gli enti preposti per la realizzazione dell’opera (inserendo al massimo un paio di modifiche in modo da caratterizzare il proprio operato rispetto al precedente); oppure mette in discussione le procedure abituali e fa partecipare la cittadinanza alle decisioni, fornendo informazioni altrimenti difficilmente fruibili.

Le giunte tendono a seguire la prima strada, spesso appellandosi al “progresso” e alle “occasioni da non farsi sfuggire”, anche se dopo pochi anni la cittadinanza deve subire i disagi conseguenti alle opere. Il PalaBam e l’ex palazzetto svenduto e abbandonato in modo coatto piuttosto ci dicono chiaramente che i disagi della città non sono causati dal “popolo del no” come la narrazione (tossica) maggiormente diffusa suggerirebbe, ma dalla scarsa attenzione sociale e all’eccessiva delega politica.

La nascita di un comitato dovrebbe essere salutata come una buona notizia, questo può infatti lavorare ad approfondire le singole problematiche di abbandono o speculazione edilizia, rendendo fruibili quelle informazioni tecniche di difficile consultazione e comprensione, promuovendo una contro-AGENDA che parta dai bisogni del quartiere e non dagli interessi dei costruttori.

Oltre all’aspetto dell’auto-politica un comitato, ma più in generale l’attivarsi per gli interessi di una comunità, ha una funzione di garanzia verso le promesse delle istituzioni, gli appalti assegnati e i tempi di costruzione.
Dopotutto il settore dei lavori pubblici e della gestione dei servizi a soggetti terzi (quello consigliato caldamente dal codice neoliberista) è quello che è stato maggiormente investito da inchieste rispetto le infiltrazioni criminali e gli appalti guidati (scandalo grandi opere e Mafia Capitale per citarne un paio).

Come Spazio Sociale La Boje! dopo 3 anni e mezzo a Borgo Chiesanuova abbiamo elaborato qualche ragionamento verso quelli che sono i principali nodi da affrontare rispetto la difesa del territorio, il diritto alla salute e la riduzione delle disuguaglianze che proveremo a sintetizzare in un documento nei prossimi giorni.

Ora pensiamo sia il momento di augurare al comitato una buona partenza, dovrà infatti affrontare passaggi abbastanza delicati. A fianco del lavoro di indagine e classificazione dei problemi del quartiere (la mappatura) c’è infatti quello di reciproca conoscenza e discussione che dovrebbe man mano costruire l’identità di un comitato tra le persone che lo compongono. Tanto più forte sarà l’identità del comitato, comune il suo dibattuto interno e puntuale la sua critica, tanto più sarà libero da influenze istituzionali e interessi particolari.

La partecipazione dei quartieri nella forma “comitato” non è certamente un fatto nuovo e negli anni e nelle latitudini più disparate si sono prodotte forme di partecipazione con forme ed obiettivi diversi, a volte contrapposti. Sono comitati quelli dei paesi della Val Susa, come lo sono quelli dei quartieri ricchi americani che vogliono difendere la loro zona dall’arrivo di poveri che potrebbero abbassare il prezzo delle proprietà immobiliari.

In sostanza c’è un approccio che guarda ai problemi del territorio considerandoli nell’insieme (politico, economico ed ambientale) più generale in cui sono inseriti e un altro definito NIMBY (not in my backyard) che si limita a non voler un’opera in una determinata zona.
Aldilà del fatto che chiaramente pensiamo sia più corretto ed efficace il primo paradigma, nel contesto della periferia sud di Mantova, dove il triangolo della città storica disegnato dai laghi si allarga in spazi verdi, ci sembra dannoso non costruire un’analisi generale sulle possibili speculazioni.

Dopotutto non possiamo restare sereni dato che durante il colloquio con il nuovo sindaco questo ha affermato che la periferia sud non è più campagna e bisogna aumentare i metri cubi di cemento.

Siamo rimasti piacevolmente sorpresi nel vedere che gli abitanti di Borgo Chiesanuova lunedì erano particolarmente attenti a discutere del palazzetto non tanto nei termini autistici del volerlo o meno, quanto rispetto al poter valutare il progetto definitivo, alla reale esigenza di strutture sportive, allo stato delle strutture sportive esistenti, al possibile utilizzo di parte del palazzetto come luogo utilizzabile dal quartiere.
Una prova di maturità non scontata da cui può partire un urbanizzazione partecipata e dal basso, l’unico elemento che pensiamo possa realmente risolvere i problemi della periferia sud della città.

Qua sotto proviamo a riassumere alcune delle incognite che sono state sollevate rispetto al palazzetto dello sport, in modo da permettere anche ai più distratti di avere un quadro di quello che si è mosso nelle ultime due settimane.

1- UN PALAZZETTO É LA SOLUZIONE PER L’ABBANDONO PER LA ZONA “BORGONOVO”?  SE L’OPERA RIMANE INCOMPLETA RISCHIA SOLO DI AUMENTARNE LA MARGINALITÁ

2- QUALI INTERVENTI SERVIREBBERO A BORGONOVO NEL CASO IN CUI VENGA COSTRUITO IL PALAZZETTO? (SERVIZI, VIABILITÁ, RIPRISTINO DELLE PALAZZINE VUOTE)

3- CHI COSTRUIREBBE IL PALAZZETTO? É POSSIBILE SFUGGIRE  AL SISTEMA DELLE ESTERNALIZZAZIONI E IMPIEGARE MANODOPERA DISOCCUPATA?

4- CON QUALI TEMPI VERREBBE COSTRUITO?

5- CHI LO GESTIREBBE? SIA PER NON APPALTARLO ANCHE QUESTO A TERZI, SIA AFFINCHÉ LA STRUTTURA SIA UTILIZZABILE DAL QUARTIERE.

6- I COSTI RISCHIANO DI ESSERE PIÚ DEL DOPPIO DEL PROGETTO ORIGINARIO (QUINDI PIÚ DI 1, 3 MILIONI DI EURO), SIAMO SICURI CHE NON CONVENGA RINUNCIARE AI SOLDI DELLA REGIONE?

