Il fattore più illuminante sull’attività (non) svolta dai sindacati confederali, è la loro presenza (assenza) nei settori del lavoro precario. Un esempio recentissimo, è l’accordo da loro firmato per i lavoratori dei call center, caso emblematico dell’abuso che i lavoratori subiscono con contratti precari. Dopo anni di lotta condotta esclusivamente dal sindacalismo di base, quindi dai lavoratori stessi, e grazie ai quali si è conquistato qualche diritto incerto, cosa si è ottenuto con la firma di questo contratto? Non la stabilità per logica consequenziale, ma solo inutili pagliativi che mantengono praticamente immutate le condizioni attuali.

Questo è solo un caso. In realtà basterebbe guardare le linee guida nazionali per accorgersi della subalternità alle scelte liberiste del governo. L’accettazione nel recentissimo passato dell’introduzione del lavoro precario (governo D’Alema) con la legge Treu, l’accettazione quasi totale o almeno la mancanza di richiesta di ritiro della devastante legge 30 (Biagi), che anzi molti tra esponenti centristi e sindacalisti cisl -uil hanno acclamato.

Oppure ancora, la linea seguita sulla riforma della scuola, dove non si è riusciti a organizzare uno sciopero che fosse uno, per richiedere il ritiro della riforma Moratti (tra l’altro da loro neanche lontanamente previsto). Quando lo sciopero del 26 per la scuola è stato indetto, ovviamente vi è stato sovrapposto quello generale di 4 ore su pensioni e welfare, così da rendere quello per la scuola invisibile.

Un problema di fondo, che è la natura stessa dei sindacati confederali. Il loro ruolo di controparte concertativa al padronato. Concertare, cioè prendere parte delle scelte confindustriali, e farle accettare ai lavoratori.

Per mantenere il ruolo di unica controparte, serve essere l’unica rappresentanza sindacale. Ed ecco che si ruba spazio ai sindacati di base nella scuola. Oppure la recente regolamentazione approvata dai sindacati confederali, prevede il controllo delle modalità di sciopero, così da ingabbiarla e renderla un’iniziativa inoffensiva.

In generale non si prevede alcuna intrusione nel dialogo in corso con i padroni. Il risultato di ciò? Ecco che esplode la lotta dei tranvieri che rivendicano solo dignità e vedono rispondersi dalla cgil che la loro è una lotta anti-sindacale.

E’ il ruolo stesso giocato all’interno delle dinamiche imposte dal capitalismo moderno a essere devastante. Perché con parole genericissime sui diritti e su un’unità oggi inesistente, ci si crea la fama di difensori dei lavoratori, mantenendo intatta l’llusione di ottenere conquiste al di fuori delle logiche padronali, quindi dei limiti che loro consentono, e imponendo ai lavoratori pezzo per pezzo il riassetto della società. Senza opposizione alla deriva del mondo dei contratti precari ecco che questo diverrà il futuro standard di sfruttamento per tutto il mondo del lavoro. Perché questo è in continuo mutamento. Rimane stabile solo la condizione di base per cui è possibile un sistema di diseguali. I lavoratori continuano ad essere la maggioranza sacrificata agli interessi padronali. Ecco che quindi ciò che rimane stabile nel mondo del lavoro, è lo sfruttamento, sono il numero degli “incidenti” e dei morti, l’assoluzione nei processi come quello per il petrolchimico di Marghera dei responsabili della morte di centinaia di lavoratori.

Di tutta questa prospettiva, la cgil non riesce nemmeno a farsene unha ragione, è scollegata dal presente (se non nella maniera di cui sopra) e non si pone più come obiettivo l’emancipazione della maggioranza. Paroloni che molti hanno già detto, ma che evidentmente meritano di essere ripetuti, perché non è vero che non esistano alternative.

Lo scorso 12 marzo, lo sciopero generale indetto dalla cub, a seguito di un cammino di mobilitazioni importanti su piattaforme chiare: no alla precarietà, per un reddito sociale per tutti, per il recupero salariare, contro la concertazione, per respingere la privatizzazione dei servizi, per il diritto allo sciopero e contro la guerra.

Sono questi campi in cui si muove un alternativa composta di coordinamenti autorganizzati dei tranvieri o per la scuola pubblica, i laboratori sociali in difesa degli immigrati, dei disoccupati, i movimenti di Scanzano Ionico, o il grande movimento contro la guerra. Una alternativa che viene dal basso e che rompe l’equazione arrogante per cui è la rappresentanza a fare l’importanza di una rivendicazione.

In questo contesto e nelle logiche di impostare anche sul piano politico una società di controllo bipolare, di esclusione cioè delle rivendicazioni autentiche popolari (non a caso il tentativo di costituire un partito unico di centro sinistra in alternanza sicura al polo) che questo sciopero generale di 4 ore (chissà perché questa affezione al numero 4) risulta una mossa di propaganda confederale, che nulla porterà alla società.

A proposito di sciopero

di Mangiabimbi

E la legge antisciopero recentemente firmata dai tre sindacati confederali? E la democrazia sindacale schiacciata dagli iniqui regolamenti sulla rappresentanza nelle fabbriche, dove la fiom combatte per prendersi gli spazi che le sono sottratti da fim e uilm, o nelle scuole, dove la stessa cgil è promotrice della repressione anti -democratica, espressione della burocrazia statale, contro i sindacati di base?

Mi sia permesso il tentativo di inquadrare la situazione e dubitare dello sciopero indetto per il 26 marzo dai sindacati confederali.