La visione di Parma come città felice e mito moderno del benessere, propagandata da un coro di industriali, banchieri, avvocati, giornalisti e anche intellettuali, si è rivelata all’improvviso come semplice operazione di facciata, deforme e al limite della rappresentazione pornografica. Il tanto elogiato «sistema Parma», dopo lo scandalo Parmalat, ha rivelato una città guidata spavaldamente da veri e propri Capitani di Ventura del libero mercato internazionale, seguiti da schiere di vassalli e cortigiani che da vent’anni hanno minato e spazzato via la vera cultura di Parma e della sua gente: lo spirito franco, libertario, antifascista. Quando trent’anni fa ho lasciato la mia città per esplorare altre culture e altri mondi, il lattaio di casa mia non era Callisto Tanzi. Era il signor Schianchi che aveva una piccola bottega bianca e azzurra a metà di via Digione in un quartiere dell’oltretorrente di Parma. Schianchi era burbero, faccia scolpita nella pietra, grembiuletto blu sul biciclettone nero per portare a domicilio il latte della «Centrale» comunale.

Il latte del signor Schianchi era una costante nella nostra vita di ragazzini vivaci e ribelli dell’oltretorrente: il mattino e la sera si faceva la zuppa di pane raffermo nel caffelatte. Non potevo immaginare allora che non avrei più potuto bere il latte del signor Schianchi e nemmeno conversare con Mario Malvisi, vicino di casa, un gigante buono che non poteva più camminare dopo le torture praticategli dai fascisti delle Brigate Nere con ferri roventi e punture di benzina ai reni. Anche a lui, primo comandante dei Gap il signor Schianchi portava tutte le mattine il latte dentro le bottiglie panciute coi tappi di stagnola colorata. Gli portava il latte e conversavano.

Ero già lontano dalla città quando il signor Schianchi chiuse bottega e non potevo neanche lon tanamente immaginare che Parma intera stesse subendo la stessa sorte: via il latte della Centrale e avanti col Latte dei Campioni Parmalat.

Ho capito allora che la vera Parma, quella dal grande cuore antifascista, coi suoi popolani schietti fino a essere spietati ma generosi e saggi, si stava dissolvendo. La Parma del dopoguerra diventava un ricordo: una città colta dove prosperavano case editrici e riviste internazionali, dove si realizzavano convegni, grandi mostre d’arte all’ombra di un teatro lirico che molti invidiavano. Una capitale del cinema che produceva idee e autori e affascinava artisti di tutto il mondo.

Questa era la «Parma rossa».

Le cronache di oggi narrano di un’altra città purtroppo irriconoscibile dove diventa persino facile accomunare la «banda del latte» alle bande del ventennio. Le vittime sono sotto gli occhi di tutti: cittadini, lavoratori, creditori, azionisti, risparmiatori. Gli autori dei misfatti targati «sistema Parma» si sono appropriati di una città (Parma-Lat, Parma-Tour ) per minarne non solo il nome e l’immagine in tutto il mondo per gli anni a venire, ma per affondarne l’anima, la cultura.

Parma era stata al centro dell’attenzione mondiale per il più grande sciopero del `900, quello dei contadini e dei lavoratori guidati dall’anarco-sindacalista Alceste De Ambris. Una lotta durissima durata settimane con i mezzadri che avevano incrociato le braccia, umiliati, affamati, derubati del latte e indebitati dallo strapotere degli agrari. La grande vittoria dei lavoratori di Parma fece avanzare i diritti del proletariato come non era mai accaduto prima in nessuna parte del mondo.

Nel `22 nelle strade dell’oltretorrente alcune centinaia di coraggiosi e temerari Arditi del Popolo, guidati da uno dei più straordinari personaggi della sinistra italiana, Guido Picelli, avevano r espinto ventimila fascisti di Italo Balbo. Mussolini fu terrorizzato dal tracollo militare delle sue squadre, ma l’importanza dell’avvenimento non fu capita in campo nazionale da una sinistra divisa e litigiosa e si impedì a Picelli di costituire l’esercito proletario. Così Mussolini ebbe aperta la strada per la marcia su Roma e Picelli fu spedito al confino, non prima di essersi preso una personale incredibile rivincita. Il primo maggio del `25, sfidando da solo duecento deputati fascisti, innalzò sul parlamento una grande bandiera rossa.