7- CON I 650MILA EURO IN PIÚ DI PANNELLI SOLARI E COIBENTAZIONE CHE LAVORI SI POTREBBERO FARE PER IL QUARTIERE?

8- NON DOVREMMO INCOMINCIARE A METTERE IN DISCUSSIONE LE MODALITÁ DI QUESTO TIPO DI FINANZIAMENTI PER OPERE PUBBLICHE? QUALI ALTERNATIVE?

9 – PER LE CARATTERISTICHE URBANISTICHE DI MANTOVA, TUTTA LA PERIFERIA SUD RISCHIA DI ESSERE AL CENTRO DELLA SPECULAZIONE EDILIZIA. COME FERMARE QUESTO PROCESSO E PROPORRE INTERVENTI PER RENDERLA A DIMENSIONE DI CITTADINO E NON DI LOTTIZZAZIONE?

Ras de Quartiere: il nuovo palazzetto dello sport e la distanza tra il PD e la partecipazione popolare

a cura di FAVILLA – COMMUNIAmantova

Pochi giorni fa il governo Greco di Syriza ha deciso, disobbedendo ai tavoli con la Troika, di chiedere ai greci cosa pensassero di un memorandum per il pagamento del debito che li avrebbe messi ulteriormente in ginocchio.

Ha vinto il NO. Grazie alle lotte che si susseguono da anni e ad un impoverimento delle condizioni di vita sempre più profondo ed esteso, si è creato un processo di consapevolizzazione, aldilà delle narrazioni tossiche dei media, su quali siano gli interessi del popolo e quali le necessità delle istituzioni economico finanziarie che stabiliscono le regole del mercato mondiale.

Nell’ultimo anno il neo-eletto sindaco del PD Mattia Palazzi ha sapientemente orchestrato la campagna elettorale tirando i fili dell’associazionismo ARCI e dei lavoratori delle cooperative impegnate nei servizi sociali per scimmiottare un processo partecipativo.
Guardando i numeri dei risultati delle elezioni comunali, aldilà delle nostre valutazioni, è visibile che se Palazzi ha presentato un prodotto politico (l’accostamento alla merce si presta facilmente alla politica odierna) spendibile e ammiccante, nettamente superiore (sempre in termini di mercato) al polpettone del centro destra, è pur vero che è stato scelto da meno del 50% dei cittadini.
Segno abbastanza palese di una mancato riconoscimento tra rappresentati e rappresentanti e quindi una mancanza di partecipazione.

A pochi giorni dalle elezioni Palazzi si è espresso in modo contraddittorio sullo stile della sua giunta: è stato capace di affermare contemporaneamente la necessità di partire dalle periferie e dalla partecipazione attiva dei loro abitanti in “consigli di quartiere” e di volere una giunta “del fare”.
Noi pensiamo che il nuovo sindaco non sia stupido e utilizzi l’accento sulla partecipazione dal basso per garantirsi quel minimo di legittimità popolare di cui la politica istituzionale oggi difetta.
Per lui è una maschera, nulla di più, nella sua storia non ha mai sollecitato la partecipazione diretta interna ed esterna alle strutture da lui controllate. Contestuale a questo atteggiamento è la sua difficoltà a prendere posizione nel dibattito all’interno del PD nazionale.

I DS prima e il PD poi sono stati tra i protagonisti politici del processo di privatizzazione nel nostro paese sia a livello locale che nazionale.
Nonostante l’enorme crisi del teorema neoliberista (non tanto nel distribuire dividenti ai ricchi, ma nel sembrare accettabile per la crescente massa di poveri) gli amministratori PD, Palazzi compreso, faticano a mettere in discussione il sistema degli appalti per la costruzione di opere pubbliche, l’esternalizzazione dei servizi sociali a “cooperative” terze costrette a gare d’appalto al ribasso.

(su produzione di valore VS estrazione di valore e valore d’uso e di scambio di qualcosa vedi qua http://www.articolozero.org/…/we-dont-sow-non-seminiamo-de…/ )

In questi pochi nodi troviamo tanti aspetti dei problemi attuali: il venir meno del contratto tra stato e cittadino, l’aumento dei costi dei servizi e la loro inefficienza, la legittimità della politica e gli strumenti di partecipazione, l’aumento del debito, il controllo dei capitali privati su aspetti determinanti della vita pubblica.

Per chiudere il cerchio del parallelismo con la Grecia affermiamo che non è possibile produrre alcun tipo di cambiamento reale a favore delle fasce più povere e di un governo della città maggiormente partecipato e diffuso se non si entra in contrasto con una serie di dispositivi istituzionali e di filosofie d’impresa permeate totalmente nelle istituzioni pubbliche. O si ha il coraggio di opporsi concretamente ai dispositivi del fiscal compact, al taglio alla spesa sociale, al contenimento delle assunzioni e alla privatizzazione di beni comuni e servizi pubblici, o si possono solo ripercorrere i capitoli di un libro che stiamo leggendo e rileggendo a partire dalla crisi dei mutui subprime del 2007. É un libro che parla di autostrade per arricchirsi per quelli già ricchi e di cinghie sempre più strette per i più poveri.

Possiamo pure parlare di “modello Birmingham” o di fare tutti i giri in vespa che vogliamo per le periferie, ma nulla può cambiare se non si capisce che tipo di politica-economica ha in mente la nuova giunta, quali relazioni tra pubblico e privato, quali relazioni di potere (e con i capitali privati ) vuole tenere con il territorio. Questo è il contenuto celato del pacco (regalo?) giallo canarino.

Abbiamo visto una campagna elettorale ridicola in cui da SEL alla destra non si è parlato di debito e delle sue ricadute sulla politica economica europea e le scelte quotidiane di un’amministrazione comunale. I candidati sindaco hanno aderito tutti (aldilà del candidato dell’Altra Mantova) alla narrazione della “buona politica contro il malaffare” o del “buon amministratore”, quasi che l’Europa e la Grecia non ci avessero mostrato a sufficienza lo scontro tra interessi opposti che sta avvenendo.

