Ma tale terrore non è solo espressione della guerra globale: è sempre più fatto immanente delle società in cui viviamo, espressione di un rapporto di dominio prodotto dal dispiegarsi delle leggi del capitale a cui tutto deve soggiacere pena una repressione sempre più indiscriminata – cosa sono, da ultimi, gli arresti di Roma se non questo? – anzi, pena l’iscrizione d’ufficio nell’albo dei violenti di turno, sempre troppo contigui al terrorismo e quindi da castigare anche con la galera. E’ in questa torsione semantica e politica che risiede il rischio maggiore per le lotte di cui siamo protagonisti e che il dibattito, così come avviato dall’intervento di Fausto Bertinotti, contribuisce, purtroppo, ad alimentare.

La violenza come fatto intrinseco al sistema dominante, espressione di un rapporto di dominio e di potere – anche quando viene monopolizzata dall’attentato terroristico – finisce per costituire la cifra identificativa delle lotte stesse e dei soggetti che si oppongono allo stato di guerra permanente.

Questa torsione è resa possibile da un’idealizzazione dei concetti che, in luogo di definire ed esprimere fenomeni reali dotati di variabili e sfumature concrete, finiscono per diventare pure astrazioni, private del loro contesto e della loro materialità. Il punto è che il cosiddetto terrorismo, inteso nel senso classico, è un fenomeno storico non una categoria assoluta. E in quanto fenomeno esprime a sua volta forme ed espressioni differenti. Oggi, ad esempio, la sua forma più evidente e visibile è quella di coloro (Al Qaeda in primo luogo) che, mediante il massacro feroce di civili, sembrano rispondere alla guerra permanente con una forma di “guerra a bassa intensità” altrettanto sporca e spietata, cercando di colpire il “cuore” dell’occidente ma avendo in realtà come obiettivo cruciale sopratutto il rivolgimento di alcuni stati arabi, l’Arabia saudita innanzitutto. Ma questo uso del terrore indiscriminato, che non colpisce avversari “militarizzati” e in armi ma per lo più civili inermi, è cosa ben diversa dall’uso del terrore che ad esempio i kamikaze palestinesi fanno nei confronti di Israele: uso che, oltretutto, avviene sotto l’ala oppressiva della sconfitta della lotta pacifica e di massa. E, a sua volta, quell’uso del terrore si differenzia ancora rivolgendosi, a volte, in maniera indiscriminata, contro i civili, ma altre attaccando i coloni, assai militarizzati e violenti nei confronti del popolo palestinese, o, in molti casi, scegliendo obiettivi militari o comunque più classicamente bellici: in questi ultimi casi usare il termine terrorismo piuttosto che quello di resistenza armata diviene una scelta ideologica e di schieramento con effetti assai negativi. E altrettanto ideologico e “di schieramento” è la scelta di un termine o dell’altro nel caso iracheno dove agli attentati di ignota matrice si susseguono vere e proprie azioni militari contro l’occupazione statunitense, o inglese o italiana, che nulla hanno a che fare con il terrorismo, ma che divengono espressioni di una resistenza armata. Tanto più in un contesto che ormai vede veri e propri moti di ribellione di piazza che avvengono ogni giorno e che segnalano quanto sia esteso il rifiuto dell’occupazione militare.

Queste analisi concrete non puntano affatto a sostenere l’uso del terrore, ma servono o aiutano a comprendere la realtà in cui operare per averne una rappresentazione il più possibile esatta. Servono a capire, ad esempio, perché Noam Chomsky può dire che il “terrorista n° 1” sia George Bush e servono a comprendere il ruolo che, in particolare in Italia, ha avuto il terrorismo di Stato scagliato contro i movimenti. Ma tale concretezza di analisi scompare del tutto quando si sceglie la contrapposizione idealistica tra “la Guerra” e “il Terrorismo”, quando cioè due categorie analitiche acquisiscono soggettività politica, quasi una vera e propria personalità e un intero apparato organizzato: e vengono utilizzate per descrivere non solo l’esistente ma anche il passato e addirittura l’intero futuro. Così anche il Vietnam diventa un fatto violento esecrabile, schiacciato sulla deriva autoritaria dello stato vietnamita svalutando quell’effetto di “intontimento delle classi dirigente americane”, di cui brillantemente parla Mario Tronti, che allora ebbe: e, perchè no, magari anche l’intera attività dei rivoluzionari cubani e dello stesso Che Guevara. La coppia guerra-terrorismo (addirittura come “spirale”), che ad alcuni sembra così efficace nella descrizione del presente, invece lo comprime e lo cancella in una dicotomia astratta. La strategia imperialistica degli Usa punta a questa dicotomia per costringerci a scegliere tra l’una e l’altra: e quindi se sei contro la guerra globale sei per il terrorismo. E’ stato così nel caso di Nassirya, anche se abbiamo finito per non accorgercene. Quell’attacco militare contro il contingente italiano – di questo si è trattato come ha sottolineato anche un osservatore non certo a noi vicino, come Sergio Romano – è stato descritto come un fenomeno terroristico, naturale conseguenza dell’opposizione alla guerra. Accettare la dicotomia assoluta, la “spirale” crescente tra i due concetti significa dunque rischiare di assoggettarsi a questa strategia che in ultima analisi punta a delegittimare qualsiasi obiezione, qualsiasi anomalia nella lineare strategia di guerra permanente, qualsiasi “diserzione” che, automaticamente, diverrebbe un passaggio da un campo all’altro dello scontro e non un’alternativa (accusa che infatti Sharon muove ai Refusnik o che, peggio, sostanzia la direttiva europea sul terrorismo finalizzata a redigere una lista “nera” di movimenti di opposizione da considerare fuori legge). Continuare a discernere, a selezionare gli argomenti, a descrivere i fenomeni per quello che sono e rappresentano, rifiutare la falsa dicotomia guerra-terrorismo, ci sembra invece il lavoro più difficile ma anche il più indispensabile per seguire una strada di opposizione all’ordine mondiale che gli Stati Uniti ci vogliono imporre.

