Anzi, la banda di trasmissione e gli elevati standard di compressione, (mpeg4, Divx e compagni) rendono già oggi Internet competitiva con il digitale terrestre, figuriamoci quando quest’ultima entrerà in vigore. Allora, La tv digitale non serve a niente?

No. Per un pubblicitario, il digitale è una manna. E un mezzo di comunicazione digitale offre un potenziale molto maggiore. La chiave sta nella raccolta, standardizzazione e nell’analisi di bit. Oggi per sapere quante persone guardano le veline, si usa l’Auditel (1000 televisori con un secondo telecomando su cui premere per segnalare il canale su cui si è sintonizzati) e lo si incrocia con ricerche di mercato fatte per telefono e altre fonti, per così dire, artigianali. Con un mezzo digitale, invece, è possibile conoscere esattamente chi assiste a ciascun programma, per quanto tempo e via dicendo. E la registrazione di questi dati è automatica. Immagazzinare qualche centinaio di bit contenenti queste preziose informazioni costa quasi nulla. In questo modo si possono costruire database enormi, analizzarli, incrociarli, venderli, ma soprattutto utilizzarli per ottimizzare gli investimenti pubblicitari in televisione.

Lo sviluppo del commercio su Internet è dovuto allo stesso fenomeno. Il titolo dotcom più di moda, Amazon è una libreria on line. Ma di e-business ha davvero poco. Quando si ordina un libro via amazon.com, un messaggio arriva sul computer di un dipendente, che manda un ragazzo in magazzino, magari in motorino come Speedy Pizza, prende il libro dallo scaffale, lo impacchetta, va alla posta e lo imbuca. Molto traditional, dopo tutto. Infatti, Amazon non ha ancora chiuso un intero anno in attivo.

Ma Amazon, come ogni utente sa, è una meraviglia del controllo del consumatore: ogni utente vede il sito in maniera personalizzata, determinata dai passati acquisti. Il database dei clienti di Amazon è un patrimonio di informazioni che nessun’altra libreria possiede. Può essere utilizzato da Amazon stessa o venduto, e incrociato con altri database per costruire dettagliatissimi profili dei consumatori in cui si confronti il profilo di un lettore con, chessò, le trasmissioni televisive preferite con un semplice programmino informatico. La stessa funzione viene svolta dalle “supercard” che tutti i supermercati regalano oggi: permettono di collegare uno stesso codice personale (scritto sulla tessera) ad acquisti diversi, ripetuti nel tempo, che poi nei computer diventano profili di consumatori, statistiche, strategie di marketing.

Nel caso dei telefoni cellulari, il digitale consente un passo in avanti nel campo della repressione. L’inchiesta contro le BR di questi giorni, infatti, è stata resa possibile proprio da questo passaggio al digitale. Quando le cabine telefoniche erano analogiche, le intercettazioni richiedevano microfoni nascosti, furgoni camuffati, spie. Ora che ogni comunicazione, ad un certo punto del suo percorso, viene trasformata in bit, tutto ciò non serve. Le informazioni possono essere recuperate quando serve. Si risale alle persone incrociando i database (nel caso BR, il database delle telefonate dalle cabine e quello dei cellulari), anche con anni di distanza. Tanto che la prossima legge sulla privacy, che limiterebbe a 30 mesi il tempo minimo obbligatorio di conservazione dei tabulati, viene avversata dagli inquirenti.

Il passaggio da tecnologie analogiche a tecnologie digitali, dunque, non è solo una questione di efficienza. Questa “rivoluzione” sta riempiendo la nostra vita di microfoni nascosti e di consigli non richiesti. Spacciata per inesorabile progresso, è in realtà una riforma sul piano politico sfuggita ad ogni controllo democratico. Per questo la privacy non è solo una difesa della nostra libertà individuale. Opporsi alle tecniche di sorveglianza vuol dire rifiutare che il controllo sulle nostre relazioni sociali ed economiche venga affidato ad un tiranno assoluto, uno stupido computer.

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Le nuove tecnologie digitali invaderanno anche la TV. Frequenze più pulite, certo. Ma anche qualche controllo in più. Quello che Gasparri non dice. La legge Gasparri traghetta l’Italia verso il “digitale terrestre”. Viene promosso come una rivoluzione copernicana. In realtà non è vero: le frequenze non saranno poi così tante, i ripetitori e i ricevitori costeranno parecchio, e l’interattività rimarrà circa zero, come con l’attuale Biscione.