Di fronte alla prima prova di relazione con la cittadinanza (il palazzetto a Borgochiesanuova autorizzato come palestra che affiancasse i campi da calcio dalla giunta Sodano) il sindaco si è mostrato autoritario e allergico alle critiche.

A dimostrazione di questo, invece di bloccare un progetto della giunta precedente a cui sono vincolati lo stanziamento da parte della regione di 650mila euro (solo all’interno del quartiere e per quel tipo di opera), si è convinto trasformandolo in PALA-palazzetto e raddoppiando la spesa per il comune. La retorica dei pannelli solari e della coibentazione dei muri ci sembra in contraddizione con la visione della periferia sud come zona in cui aumentare i metri cubi di cemento.

A noi interessano altre domande.

Rifiutando i 650mila euro regionali per un opera inutile non si risparmierebbero dei soldi che potrebbero essere investiti in interventi necessari?
Perché alle persone del quartiere che si sono mobilitate è stata tenuta nascosta l’area dell’opera proposta ieri in regione (dietro l’arci Tom)?
Perché non si parte con una urbanizzazione partecipata in cui vengano considerate prima le necessità collettive degli abitanti del quartiere?
Come si relazionerà il potere politico cittadino con le proprietà private da bonificare che tengono in scacco diverse zone della periferia di Mantova?

Queste domande sono ancora più centrali dopo la proposta formulata dal sindaco, dall’assessore ai lavori pubblici Nicola Martinelli e dal dirigente del settore lavori pubblici Ernesto Ghidoni alla regione Lombardia di riformulare entro settembre il progetto nell’area dietro all’Arci Tom.

Il quartiere Borgonovo è un non-sense urbanistico che ha prodotto un quartiere fantasma e ha distrutto un campo giochi di ritrovo a Due Pini. Fu concepito dalla giunta Burichellaro (in cui Palazzi era consigliere), costruito dalla coop “rossa” Unieco e permise di costruire l’arci Tom quale onere sociale per l’opera.

Non sarà certo un opera importante come un palazzetto da 500 posti a rivitalizzare un quartiere nato e concepito come periferia isolata.
Ma sembra che il bravo sindaco sappia cosa è meglio per noi, siamo passati in pochi giorni dal PALA-PALAZZI al PALAZZI-DISTRICT.

RICONVERTIRE UN PETROLCHIMICO? INTERVISTA AD UN LAVORATORE DELLA IES

RICONVERTIRE UN PETROLCHIMICO?
INTERVISTA AD UN LAVORATORE DELLA IES

[intro e intervista a cura di Favilla-CommuniaMantova]

Si avvicina il primo maggio e la data di mobilitazione nazionale contro il grande evento di EXPO2015 denominato “nutrire il pianeta”. Ci sembra il contesto più adatto per pubblicare l’intervista fatta a fine febbraio a Stefano Lodi Rizzini (lavoratore della raffineria e iscritto CGIL) della RSU della IES. L’ anno scorso la raffineria, da qualche tempo sotto la gestione del gruppo multinazionale IES-MOL, ha deciso di chiudere la raffinazione di idrocarburi per divenire mero centro di stoccaggio. Mantova nel secondo dopoguerra ha legato il suo destino al distretto chimico-industriale definendo uno skyline di tubature e camini parallelo a quello risorgimentale. Allo stesso tempo sono stati inquinati irreparabilmente quei laghi che la circondano e che per secoli l’hanno protetta definendone clima e morfologia. Questa intervista a cura del collettivo Favilla – CommuniaMantova tocca tutti i passaggi della lotta per la difesa del posto di lavoro, le relazioni con il mercato mondiale degli idrocarburi e le alternative che si potrebbero mettere in campo. I lavoratori infatti si sono trovati tra le mani un’ipotesi seria di riconversione ambientale che permetterebbe a diversi di loro di tornare occupati e ai cittadini di Mantova di riappropriarsi dell’ambiente. Negli ultimi mesi il nostro collettivo ha insistito sul tema delle fabbriche recuperate. Non si è trattato solamente di solidarizzare con l’esperienza milanese di Ri-Maflow, il più avanzato esperimento nazionale di occupazione e recupero della produzione da parte dei lavoratori (in rete con altre esperienze internazionali su workerscontrol.net), ma anche di ragionare di una strategia di lotta che sembra dare qualche frutto. Per quanto siamo consci della distanza tra queste esperienze e le officine Putilov di San Pietroburgo (…e per fortuna), la riappropriazione del lavoro ci sembra in diversi casi l’unica soluzione per vincere e non tornare a casa con la cassa integrazione e qualche promessa. Mancando la forza sinergica del movimento operaio, riappropriarsi del lavoro può essere un primo passo non solo per cambiare la concezione del lavoro, ma anche per riconoscersi e ottenere dei risultati di fronte la burocratizzazione e l’indebolimento dei sindacati nelle vertenze. Se la giustificazione dei capitalisti è quella dell’opportunità di delocalizzare il lavoro dove costa meno, o scorpolarlo in cooperative esternalizzate, riprendersi il proprio luogo di lavoro e prodursi un reddito può essere una risposta sensata. Generata non tanto dallo spirito rivoluzionario, quanto dalla ricerca di alternative ad un sistema capitalista che sempre più fatica a nascondere la sua logica distruttiva, impattando i territori e le vite delle persone come se fossero materiali “usa e getta” con cui produrre profitto. I lavoratori della IES non devono essere lasciati soli in questo anno che li porta alla fine della cassa integrazione, ma andrebbero appoggiati con una rete dal basso che supporti questo tipo di riconversione ecologica. Il rischio è quello di lasciarli nelle mani del prossimo miglior offerente e di perdere l’ennesima occasione di riprendersi i laghi e le sponde e far partire le bonifiche delle falde e dei terreni.

Come inizia la crisi nel settore degli idrocarburi e come si collega con
la notizia del disinvestimento del gruppo IES-Mol sulla raffineria di
Mantova (ovvero dall’attività di raffinazione a quella di semplice
deposito di petrolio e derivati)?

