Secondo il rapporto presentato ieri dall’Eurispes, i salari italiani sono quelli che in Europa presentano la crescita più bassa, e quelli che faticano di più a reggere l’aumento del costo della vita. L’aumento percentuale delle retribuzioni reali nette è infatti stata in media dello 0,1% fra il 2000 e il 2006, contro lo 0,4% della Spagna, il 5,7% della Germania o il 20% dei paesi scandinavi. Ciò è anche avvenuto in un periodo di forte aumento dell’occupazione, il che contrasta con la storica relazione inversa fra disoccupazione e salari.
Il tasso di occupazione (58,7%) rimane comunque di 8 punti percentuali più basso della media dei paesi che adottano la moneta unica. A crescere poco è anche la «produttività del lavoro»: rispetto a una media europea del 18%, in Italia questa cresce in media «solo» del 4,7%. Se è vero che le retribuzioni aumentano di più dove la produttività cresce di più, rimane da capire come mai se la produttività aumenta – seppure di poco – i salari rimangono fermi. L’estrema debolezza dei salari italiani non è tuttavia solo nella loro crescita, bensì anche nel loro ammontare. Le retribuzioni medie in Italia sono infatti di 4800 euro inferiori rispetto alla media dei paesi dell’area euro. Solo Spagna e Portogallo avrebbero stipendi più bassi.
Lo studio Eurispes mostra anche l’esistenza di una notevole discriminazione salariale di genere: il salario delle donne è mediamente inferiore a quello degli uomini di circa 4 mila euro. Se lo stipendio medio degli uomini è di 28 mila euro l’anno, quello delle donne si aggira intorno ai 24 mila. In termini percentuali, si tratta di una differenza del 16%. Le differenze si acuiscono sempre di più via via che aumenta la specializzazione del lavoratore: se la la differenza è solo dell’1,7% nella retribuzione di mansioni poco qualificate, questa differenza sale al 21% per gli operai specializzati. Una quasi-parità si ha invece fra gli impiegati e ai più alti livelli da quadro dirigenziale.

di Collettivo femminista Colpo di Streghe – Il manifesto