Si dice, però, che il mezzo per rigettare quella dicotomia – che nel discorso di Bertinotti non viene smentita, anzi appare condivisa e persino enfatizzata – e sottrarsi alla morsa micidiale della presunta “spirale” guerra-terrorismo sarebbe il rifiuto assoluto della violenza e quindi l’accettazione completa della pratica nonviolenta. Che l’opposizione alla guerra globale permanente sia oggi il movimento di massa su scala mondiale è un fatto ormai acquisito già dalla risposta che questo è stato in grado di offrire dopo l’11 settembre. Non crediamo però che questo possa essere riassunto solo nella pratica non violenta. Intanto anche qui la scelta della terminologia è già una scelta ideologica, politica e persino di schieramento. Spesso i movimenti, le opposizioni sociali sono costrette a un uso della forza che è cosa ben diversa dall’esaltazione della violenza, per praticare forme di autodifesa e di resistenza alla repressione, alla barbarie, allo sfruttamento, al sopruso. Se è vero che non esiste una dicotomia guerra-terrorismo, ma decine di sfumature, variabili, situazioni concrete diverse di caso in caso (a quale categoria iscriviamo lo zapatismo o la resistenza colombiana?), anche per quanto riguarda la scelta di pratiche di lotta esistono modalità molteplici. Tra violenza e non violenza, lo abbiamo dimostrato anche qui in Italia nel movimento e imparato l’uno dall’altro, esiste la disobbedienza, la resistenza, il boicottaggio, il sabotaggio, ecc. E queste a loro volta si esprimono in forme differenziate a seconda dei contesti. Cos’erano, se non questo, via Tolemaide, piazza Da Novi, piazza Dante, piazza Alimonda il 20 luglio 2001 a Genova? Le manifestazioni, le lotte e quindi le pratiche scelte si definiscono in funzione assoluta o invece vanno commisurate agli obiettivi che si scelgono e ai risultati ottenibili?. Violare le “zone rosse” – che ormai costituiscono la frontiera interna della guerra globale – si misura sul tasso di nonviolenza o sul significato che ciò esprime per le lotte stesse, sulla fiducia che si accresce, sulla forza che acquista un movimento? Non si può calare sulle lotte, dall’alto di una definizione astratta, una categoria, la nonviolenza, che ne cristallizza il divenire e rischia di paralizzarne l’azione. Insomma, non si può commettere il rischio opposto a quello degli anni Settanta quando sembrava che una determinata lotta o processo rivoluzionario fossero tanto più degni di nota, quanto più facessero uso della forza (o della violenza). Queste astrazioni vanno lasciate da parte. Le lotte si commisurano sulla base della capacità di mobilitazione, sul tasso di partecipazione e di scelta democratica che sanno garantire; le forme di lotta si definiscono sulla base degli obiettivi che si sono scelti e, in ultima istanza, si giudicano su quanto rafforzano la fiducia in sé stessi, nelle proprie ragioni, su quanto allargano consenso e protagonismo sociale, su quanto evitano forme di “avanguardismo” e di

pratica separata ed escludente. Ma naturalmente dipendono anche dall’atteggiamento, e dal grado di violenza dispiegata da chi il potere gestisce. Perchè se così non fosse, dovremmo dire che avevano ragione i nazisti a chiamare “banditen” i partigiani. Mezzi e fini non sono disgiunti nel senso che si scelgono i mezzi migliori per raggiungere i propri fini. I nostri fini sono un mondo senza sfruttamento, senza padroni, senza guerre, democraticamente “governato”, in questo senso pacifico e in cui l’eliminazione della violenza è giocoforza un processo da acquisire. Per questo il movimento “no global” non si è mai fatto affascinare dalla violenza gratuita ed è infinitamente “altro” dal terrorismo. Certamente aspiriamo a un mondo senza violenza e a un percorso di lotte il più possibili immuni dalla violenza. Ma l’altro mondo possibile che vogliamo è costruito giorno per giorno, in scelte quotidiane, in lotte quotidiane, spesso difficili, in scontri non voluti ma imposti da leggi ingiuste e dalla repressione. Lotte che non sempre possono scegliere, pena l’immobilismo, tra violenza e nonviolenza, avviluppate come sono dalla violenza del potere: e che in certi casi devono anche autodifendersi. Possono scegliere, invece, di essere partecipate, co-decise, mezzi consapevoli e autodeterminati aventi come fine un mondo migliore.

Piero Bernocchi,

Marco Bersani,

Salvatore Cannavò,

Luca Casarini


La rispsposta di di Piero Bernocchi,Marco Bersani,Salvatore Cannavò e Luca Casarini alle dichiarazioni di Bertinotti sulla non violenza.

Di fronte al potere violento non basta dirci non violenti

Caro Sandro, cara Rina, la strategia della guerra globale permanente e preventiva non offre scampo ai popoli, agli uomini e donne della terra intera inglobati in uno stato di “terrore permanente” fin dentro gli avamposti occidentali più ricchi e non più sicuri, gli aeroporti.