Abbiamo sempre pensato ad una raffineria i cui  padroni  di maggioranza e di minoranza degli ultimi vent’anni Mario Contini e Adolfo Vannucci , figure legate al territorio, potessero garantire da sole una controparte con cui confrontarsi.
Passando invece al un gruppo multinazionale di origine ungherese (MOL) ovviamente ti trovavi con un grande gruppo, con grandi comparti e una struttura molto complessa (tipo l’ENI italiana). Questa grande potenza si pensava potesse far fronte agli investimenti per rinnovare la raffineria, ma ci siamo accorti con il tempo che non è stato così.
Non è sempre corretta la relazione ideale in cui  chi ha più soldi, metta più impegno e risorse su un investimento e rispetto  per la responsabilità sociale dell’impresa su un territorio. Anzi tante volte è l’esatto contrario e le multinazionali estere che si insidiano sui nostri territori lo hanno sempre dimostrato.
Abbiamo conosciuto una crisi improvvisa, nel senso che erano preannunciate contrazioni
nel settore della raffinazione un po’ in Europa, e quindi in Italia , ma queste non giustificavano da sole il fatto che dovesse chiudere in maniera così repentina e massiccia dappertutto.
O almeno, potremmo dire che di fronte ad una contrazione del fossile, della raffinazione tradizionale, a beneficio di altre tecnologie dell’energia rinnovabile, si poteva benissimo immaginare un sistema di riconversione. Cosa che di fatto non è mai avvenuta.
Un grande gruppo che può vedere avanti negli anni, non può aver considerato che cinque anni prima avesse acquistato una raffineria a Mantova che (costatagli centinaia di milioni di euro) senza avere soluzioni alternative o una pianificazione che potesse durare nel tempo con un progetto di riconversione della raffinazione tradizionale.
Ci hanno dato in modo improvviso la notizia della chiusura ormai più di un anno fa. Solo pochi mesi prima ci avevano comunicato che erano pronti a fare degli investimenti sul territorio. Pensavamo di poterci fidare di un grande capitale che invece si è rivelato un gigante con i piedi d’argilla.
Il settore del petrolio sembrava essere indistruttibile e coperto dai pericoli di mercato e invece ci siamo accorti che con una mancanza di un piano energetico nazionale (mancanza che c’è da sempre nel nostro paese), si trova una desertificazione sociale e la disoccupazione.
È  un territorio abbandonato perché la raffineria lascia soli i lavoratori e le loro famiglie, ma anche un ambiente inquinato, un territorio che deve essere bonificato poiché è già a credito di salute e benessere.  Il rischio serio e’ che poi possa essere abbandonato, in quanto sappiamo benissimo che un polo industriale, una volta dismesso, si trova a non avere i fondi necessari per affrontare le bonifiche. Quindi,paradossalmente, una raffineria in attività ha più soldi per rendere operativo un piano di bonifiche. Se  chiudi, è chiaro che nell’abbandono succede come è successo alla Tamoil di Cremona dove, dopo aver chiuso, i materiali pericolosi sono rimasti tutti lì per parecchi anni.
É sicuramente vero che senza la raffineria in attività la città di Mantova è meno investita dall’inquinamento, ma se non si inquina qua, si distribuiscono gli impianti di raffinazione nel sud del mondo. E qui apriamo un altro capito, il fracking americano, l’olio di palma, la deforestazione per il food. Togliamo il food per fare noi le rinnovabili e quindi togliamo gli alimenti alle persone per poi dopo creare energia e questo crea una contraddizione sopra l’altra.
Alla fine noi, che ci troviamo sbattuti fuori dal mondo del lavoro, dobbiamo assistere anche al dramma delle persone che perdono il lavoro con conseguenze gravi dal punto di vista psicologico. A tal proposito abbiamo fatto diverse iniziative su questo asse di intervento, grazie ad una Associazione no-profit  di Firenze  che si chiama ILEX che nella mensa occupata della Cartiera Burgo ha attivato  gruppo d’ascolto per i lavoratori licenziati; laddove si potessero ritrovare quei lavoratori che mostravano i sintomi della depressione, della rabbia e della desolazione.

Sintomi di persone che non volevano credere di aver perso il lavoro e rimuovevano, dicevano “vedrete che domani arrivano i camion a caricare” oppure “maddai sarà una crisi passeggera”.
L’incredulità e la rimozione sono sfociate nella depressione, ci sono state pure delle separazioni familiari che abbiamo dovuto gestire.
Abbiamo anche lanciato l’iniziativa dei post-it, erano bigliettini di sofferenza che venivano attaccati nei punti strategici della città in modo da dare valore al nostro dolore, facendolo uscire dalle mura
familiari. Diventava così un dolore pubblico e condiviso. Abbiamo, cosi’ fatto esperienza anche di quegli strumenti dell’assistenza diretta che si formano nella fasi di crisi e depressione economica.
La IES, seguendo una logica spartitoria basata su produzioni e prezzi con altre multinazionali del petrolio oltre il Confine Nazionale ha dismesso la raffinazione a Mantova.
Ma non si è stati in grado di costruire un programma anche dopo la chiusura, capace di mettere in piedi un piano industriale che prevedesse la costruzione di qualche altra iniziativa,come ad esempio  bio-raffinazione, biocarburanti da bio-masse, joint venture di trading petrolifero ed energie alternative.

20130918_064009_2918_2_ITM_IMG_BIG_7776Qual è stata l’ultima affermazione di IES-MOL, semplicemente il fatto di tenere  la raffineria di Mantova come deposito o c’è qualcos’altro?

MOL ha dichiarato all’improvviso “basta, stop alla raffinazione”, da 400 persone diventerete 80 e manterremo a Mantova un polo logistico. Importeremo da Marghera attraverso la pipeline il prodotto finito (prodotto e raffinato all’estero con i sistemi americani). Si stoccherà in 5 nostri serbatoi e poi verrà rivenduto, quindi con margini ridotti e minore rischio.