Le nostre nonne ci raccontavano le storie dello sciopero dei braccianti e di Picelli, come favole, ma favole non erano e dentro di noi rimanevano e crescevano per produrre coscienza civile proprio quando la borghesia cittadina, una delle più pigre, cortigiane e decadenti dell’intero paese, fatta in larga parte di stupidi cultori della duchessa Maria Luigia e di Stendhal, stava cercando una rivincita.

Lo stesso sentimento questa borghesia lo manifestò all’indomani dei fatti della Resistenza, quando Parma si era distinta ancora una volta come sede di uno dei più forti movimenti di Liberazione dell’alta Italia. Basti pensare ai diecimila Partigiani (800 i morti), alle imprese della `47sima Brigata Garibaldi che aveva creato seri grattacapi al generale Kesserling e addirittura spaventato gli alleati inglesi, timorosi di una Rivoluzione Rossa a Parma. Gli inglesi sbagliavano. Invece di fare la rivoluzione, gli uomini della Resistenza ricostruirono una città devastata dalla guerra e, malgrado deprecabili errori (alcuni brutti palazzi, stravolgimento di vecchi scorci della città ), spinsero Parma ad aprirsi, a diventare parte del mondo e capitale di cultura internazionale. Ed era proprio questa apertura illuminante a infastidire i poteri forti del dopoguerra che volevano una Parma rinchiusa entro le mura di un’antica e anacronistica città ducale in cui massoneria, cler o e industria, all’unisono, mostrassero potenza impaurendo, terrorizzando ed elargendo poi «cristianamente» elemosine e favori ai «sudditi» bisognosi eludendo ogni controllo esterno della società civile.

Altri esempi più recenti di una parte della città chiusa entro il fortilizio borghese ci arrivano dalle bande di fascisti armati, in gran parte forestieri, che giravano indisturbati in via Farini, centro di Parma, intorno alla sede del Msi. Parlo del `68, nel momento delle forti lotte studentesche al liceo «rosso» Guglielmo Marconi e di quando gli studenti universitari occuparono perfino il manicomio di Colorno. Oppure del `71 quando Vladimiro, giovane dell’oltretorrente dei «Capannoni» (così venivano denominate le case simili a grandi capanne fatte costruire da Mussolini alla periferia della città dove esiliare i popolani antifascisti) affrontò a mani nude questo branco di picchiatori fascisti che lo massacrarono di botte insieme ad altri due lavorat ori. Ancora una volta Parma rispose con tre giorni di barricate e scontri che bloccarono la città. Ma non era finita. L’anno dopo dagli stessi elementi fascisti facilmente individuabili, prezzolati – non si sa da chi – (si indagò a fondo su questo fatto inquietante?) uscì il sicario che uccise Mario Lupo, un ragazzo di Lotta Continua. Altre barricate e assalto alla sede del Movimento Sociale. Fu tutto inutile.

I poteri forti lavoravano nell’ombra in quegli anni che vedevano la Salvarani (cucine), creata dal nulla da una famiglia di falegnami, fallire e i Barilla costretti a cedere l’industria alla multinazionale americana Grace. Con una differenza: i fratelli Salvarani, completamente abbandonati dalle cosidette istituzioni, impegnarono tutto il loro patrimonio per salvare la ditta senza riuscirci, Pietro Barilla si eclissò per molti anni dalla scena locale dopo aver portato i soldi in Svizzera. Già dagli anni 70 perciò si sentivano scricchiolii da tut te le parti. La classe politica locale venne spazzata via dalla prima tangentopoli italiana iniziata con la lenzuolata in piazza di una cittadina, Cristina Quintavalla che denunciava pubblicamente le ruberie di un assessore socialista all’edilizia, Alvau, in combutta con un imprenditore edile parmigiano, Ermes Foglia, presidente del Parma calcio del quale si diceva: «a Parma non si muove foglia che Ermes non voglia».

