Le ragioni di questo sciopero del customer service sono invece rivelatrici di una strategia di ristrutturazione che appare di «lunga durata», che va quindi ben al di là dei diretti interessati (al 119 lavorano 3.800 lavoratori con contratto a tempo indeterminato, più 800 interinali). Il casus belli è stato fornito dall’ennesima «esternalizzazione»: 161 dipendenti del 119 Tim sono stati destinati a passare alla Emsa, insieme a 54 di IT Telecom (la società di informatica del gruppo) e 46 di Finsiel.

La Emsa è una società che fa parte del gruppo Telecom, ma fino al 2000 – riferiscono fonti sindacali – è stata in liquidazione. Ora, con 50 dipendenti, è stata riattivata per assorbire gli «esternalizzandi», da destinare a servizi di manutenzione e di security. Ogni cessione di ramo d’azienda – con il passaggio da una società «grande» a una media o piccola – comporta la quasi certezza di una diminuzione delle tutele e dei diritti acquisiti dei lavoratori . Ma in questo caso, a preoccupare i dipendenti – soprattutto quelli di Tim – è la composizione del gruppo di lavoratori «scelto» per il trasferimento: numerosi portatori di handicap o con problemi psico-fisici, ultracinquantenni, donne in gravidanza. «Sono tutti lavoratori considerati `a bassa produttività’ – dicono dalla Rsu di Bologna – collocati già da tempo in un reparto riorganizzato ad hoc». Il sospetto del sindacato è insomma chiaro: che la Emsa sia stata riesumata soltanto per funzionare da «transito», per poi chiudere con un licenziamento collettivo altrimenti impossibile (la Tim ha presentato un bilancio trimestrale con un attivo di quasi un miliardo di euro).

Sul tavolo della vertenza ci sono poi alcune richieste dell’azienda considerate inaccettabili: 4 sabati e 2 domeniche lavorative in più, orario di lavoro concentrato nel pomeriggio-sera e prolungato fino alle 23,30, riduzione della pausa pranzo da 30 a dieci minuti. Questo, oltretutto, in una situazione di forte disparità di trattamento rispetto alle società concorrenti: in Omnitel e Wind, infatti, gli addetti al customer service sono inquadrati al quarto o quinto livello, in H3G addirittura al sesto, mentre in Tim – complice un contratto integrativo davvero infelice – sono soltanto a terzo. I delegati della Cgil saranno a Roma il 28, convocati insieme a Cisl e Uil per l’avvio delle procedure di esternalizzazione. Ma anticipano già ora che non firmeranno nessun accordo, proclamando anzi uno sciopero nazionale unitario in dicembre, allargato a tutto il settore facility management. E, se non dovesse essere sufficiente a far fare marcia indietro all’azienda, arrivare a uno sciopero dell’intero gruppo in gennaio.

Si parte infatti da percentuali di adesione plebiscitarie (90% a Bologna, l’85 a Milano, il 90 a Palermo, e così via), che danno il senso di un conflitto sindacale «alto». Perché i «call center» non sono più un’«anomalia» nelle relazioni industriali, ma sempre più il «modello» che si vorrebbe imporre al lavoro salariato.


Perfettamente riuscito. Lo sciopero nazionale – proclamato da Cgil, Cisl e Uil, ma con l’adesione anche di Cobas e Snater – dei lavoratori del «119» di Tim ha registrato un’adesione del 91%. Il dato è di fonte sindacale, naturalmente, ma sembra significativo che l’azienda – interpellata – non abbia rilasciato dichiarazioni.