Quindi dalla situazione individuata dall’azienda non ci si è mossi
nonostante le proteste?

No. Ciò è potuto accadere anche per i ritardi cittadini, che hanno contribuito a trasformare Mantova da città in pieno sviluppo e tra le città più ricche d’Italia, alla provincia con la maggiore percentuale di disoccupati della Lombardia. Quindi siamo precipitati.
Ancora adesso l’azienda non vuole, non c’è la volontà di fare imprenditoria e di diversificare la produzione. La RSU inoltre si è trovata in una situazione contraddittoria e paradossale di dover fare lei una proposta che vada nella direzione delle nuove filiere produttive e che superino le catene di produzione tradizionale.
Questa proposta  andrebbe ad inserirsi nelle linee d’azione che le istituzioni europee dettano rispetto alla riconversione della raffinazione tradizionale.
La nostra società, la MOL, ha incaricato un’altra società che si chiama Sofit BPI che sta lavorando per riassorbire la manodopera nel territorio mantovano, finora senza risultati.
Il biocarburante di terza generazione, produzioni di biocarburanti e combustibili da biomasse, produzione di gas da biomassa, featuring remediation e riqualificazione delle aree, attività legate a culture idroponica (quella portata avanti dai lavoratori) e insediamento di un campo solare fotovoltaico, queste erano le azioni che si potevano sviluppare sul territorio, una volta trovato un investimento, per rilanciare il polo industriale !
Ma dietro non vediamo nulla! Mentre anche il biodisel, nonostante abbia quote ancora basse in Italia, che potrebbero essere aumentate per affiancarlo alle benzina; lo sta  già facendo la raffineria di Venezia, anche se la nuova produzione sembrerebbe più garantita dai Fondi Europei che non dettata da una convinta idea di riconversione.
L’apertura di centrali a biomasse ha però forti contraddizioni rispetto la concezione di una produzione agricola indirizzata non a produrre cibo, ma carburanti.
Certo,paesi come Austria e Germania, questi fondi europei li prendono e noi comperiamo da loro i prodotti.
Noi, provocatoriamente, abbiamo portato al tavolo delle trattative il progetto “AGRO THERME” che  è stato proposto alla R.S.U. della Raffineria da un ex direttore , un grande progettista, che aveva studiato altri progetti di riconversione delle raffinerie. Non solo la coltivazione idroponica, ma anche per  alghe e  fotovoltaico.
Questa persona, ci sta aiutando attraverso la progettazione delle serre Idroponiche appunto che lui stava già promuovendo sul territorio nazionale.
Abbiamo, successivamente  chiesto all’azienda se era disposta a concedere parte del terreno ( che si affaccia su uno dei laghi che circondano Mantova)  170mila metri quadri per fare le serre di coltivazione di lattughino di quarta gamma. Significa che tutte le culture di serra sono di seconda gamma; in pratica fanno l’inseminazione, la coltivazione e poi il trasferimento del prodotto ad un impianto di impacchettamento.
Nel nostro progetto invece c’è un ciclo a freddo dove si semina, il prodotto cresce, viene tagliato e impacchettato e spedito in brevissimo tempo via aereo, treno o autostrada,proprio come  fanno le grandi società che sono attive sui mercati internazionali della verdura.
Ma voi chiederete “tutto ciò su un terreno inquinato?”.

No perché lo faremo vicino alla corte ex Bassani che è un terreno fuori dalla raffineria e uindi dal SIN (sito di interesse nazionale). Inoltre,  la coltivazione avverebbe su  bancali sollevati da terra. Questi bancali scorrono a seconda della varie fasi del processo produttivo.
Il vantaggio è che il prodotto non si deteriora in quanto immediatamente impacchettato, non ha inquinamento da trasporto poiché l’autostrada e l’ aeroporto di Villafranca sono vicinissimi e avrebbe tutti i vantaggi  dell’accorciamento dei cicli della coltivazione.
Non seguirà un ciclo naturale, ma sarà massificato.
Questo progetto occuperebbe 92 persone e sarebbe (nell’elenco della società assunta da IES per le proposte di ricollocamento) quello che occupa il maggior numero della precedente forza lavoro.
É stata una grande soddisfazione aver pensato  noi alla migliore soluzione, allorché abbiamo detto a Confindustria “ci stiamo invertendo i ruoli o sbaglio? Stiamo facendo noi i datori di lavoro!”.
Adesso il rischio è di fare la cooperativa dopo aver visto che queste ultime vengono subappaltate e subiscono le leggi del mercato senza aver più nulla dello spirito originario. Ormai negli statuti cooperativistici possono metterci n mezzo di tutto. Se facessimo così, i primi ad andare in malora sarebbero gli operai stessi poiché dovremmo metterci noi i soldi e il rischio di impresa.
Sono quindi contrario alla forma cooperativistica, non siamo stati noi a chiudere la fabbrica!
Vorremmo piuttosto che ci sia un interessamento di qualche imprenditore per il nostro progetto. Sempre che la IES sia disposta a prestargli l’area in comodato d’uso per almeno una ventina d’anni. Può essere anche una compagnia imprenditoriale grossa come lega coop. O imprenditori del melone del mantovano, dove si trovano persone in gamba.
Ci siamo fatti aiutare  anche dall’assessore all’agricoltura della Provincia Maurizio Castelli,che è stato mio professore di Estimo ai Geometri e adesso vediamo come va a finire. La mia impressione è che  dovremo aspettare le prossime elezioni comunali, prima di avere notizie certe sul futuro di IES e dei suoi Lavoratori.
La Provincia allo stesso tempo ha provato a formulare dei progetti in linea con le sovvenzioni europee…
Addirittura c’è uno studio che riguarda la canna fluviale che contiene
molto zucchero e con lo zucchero si produce energia.