I vecchi dirigenti della sinistra si fecero da parte e lasciarono campo libero ai nuovi «mandarini», oscuri funzionari di partito, i quali si prodigarono in tutti i modi per gettare un ponte alla borghesia locale. L’abbraccio fu mortale. La Parma della cultura e del pensiero cambiò aspetto, si snaturò, si vendette a quelli che erano stati un tempo i nemici storici. Ed ecco uscir fuori come naturale prodotto dell’orribile pasticcio il lattaio Callisto Tanzi, il nuovo astro dell’imprenditoria cittadina grazie agli appoggi democristiani e ai sostegni del clero: Tanzi per anni mise a disposizione del cardinal Casaroli il suo elicottero privato. Ed ecco, di naturale conseguenza, proliferare i nuovi piccoli ras dell’Unione Industriali. Si racconta che in quei giorni «esaltanti» Ciriaco De Mita nei lunghi fine settimana arrivasse a Parma e, appassionato di scopone , giocasse a carte con Tanzi. Tra una partita e un’altra si decidevano i nomi dei politici che dovevano candidarsi a presiedere amministrazioni pubbliche e private.

Ma la politica, seppure quella dei pezzi grossi, non bastava a far quadrare i bilanci che cominciavano a traballare. Il «sistema Parma» abbisognava di polmoni grandi e forti per finanziare le perdite occulte di Tanzi e di tante altre «Parmalat» minori e quali polmoni se non quelli capienti e sicuri delle banche locali potevano correre in aiuto?

Ecco apparire sulla scena un piccolo commercialista addentro alle cose del tribunale falliment are nonché agli affarucci dei prosciuttai di montagna. Si chiama Luciano Silingardi e viene inaspettatamente nominato presidente della Cassa di Risparmio di Parma, banca solida per tradizione. Silingardi pare un acrobata, architetta complessi marchingegni finanziari che porteranno a una baraonda di fusioni, cessioni e dismissioni tali da eliminare prima un Istituto rispettato come la Banca Emiliana, ad assorbire gioie ma soprattutto dolori della Cassa di Risparmio di Piacenza e infine ad acquisire il Credito Commerciale che aveva il merito di essere fortemente esposto con la Parmalat di Callisto Tanzi in odore di imminente tracollo già dagli anni `80 a causa della scarsa o nulla redditività dell’azienda e dai buchi creati da Euro tv. Ma il «sistema Parma», allargato alle sponde romane, provvedeva a nascondere la situazione creando un nuovo miracolo: la Parmalat venne salvata e quotata in borsa con conti sociali e modalità da brivido. E così si permise al cavalier Tanzi di fare altri 14 mila milioni di euro di perdite. Contemporaneamente la Cassa di Risparmio di Parma con buchi di alcune migliaia di miliardi di vecchie lire dovuti ad altre iniziative discutibili, veniva ceduta a Banca Intesa, operazione di cui il Silingardi andò fiero, fierissimo per lungo tempo.

Chi ha pagato il conto? I cittadini di Parma in quanto gli istituti di credito cittadini, proprietà dell’intera comunità, sono stati ceduti a gruppi bancari nazionali.

Alla luce del recentissimo crack Parmalat tanti misteri del passato e tante inchieste giudiziarie frettolosamente archiviate dovrebbero essere riaperte. Sono casi di corruzione e di intimidazione. I pochi che hanno avuto il coraggio di parlare sono stati puniti con il licenziamento, il carcere e perfino il manicomio criminale. E la tangentopoli , la «mani pulite» degli anni `90 ha solo sfiorato la città, un venticello leggero che doveva essere un uragano, lasciando misteri i rrisolti e rilanciando le attività dei Capitani di Ventura e delle schiere dei vassalli.

