Si era iniziato con le riforme degli Enti pubblici di ricerca (Consiglio nazionale delle ricerche, Istituto nazionale di fisica della materia, Istituto nazionale di astrofisica, etc.): stravolgendo ruolo e organigrammi, accorpando e scorporando, orientando verso l’applicazione, abbandonando i settori maggiormente strategici come quelli della ricerca di base, in un gioco di puzzle il cui principale obiettivo è sempre e solo apparso il ridimensionamento. Anche allora (eravamo nel 2002 inizio 2003) vi furono reazioni importanti e partecipate: grandi assemblee al Cnr, appelli al presidente della repubblica con oltre 10 mila firme di sottoscrittori tra cui premi nobel e scienziati tra i più importanti del Paese. Una grande manifestazione sotto Montecitorio in cui si riconsegnavano gli strumenti della ricerca. A nulla servì tutto ciò se non a rallentare, forse a correggere la tempistica e le forme di aggressione a questi enti. Oggi l’Infm è stato sciolto nel Cnr che allo stesso tempo sta perdendo pezzi (astrofisici e astronomi) a favore dell’Inaf. I commissari procedono lentamente a riformare le riforme che gli sono state consegnate dal Ministro. Nel frattempo i finanziamenti sono al minimo storico (e di re che l’avvio di un processo riformatore tanto imponente presupponeva un surplus di risorse), in compenso però si dà vita ad un nuovo ente (fondazione/agenzia): l’Istituto italiano di tecnologia che si materializza d’improvviso nella Finanziaria del 2004 privo di risorse umane e ricco di euro (50 milioni nel 2004, 100 dal 2005 al 2014). Con compiti vaghi e duplicanti la missione di altri istituti (di ricerca, politecnici, etc.). La stessa finanziaria, incredibile ma vero, che blocca le assunzioni e taglia i fondi agli enti di ricerca e all’università. Quella che costringe i rettori a protestare pubblicamente, i commissari governativi a mugugnare, i giovani a fuggire all’estero. Il blocco delle assunzioni produce un altro incredibile paradosso: vincitori pubblici di concorso impossibilitati a prendere servizio dall’immanente provvedimento (che dura da 3 anni negli enti di ricerca e da 2 nelle università): altri giovani cui si indica l’uscita dal sistema e dal Paese (forse per sempre) E’ a questo punto che il ministro Moratti decide di aggiungere un ultimo segmento al proprio progetto: la trasformazione dello stato giuridico della docenza universitaria. Il disegno è perfettamente in linea con le direttive che hanno orientato tutte le azioni del governo nel settore: precarizzazione, riduzione di autonomia, aumento dell’ingerenza politica, subordinazione alle burocrazie ministeriali, indirizzamento al servizio.

Il sistema degli enti di ricerca e dell’università ha necessità di riforme, ha bisogno di adeguarsi alle sfide nuove e difficili che le frontiere della globalizzazione, delle rapide e pervasive innovazioni e delle società multi e inter culturali propongono. L’Italia ha necessità di affrontare queste sfide preparata al pari degli altri paesi evoluti. Ha bisogno di dare certezze ai competenti e opportunità ai giovani in questo settore. Ha quindi bisogno di investire seriamente e con coerenza sui saperi: su tutti i saperi. E’ forse per questo che nell’ambiente dove questi saperi si aggiornano e producono nasce oggi un così sentito e forte movimento di reazione a chi intende ingabbiare gli spazi di elaborazione culturale compromettendo non solo l’oggi ma anche il futuro del Paese.

RINO FALCONE – Osservatorio sulla Ricerca


Doveva accadere prima o poi che le comunità scientifiche trovassero un coagulo visibile e forte. Già da molto tempo questo Governo aveva avviato azioni di ridimensionamento, mortificazione, frustrazione degli spazi vitali e delle ambizioni che attengono al mondo della conoscenza e dei saperi nuovi e più aggiornati.