1374058_10201481650437087_1920952119_nPerò è una pianta infestante…

Si è vero che è dichiarata infestante…Mi riferisco alle lamentele dei contadini dei territori in cui sono sorti impianti a biomasse, costretti a chiudere le aziende agricole da mercato per produrre materiale da bruciare per produrre energia…

A noi sembra che la migliore ipotesi per la città sia la vostra, sotto tutti i punti di vista, dall’inquinamento prodotto al recupero occupazionale. Mentre gli enti pubblici e privati sembrano giostrare le altre proposte per provare ad avere un ritorno. Magari non direttamente.

Quindi i lavoratori della raffineria sono stati l’istituzione più lungimirante…robe da mat (ironico)…
Il rischio della centrale a biomasse, oltre agli aspetti ambientali, è che finiti i fondi europei ti ritrovi il problema di una rovina industriale da bonificare.
La lattuga invece si mangerà anche fra sette anni. L’investimento poi è relativamente modesto in quanto si aggira intorno ai 16 milioni, a fronte d centinaia di milioni di buco che ha fatto IES/MOL per comprare un raffineria e dopo qualche anno dismetterla.
Cosa sono 16 milioni per una multinazionale degli idrocarburi?

Ma il loro obiettivo è aumentare la distribuzione di idrocarburi nel mercato italiano?

A Marghera c’è il polo logistico dell’ENI,con la raffineria che si è riconvertita facendo biodisel. A Marghera c’è anche un deposito piccolino dove le navi scaricavano il petrolio, quello è di  IES.
Adesso  le navi con il prodotto già finito scaricano in serbatoi ENI e da lì inviati al Deposito IES, il quale pompa tramite Oleodotto il prodotto finito a Mnatova.  La  abbiamo sempre del personale finchè non arriverà magari un domani lo scarico automatico. Serve solo per scaricare le navi e spedire il materiale fino a Mantova. Poi a Marghera c’è tutto un polo chimico dell’ENI oltre alla Raffineria che raffina l’olio di palma.

E la raffinazione dove si è spostata?

Il mercato asiatico soprattutto Cina e India, ma anche tanta America.
Gli Stati Uniti, con i nuovi sistemi di fracking stanno estraendo talmente tanto petrolio che non sanno più dove metterlo.
Pensa che loro erano un grande paese importatore e nel giro di 4 anni sono diventati esportatori.
Allo stesso tempo sfruttano gli accordi commerciali come quello del TTIP (se si concretizzerà) e sono avanti anche nel settore delle rinnovabili dove beneficiano di un’immensa estensione territoriale e  dove si possono contenere o nascondere più facilmente alcune conseguenze ambientali dell’inquinamento.

Ma come mai stanno chiudendo così tanti poli di raffinazione in Italia? Qual è la tendenza?

La raffineria di Mantova non è l’unica, era piccolina, ma ben
posizionata a livello logistico.
Però è stata chiusa probabilmente perché si è deciso di salvarne altre, come quelle dell’ENI ad esempio  e farne morire altre, attraverso meccanismi commerciali non sempre chiari.
L’ennesima contraddizione è che mentre si chiudono le raffinerie, il
Governo, che possiede Azioni della maggiore Compagnia Petrolifera Italiana, l’ENI,attraverso lo Sblocca Italia rischierebbe di riprende la campagna di perforazione per la ricerca di petrolio e gas metano sui litorali Adriatici e del Mediterraneo giù in Sicilia, per non parlare della Val D’Agri in Basilicata.
E dopo succedono  gli smottamenti . Si giustificano dicendo che se non lo facciamo noi lo faranno altri paesi. Per esempio, arrivano delle navi dal Nord Europa a battere i fondali dell’Adriatico che fanno scappare i pesci fin giù in Sicilia.
Nel tirreno invece abbiamo spagnoli e norvegesi, questi ultimi molto
attivi ovunque.

É molto interessante questa lente che permette di passare dalla piccola Mantova alle ricadute internazionali…

Il Governo, che ripeto,essendo compartecipe in quote ( oltre il 30%) con L’ENI, in qualità di Garante e Responsabile Sociale di chiusure produttive con ricadute occupazionali, magari per interposta persona
avrebbe dovuto intervenire in questa partita Mantovana dai risvolti occupazionali drammatici
Questo lo abbiamo detto chiaramente al ministero dello sviluppo economico durante gli accordi sulla mobilità , poiché ENI ha diverse azioni possedute dallo Stato. . .Alla fin fine siamo ostaggio non solo delle multinazionali, ma  esiste anche un governo che non sa  decidere del proprio piano energetico.
Basta vedere il reddito di Scaroni (AD di ENI) per farsi un’idea.
Se si segue ciò che succede in Val d’Agri, in Basilicata ci si rende conto delle linee politiche energetiche e delle sue ricadute sul territorio. Qui hanno trovato uno dei giacimenti più importanti d’Europa e hanno deturpato le zone circostanti, c’è stato un dumping sociale dato da un’ostilità con gli abitanti di quel territorio che non hanno visto la minima forma di restituzione collettiva.
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A noi sembra che la parola pianificazione manchi alla politica economica di oggi.

Noi manchiamo di un piano energetico non perché non siamo capaci di farlo, ma perché non l’hanno voluto. Perché se conosci le tendenze di un certo piano energetico ti devi muovere in base a quello. Invece il mondo del petrolio, purtroppo, subisce dei capovolgimenti di fronte improvvisi che non permettono una pianificazione; in più sono davvero in pochi che decidono. Questo non va bene perché le ricadute sui territori sono sociali e ambientali….e quindi di tutti!.
L’idea di riconversione nasce nel 2004 quando la proprietà Vanucci-Contini vede una crisi del settore petrolifero e si prepara per sfruttare il terreno attorno alla raffineria di proprietà di quest’ultima.
E da lì avevano elaborato una serie di alternative dal fotovoltaico alle alghe per produrre energia; orti dove potrebbero lavorare anche soggetti con disabilità o problemi di marginalità, in modo da realizzare un progetto di agricoltura sociale.
Poi, non se ne è più fatto niente, avranno pensato altre strade finché ce n’erano e poi vendere (a IES/MOL) dato che c’erano troppi investimenti da fare e movimenti ambientalisti che faticavano ad immaginare alternative alla chiusura tout court.
Questo progetto sta in piedi da solo.