Questa borghesia di nuovi lanzichenecchi, non contenta della ricchezza raggiunta, ha sferrato l’ultimo colpo per attuare il piano prestabilito: ha ucciso, dopo averla snaturata, la vera cultura della città, quella che affondava nelle radici della povertà di un popolo che era cresciuto conquistandosi a fatica il diritto di esserci e di valere. Secondo il «new deal» del «Parma system» essere poveri era un crimine. La nuova frontiera degli arricchimenti con affari sporchi iniziò a produrre su scala industriale eserciti di cortigiani pronti a servire come un tempo i padroni.

Ma la verità è dura da accettare. Monsignor Franco Grisenti, la mente finanziaria della Curia di Parma, e il vescovo della città cercano un «ripescaggio apostolico» di Tanzi riconoscendogli grandi meriti per la generosità nei confronti della Cattedrale e restauri d el Battistero. Dopo «l’amarezza e il rincrescimento» della Curia sarebbe interessante ascoltare che ne dicono in proposito i creditori, gli azionisti e gli acquirenti dei junk bond della Parmalat.

O riascoltare le parole di grave biasimo di noti storici dell’arte per dei restauri, finanziati dalla banda del latte e dal «sistema Parma» che hanno portato i più grandi capolavori del Romanico e del Correggio a essere una pallida ombra di quello che sono sempre stati.

Lo stesso è accaduto per la Fondazione Magnani, nata da un lascito di grandi opere d’arte, case, aziende, gioielli, del musicologo Luigi Magnani. Dopo anni di mediocrità culturale e grottesche iniziative commerciali, oggi è prestigiosa sede di banchetti di nozze.

Oggi a Parma, che si ritrova tra le macerie come in un nuovo dopoguerra, si invoca un «Rinascimento». E’ una parola. Chi dovrebbe promuoverlo? Gli intellettuali e i gr uppi culturali locali che ricevevano elargizioni dai banchieri, dai Silingardi e dai Gorreri? Ideologo del Rinascimento si è proposto il sindaco Elvio Ubaldi, giunta centro-destra e in passato vicesindaco centrosinistra, che ha avuto l’incarico di chiedere le dimissioni dei ras locali.

Pare di capire che il nuovo progetto del «sistema Parma» non sia quello di un «rinascimento», ma piuttosto di una nuova «restaurazione», visto che i capibanda più esposti stanno lasciando il posto si loro «vice».

E’ difficile accettare che personaggi che avevano trovato il sistema di trasformare il piombo in argento non si accorgano che l’argento non è più argento, ma piombo.

Certamente qualcuno ha fatto di tutto per mascherare e rallentare l’agonia dell’azienda di Collecchio a danno di azionisti e risparmiatori e questo qualcuno deve ancora essere smascherato. A Parma arriverà l’Authority dell’alimentazi one, l’unica piccola vittoria del semestre berlusconiano all’Ue, e la si attende come la panacea di tutti i mali. Un arguto e anziano cittadino butta lì addolorato una sentenza: «Ma quale Authority… qui ci vorrebbe il tribunale dell’Aja e l’amministrazione dell’Onu come in Bosnia e nel Kosovo».

Ecco. Saprà Parma superare questa «balcanizzazione» fatte da banda e da clan che si sono appropriate e spartite la ricchezza delle Istituzioni e della città? Saprà risorgere e ritrovare le vere radici della sua storia civile?

Sono in molti a guardare con ansia il sopito torrente che divide in due la città, due mondi, due colori: il rosso e il nero. Nel passato lo spirito libertario della città si è identificato in questo torrente che improvvisamente gonfiava e spazzava via inesorabilmente agrari e fascisti, poteri occulti e politici corrotti.

Il torrente per ora scorre placido e tranquillo.


di GIANCARLO BOCCHI

I capitani di ventura del libero mercato che hanno spazzato via la vera cultura di Parma e lo spirito della sua gente: antifascista e libertario. Da «Parma la rossa» allo scandalo Parmalat, un racconto sul filo della memoria autobiografica.