Sarebbe il primo su scala nazionale?

Di quarta gamma farebbe concorrenza alle culture del sud dove ci sono tante serre, ma senza impacchettamento diretto che avviene il più delle volte al nord. Con tutte le conseguenze del caso rispetto
all’inquinamento dato dai trasporti e al deterioramento della merce.

La cassaintegrazione quando finisce?

Il primo aprile 2016 dopo due anni

Scadenze per l’approvazione del progetto?

Questo lo sta visionando la società incaricata dalla IES di valutare i progetti alternativi. E questa è una spesa, come i corsi formativi della regione, che hanno ricollocato zero persone. Allora abbiamo detto al responsabile regionale del ministero “cosa stiamo facendo?”.
L’unico che da risposte al lavoro è il lavoro stesso.

Si tratta di un progetto di riconversione quindi che è in mano ad una società. In base a cosa lo sta valutando?

Fattibilità e finanziamento…. Ma il problema è che dietro alle buone intenzioni di facciata sui progetti alternativi c’è poco e nulla. Ad oggi l’unico progetto fattibile è quello proposto dai lavoratori.

Come si vorrebbe strutturare il discorso della cooperativa?

Eh, metterebbero fuori i soldi i lavoratori… Io rispedirei la proposta al mittente…io non vado da dei lavoratori lasciati a casa a chiedergli i soldi.
Basti pensare che al ministero ora ci sono 150 tavoli di crisi. Cosa facciamo tirare fuori i soldi ai lavoratori?

We don’t Sow – non seminiamo, devastiamo

Nella famosa serie tv “Il trono di spade” uno dei regni che compete per il potere del continente occidentale è situato sulle aride isole di ferro, il loro motto è “noi non seminiamo” poiché le caratteristiche del territorio li hanno portati a concentrarsi sull’estrazione di valore dai saccheggi delle città sulla costa piuttosto che sulla produzione del medesimo attraverso la coltivazione.
Sodano, Burchiellaro e Palazzi(*) rispondono alla stesse logiche devastatrici, pur essendo stati a governo di una delle aree agricole più fertili d’Italia. Loro non seminano, devastano!

Il mandato di Sodano al comune di Mantova si avvia pericolosamente alla conclusione, nonostante questa avrebbe potuto essere anticipata da una delegittimazione popolare dalla piazza che lo costringesse alle dimissioni.
La scorsa settimana il sindaco che faceva i viaggi a Roma per i costruttori amici delle ‘ndrine ha dato il suo contributo definitivo al peggioramento della città, nel solco delle giunte precedenti.
É stata concessa l’area dietro a Boccabusa (dietro al polo di supermercati della Favorita) per la costruzione di un nuovo outlet e un nuovo McDonald’s, in una città che in 20 anni ha visto passare le relazioni economiche e sociali dal suo centro storico a delle cementate adibite al consumo.
In secondo luogo è stato approvato il regolamento di polizia municipale contro i bivacchi e l’accattonaggio in una città in cui non si hanno le strutture minime per l’emergenza freddo (il dormitorio arriva al massimo a 40 posti quando ne servirebbero almeno un’ottantina, non molti).
Se Mantova non si mobilità è anche dovuto all’assottigliamento delle reti sociali in un’estensione senza progetto dell’area urbana e dai regolamenti farlocchi che ne limitano la vivacità a quanto ammesso per un centro-vetrina senza mantovani.

Per quanto si stiano presentando come alternative politiche, i nostri tre devastatori rappresentano pienamente le ipotesi economiche neoliberiste, pur con diverse sfumature.
Non per niente i loro partiti hanno contribuito alla realizzazione di Expo2015, esposizione universale sull’alimentazione dominata dalle multinazionali del cibo e dell’agro-business che speculano sulla terra e sulla fame. La filosofia di Expo2015 è simile a quella dei nostri amministratori locali, nemmeno i soggetti che stanno ad Expo seminano (compresa la vergognosa partecipazione del marchio slow food) producendo valore dalla coltivazione, ma devastano (pensiamo all’imposizione di monocolture più profittevoli) estraendone dai territori.
Che sia il regalo di fine mandato di Sodano o Burchiellaro agli “amici” piuttosto che il risanamento guidato da Stefano Boeri di una zona abbandonata, le logiche sono le stesse ovvero quella di estrarre valore e non di produrlo.
Con la crisi partita nella prima metà degli anni ’70 il sistema capitalista si è rinnovato in occidente rimescolando le carte delle regole economiche mondiali. Se prima si produceva valore attraverso la produzione di fabbrica o la coltivazione di un campo o la costruzione di una scuola, si è passati ad un’estrazione (non solo finanziaria) del valore. Oggi ad esempio si estrae valore delocalizzando una fabbrica o fondendo la società con altre, oppure imponendo un prezzo enorme ad una medicina indispensabile, oppure giocando sul costo dei terreni agricoli e il mercato immobiliare.
Il processo estrattivo, oltre che di un mercato finanziario in cui scommetere, ha bisogno allo stesso tempo di convincere la società e farla appassionare. In questo modo ci viene presentato Expo2015 come un’incredibile occasione di conoscenza, l’apertura di un supermercato come uno stimolo per la crescita e il varo di un outlet come l’aumento della libertà (DI CONSUMO).

Quello che si è voluto nascondere attraverso la disponibilità di credito facile è stato il passaggio della totalità delle merci (una casa, il riscaldamento, l’acqua o i libri di scuola) dall’essere definite sempre di più dal loro valore di scambio e sempre meno dal valore d’uso.
Il capitalismo statalista del dopoguerra non era certo buono, ma per una serie di fattori (prima gli alti tassi di profitto e poi la pressione del movimento operaio) era interessato a costruire case che servissero come case. Oggi per esempio può avere senso costruire un quartiere per tenerlo vuoto, guadagnando sul cambio di destinazione del terreno o sul maggiore controllo delle immobiliari nel mercato degli affitti.

Una parte sempre più grande della popolazione però rimane esclusa da questi movimenti di valore, che sia la possibilità di permettersi un affitto nel nuovo quartierino di lusso di Boeri (nell’ex zona popolare) o ai ritmi di consumo sollecitati da outlet e ipermercati. Nel mentre questi ultimi contribuiranno ad eliminare le piccole attività dei paesi limitrofi a Mantova e dei quartieri di questa, cancellando non solo il saper artigiano, ma anche dei nodi sociali (oltre alla loro funzione commerciale) nelle periferie del territorio.
Per tenere queste devastazioni sotto la cappa della pace sociale seguiranno nuove ordinanze comunali eseguite dalla polizia del sindaco (la ex municipale), armata da Burchiellaro, rafforzata da Brioni con la sottoscrizione della carta di Parma (http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2008/06/09/news/nasce-la-carta-di-parma-sulla-sicurezza-1.70370) e utilizzata in modo classista e razzista (vedi il blitz in strada Trincerone contro le case dei Sinti) da Sodano.

(*) per ora è stato solo consigliere comunale di maggioranza nella giunta Burichellaro e assessore di maggioranza in quella Brioni, ma ha già dato il suo contributo in questa direzione con la costruzione del quartiere Borgonovo.

LA VESPA DEL CEMENTO

Sabato arriverà a Mantova l’architetto Stefano Boeri con il suo progetto “Vesparch” che consiste nel girare in motorino una città soffermandosi nei quartieri maggiormente colpiti da “degrado” e “abbandono” per immaginare (e poi progettare) soluzioni architettoniche.
L’iniziativa si inserirà nella giovanissima campagna elettorale di Palazzi, già sponsorizzato dal responsabile economia del PD, nonché figlio dell’AD di Piaggio, Matteo Colannino.
Finalmente l’idea di città e di politica di Mattia assume dei contorni più precisi e una concretezza sotto la patina del nuovismo.
Siamo già passati alla fase 2 della campagna elettorale, quel breve surrogato di partecipazione condensatosi nelle assemblee di quartiere per lanciare il presidente di Arci Mantova nelle primarie del Partito Democratico, è esaurito e lascia posto al one man band (versione scooter boy) che ti fa “svoltare” il quartiere periferico.
Al netto di quanto si voglia accusarci di essere eccessivamente critici, ci pare palese il passaggio dal confronto pubblico collettivo alla consulenza ad un architetto che è stato responsabile dell’evento speculativo EXPO2015 fino al 2011, creatore dell’inutile bosco verticale nel quartiere Isola e specialista nel recupero di zone portuali o industriali inattive in diverse città europee.
Questo giro in vespa, una versione tamarra de “le mani sulla città” (anche se avremmo preferito il booster) passerà in rassegna zone di Mantova periferiche o che non conoscono più la centralità di un tempo (i negozi sfitti di Valletta Valsecchi, Lunetta, Fiera Catena e piazza Virgiliana).
Non sappiamo ancora se dovremmo rimpiangere i deliri della lista Benedini di 5 anni fa (un continuo strepitare di metropolitane leggere, tunnel sotto i laghi e parcheggi multi-piano che sembrava di guardare un film di Nolan), quella che conosciamo è la filosofia senza futuro del consumo del suolo a cui rispondono Palazzi, Boeri e i gruppi imprenditoriali che hanno alle spalle.
In una fase di crisi di accumulazione il capitalismo rinuncia a proporsi positivamente sottolineando il beneficio sociali dell’investimento e della concorrenza, piuttosto si propone come (finto) risolutore dei problemi che ha creato.
Expo2015 ne è un esempio: l’esposizione universale, evento simbolo del progresso industriale, viene intitolata “nutrire il pianeta” nonostante trovino in essa un ruolo centrale le multinazionali dell’industria alimentare che hanno affamato il mondo.
Allo stesso modo a livello urbanistico, per alimentare la speculazione edilizia c’è bisogno di concetti come “abbandono” e “degrado”, maneggiati dalla casta politica e dai gruppi editoriali, per fare leva e dare senso ai propri progetti. In questo modo a Milano interi quartieri popolari storici sono stati rasi al suolo per dare vita a progetti architettonici accessibili solo alle fasce più alte, mentre gli abitanti storici dovevano spostarsi sempre più in periferia.
Conosciuto come “gentrificazione” da più di vent’anni negli Stati Uniti, questo processo di “rinnovamento” di aree povere e depresse è in realtà un atto di “sostituzione” della popolazione povera con quella ricca.
E così si creano nuove periferie ancora più separate dal centro invece che cercare di risolvere l’impoverimento di alcune zone con un’urbanizzazione pianificata e di qualità in cui venga coinvolta direttamente la cittadinanza.
I movimenti per il diritto alla città, nati principalmente nel sud del mondo, zona in cui le differenze tra le zone ricche e povere di una città sono fatte di mura e filo spinato, hanno affermato che le risorse sono distribuite in modo diseguale su un territorio e le popolazioni devono lottare per un’equa re-distribuzione.
La presenza o l’assenza di servizi, il rapporto percentuale di spazi pubblici e privati e le soluzioni architettoniche adottate influenzano profondamente le vite degli individui, le loro possibilità di mobilità sociale e le interazioni sociali che si generano nella collettività.
Pur senza le intercettazioni con soggetti in odore di mafia, Palazzi andrà comunque a rispondere positivamente ad un modello di sviluppo speculativo formato dalla concorrenza tra grandi gruppi di costruttori (tra cui le coop rosse presenti in ogni grande opera del nostro paese). É lo stesso modello perseguito dal Partito Democratico a livello nazionale come nel decreto “sblocca Italia” in cui, in modo più esteso, il territorio nazionale potrà essere traforato intensivamente dalle multinazionali del petrolio.
Nonostante una campagna elettorale di maggiore spessore rispetto a quella dei concorrenti, nella città di Palazzi non ci sarà spazio per un piano di urbanizzazione partecipato dai cittadini.

FAVILLA – communiaMantova
Spazio Sociale La Boje!